Cineasti dell’impossibile

Come tutti ormai sanno, il film “Free Solo”, diretto da Jimmy Chin e Elizabeth Chai Vasarhelyi, che documenta la straordinaria salita senza corda di Alex Honnold di Freerider su El Capitan a Yosemite, ha vinto l’Oscar 2019 per il miglior documentario. Un fatto senza precedenti per un film di arrampicata, occasione per un rapido riepilogo. Fu negli anni Settanta del secolo scorso che maestri come il cineasta inglese Leo Dickinson, abile e spericolato, spostarono anche sullo schermo i confini dell’avventura e dell’arrampicata. Ecco come ricostruisce quella ricca stagione del cinema di montagna lo svizzero Pierre Simoni, uno dei maggiori esperti al mondo, per anni organizzatore della celebre rassegna di Les Diablerets.

• Aria nuova nel cinema di montagna arriva negli anni 70 dagli Stati Uniti, dal cuore della California. Le pareti di granito del Parco nazionale di Yosémite diventano la scuola di arrampicata più prestigiosa del mondo. Nomi come El Capitan, Half Dome, Sentinel Rock fanno sognare gli amanti delle scalate belle e difficili. Da Yosémite parte l’evoluzione più spettacolare dell’arrampicata e il cinema di montagna si adegua. Nel ‘68 l’alpinista e cineasta Roger C. Brown mostra la difficoltà di queste pareti e in particolare i mezzi impiegati per scalarle nel film “Sentinel”. Nel ‘74 Mike Hoover racconta una scalata impressionante e gioiosa in totale comunione con la natura in “Solo”, un film pieno di freschezza e decisamente innovativo; e nell’85 la storia di un arrampicatore che in compagnia di un’aquila sorvola le montagne dell’Alaska e le cascate di Yosémite per atterrare sul Totem Pole Rock nel Monument Valley viene raccontata nel film “Up”, un altro piccolo capolavoro, pieno di belle immagini, poesia e intelligenza.

Del ‘74 è anche “Break on trhough” di Robert Carmichael, con le esperienze di due alpinisti a tu per tu con la montagna e il suo isolamento a confronto con la “normale” vita quotidiana. Del ‘78 è “El Capitan” di Fred Padula, con l’avventura di quattro alpinisti californiani (Lito Tejada-Flores, Gary Colliver, Richard Mc Cracken e il cameraman Glen Denny) sulla celebre parete alta più di 900 metri. Cineasti che lasciano una traccia rilevante, insieme con altri come Patrick Ament o Dewitt Jones.

L’inglese Leo Dickinson con “Filming the impossible” racconta nell’82 le acrobatiche risorse di un cineasta costretto ad affrontare le situazioni più critiche (ph. Serafin/MountCity). In apertura Roberto Sorgato in “Abimes” (1973) di Gilbert Dassonville. 

Anche in Europa gli anni ‘70 sono importanti grazie a cineasti come Gilbert Dassonville (“Abimes” del ‘73), Jacques Ertaud (“La mort d’une guide” del ‘75), Gaston Rebuffat e René Vernadet (“Les horizons gagnes” del ‘75), Jean Jacques Languepin. Ricordiamo anche Lucien Berardini (“Makalu: Pilier Ouest” sulla spedizione francese del ‘71) e Dominique Martial (“Les Grandes Jorasses aux limites de l’absurde”, l’avventura di Yannick Seigneur, Marc Galy, l’abbé Louis Audoubert e Michel Feuillarade sulla parete strapiombante della Whymper). Martial e Seigneur fanno un film innovativo che oltre all’apertura di una nuova via su una parete difficile mostra “le debolezze, i timori, le emozioni e le gioie, senza prendersi troppo sul serio”, come scrive Seigneur, riuscendoci perfettamente.

Patrick Cordier racconta in “Voyage en face sud” i tre giorni passati nel ‘77 sulla parete sud del Fou sul Monte Bianco. Patrick Vallencant viene ripreso in “Peuterey la blanche”, girato da Pierre Saloff e Vincent Mercié, durante la discesa in sci dalla nord dell’Aiguille Blanche de Peuterey insieme con Anselme Baud, e in seguito in “El gringo eskiador” girato in Sudamerica. Martin Figere ricostruisce in “A la recherche du bonheur” una spedizione speleologica del 1888, guidata dal padre della speleologia Alfred Martel. Un film in bianco e nero senza commento né dialoghi, un vero esercizio di stile.

Specialisti del cinema di documentazione sono gli inglesi, primo tra tutti Leo Dickinson con i suoi celeberrimi “Matterhorn-parete nord” del ‘76, ricostruzione della prima salita al Cervino, “Dudh Kosi-Relentles, River of Everest” del ’77, con la discesa in canoa di sei inglesi lungo le tumultuose acque del Dudh Kosi, “Everest unmasked – the first ascent without oxigen”, prima salita senza ossigeno al tetto del mondo realizzata nel ‘78 da Reinhold Messner e Peter Habeler, e infine “Filming the impossible” dell’82, in cui vengono raccontate ed esemplificate le acrobatiche risorse del cineasta costretto ad affrontare le situazioni più critiche.

Ottimi cineasti sono gli svizzeri Vincent Mercié, Bernard Reymond, Alain Piedeloup, Laurent Chevalier, Riquet Rossert ai quali si devono anche le straordinarie riprese dedicate all’intrepido Sylvain Saudan, lo “sciatore dell’impossibile”. Ma il documentario più completo e straordinario è a mio parere “Ski aux limites de l’oxigene” del 72, che riprende la discesa dal Mc Kinley, 6194 m, la più lunga della carriera di Saudan.

In Germania oltre a Lothar Brandler danno prova del loro talento innovativo Hartwig Erdenkaufer con “Warum” e Gerhard Baur, certamente il miglior cineasta di tutta la cinematografia di montagna.

                                                                                        Pierre Simoni

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