Dall’Artico agli 8000

La ricerca scientifica, l’alpinismo, la geografia e l’imperialismo tra gli anni 1880 e 1964 hanno fatto da filo conduttore dal 29 al 30 novembre 2018 nella sala Napoleonica di Palazzo Greppi a Milano a un convegno internazionale di studi organizzato dall’Università. Le varie relazioni hanno permesso di approfondire la stagione delle esplorazioni italiane, confrontandole con quelle a livello internazionale. Sono stati incrociati diversi approcci disciplinari: antropologia, geografia, storia, storia della scienza e studi ambientali. In concomitanza con il convegno intitolato “Dall’Artico agli 8000: ricerca scientifica, alpinismo, geografia e imperialismo in una prospettiva internazionale (1880-1964)” una mostra è stata allestita con immagini e documenti della spedizione del 1929 condotta da Aimone di Savoia-Aosta duca di Spoleto in Karakorum. Dell’iniziativa e dei numerosi spunti offerti riferisce qui Gian Celso Agazzi, medico e storico dell’alpinismo.

La commercializzazione del monte Everest

L’americano Peter H. Hansen del Worcester Polytechnic Institute ha parlato della commercializzazione del monte Everest (Chomolungma, il suo nome storico) nel corso del XX secolo. Si tratta di un fenomeno che ha avuto inizio nel XIX secolo quando la montagna venne misurata. Prima di allora la vetta delle grandi montagne era solo e idealmente riservata agli dei e ai re. Poi, giunsero le grandi spedizioni con alpinisti e scienziati. Hansen ha scritto un libro sulla commercializzazione dell’Everest per la Harvard University Press. La commercializzazione dell’Everest è dovuta al fatto che dagli alpinisti-eroi degli anni’ 20 si è passati a persone disposte a pagare profumatamente la possibilità di salire la Vetta Suprema con un unico sforzo: quello economico. Negli anni ’70 un articolo di un giornale britannico intitolato “Everest: climbers challenge or commercial venture?” ha sollevato la questione della commercializzazione della grande montagna himalayana. La venuta di molti occidentali ha creato lavoro per le popolazioni della valle del Khumbu, ma ha pure diffuso l’inquinamento e ha messo in pericolo la sicurezza di alpinisti inesperti che si sono avventurati sulle montagne himalayane. Così si è passati da una forma di alpinismo di esplorazione, quello degli inizi del XX° secolo, a un alpinismo di tipo commerciale, quello degli ultimi ‘20 anni. Tutto questo fenomeno ha favorito la commercializzazione delle spedizioni, implementando il business sulla montagna, sia per la gente del posto che per gli occidentali. Si parla delle eredità del colonialismo e delle conseguenze della globalizzazione. Alla base del cambiamento si individua il colonialismo un momento storico che ha caratterizzato la fine dell’Ottocento e gli inizi del Novecento. L’importanza prioritaria conferita alla ricerca scientifica, alla geografia e all’imperialismo ha, talvolta, mascherato le molteplici sfaccettature della commercializzazione della scalata dell’Everest negli anni ’70. Attualmente la montagna viene salita ogni anno da oltre 600 persone. I dibattiti internazionali hanno evidenziato la diversità globale del rischio e le disparità del benessere. La storia dell’alpinismo fu agli inizi considerata quale metafora del trionfo della civilizzazione, quindi, un fatto positivo, che, però, nel tempo creò problemi. La sua particolare condizione di montagna più alta del mondo ha avviato dibattiti e discussioni sui retaggi del colonialismo e sulle pesanti conseguenze della globalizzazione.

Alpinismo globalizzato. Jon Mathieu dell’Università di Lucerna ha tenuto una relazione riguardante la globalizzazione dell’alpinismo. Si tratta di un fenomeno che ha contribuito su scala mondiale alla diffusione di tendenze, di idee, e di pensieri. Il progressivo affermarsi di questa attività a livello mondiale a partire dalla fine del XIX secolo rappresenta un fatto molto evidente che ha portato alla globalizzazione dell’alpinismo stesso che continua anche ai nostri giorni. Le Alpi vanno viste come un luogo da sempre abituato alle “contaminazioni virtuose”, cioè agli scambi tra il basso e l’alto, e tra popolazioni con culture e stili di vita assai diversi. Le strade, le automobili, gli aerei hanno permesso di appiattire in un certo senso i popoli di montagna su una posizione di acritica sottomissione alla civiltà globale, oppure di nostalgica difesa di un passato che non esiste più. Ciò è successo anche in Himalaya. L’emigrazione permanente, il turismo di massa, l’affermazione del modello consumistico urbano, la crisi e la scomparsa della cultura del limite e della solidarietà, nonché i processi di spaesamento e di disagio creati dalle trasformazioni tecnologiche e non di fine secolo hanno contribuito a globalizzare l’alpinismo. In tal modo molti individui che, prima non lo conoscevano, si sono avvicinati all’alpinismo che li ha affascinati, coinvolgendoli. In molti si sono recati in zone montuose del pianeta prima poco conosciute. L’alpinismo è stato globalizzato in un modo “rumoroso”, caratterizzato da un’attenzione e da una reazione pubblica intense, in un modo “silenzioso”, meno noto nel campo dell’organizzazione internazionale.

Antropologia di montagna. Maria Luisa Nodari della Mongolia & Inner Studies Unit dell’Università di Cambridge ha trattato l’antropologia delle spedizioni dalle Alpi all’Himalaya. La ricercatrice ha parlato di “storie epiche”, confrontando “azioni eroiche” di alpinisti europei, cinesi e tibetani. Qualcuno ha detto che l’alpinismo può essere considerato un “rituale teatrale”, in cui si possono osservare ideologie come eroismo, colonialismo, epica, sacrificio che potrebbero trovare un’ideale attuazione sul palcoscenico della montagna. L’alpinismo può essere considerato come una pratica sociale e culturale, che evidenzia tradizioni quali quella tibetana, ai margini del mondo internazionale. Team misti di alpinisti cinesi e tibetani hanno scalato l’Everest in tempi di crisi e di minacce per l’unità nazionale. L’Everest è stato un simbolo per la propaganda della Repubblica Popolare Cinese.

La politica di potenza. Marco Cuzzi dell’Università degli Studi di Milano ha parlato del Fascismo e della “politica di potenza” nella svolta del 1928. In questo anno si ebbe una serie di imprese scientifiche, sportive ed esplorative che stabilì la specificità e la centralità della “nuova Italia” nel mondo internazionale. L’Italia, divenuta sempre più aggressiva e focalizzata sulla prestanza fisica, avviò una stagione di missioni scientifiche in zone remote che vennero anticipate dalle spedizioni di Tucci in Tibet nel 1933 e nel 1936. Nel luglio del 1937 venne stipulato il “Patto asiatico” tra Turchia, Persia, Iraq e Afghanistan. Le alleanze con Kabul e Teheran prima e, poi, con il putsch di Baghdad del 1941 avrebbero rappresentato una mossa contro l’impero britannico, un concreto sostegno istituzionale alle successive spedizioni in Karakorum.

Dall’Italia al Karakorum. Stefano Morosini dell’Università degli Studi di Milano ha presentato una relazione a proposito del ruolo avuto da parte degli italiani nell’esplorazione, nello studio e nella pratica alpinistica nella regione del Karakorum. Il relatore ha parlato del poco noto viaggio del valdostano Roberto Lercoz che nel 1890 giunse ai piedi del K2, tentandone (forse) la salita. A partire dal 1892 geografi e alpinisti britannici realizzarono esplorazioni impiegando guide alpine italiane. Nel 1909 Luigi Amedeo di Savoia, duca degli Abruzzi, realizzò una spedizione al K2, mentre Filippo De Filippi ne guidò una tra il 1913 e il 1914. Tra il 1928 e il 1929 Aimone di Savoia, duca di Spoleto, organizzò una spedizione e Giotto Dainelli ne effettuò un’altra nel 1930. Ma si dovette aspettare il 1954 perché la vetta venisse conquistata dal geologo italiano Ardito Desio. Le suddette spedizioni presentarono oltre ad aspetti esplorativi, scientifici e alpinistici anche un significato politico-nazionale costituendo un caso significativo di “colonialismo verticale”.

L’alpinismo si internazionalizza. Ilaria Scaglia dell’Aston University di Birmingham ha descritto gli scopi internazionalisti dell’UIAA (Unione Internazionale delle Associazioni di Alpinismo) tra il 1939 e il 1951. L’alpinismo rappresentò in quei tempi un mezzo essenziale per la formazione di idee e di pratiche internazionaliste. Le montagne divennero un mezzo ideale per la cooperazione internazionale.

La lettura del paesaggio. Roberto Basilio del Kungliga Tekniska Högskolan di Stoccolma e del Rachel Carson Center di Monaco, ha illustrato le Environmental Humanities (post-coloniali). La combinazione di ambiente e di discipline umanistiche ha modificato entrambi gli ambiti. Le Environmental Humanities ci offrono una dimensione interpretativa e alcuni strumenti analitici che permettono di leggere il paesaggio come testo complesso.

Ricordo di Roberto Almagià e Lucio Gambi. Sandro Rinauro dell’Università degli Studi di Milano ha parlato del rapporto docente-discente che lega Roberto Almagià e Lucio Gambi due tra le guide più influenti di quella branca della geografia definita “umana”. Gambi fin dalla giovinezza accademica prese le distanze dagli orientamenti scientifici del maestro. Sferrò la prima denuncia in ambito geografico delle compromissioni di diversi colleghi con l’imperialismo fascista. Almagià si schierò rapidamente a favore del progetto culturale di Giovanni Gentile.

C’era una volta la Società Geografica Italiana. Claudio Cerreti dell’Università degli Studi di Milano è intervenuto per parlare della Società Geografica Italiana, nata nel 1867. Avrebbe svolto una sua diplomazia scientifica in competizione con le società geografiche estere. Anticipò e trainò i tentativi coloniali italiani, promuovendo spedizioni in Tunisia, Africa Orientale, Insulindia, Libia, Albania e Vicino Oriente. Ministri, diplomatici, banchieri e altissimi funzionari furono presenti tra i dirigenti della Società per almeno sessant’anni.

Il dirigibile a bordo del quale Umberto Nobile raggiunse il Polo Nord nel 1926. In apertura un’immagine della spedizione del 1929 condotta in Karakorum da Aimone di Savoia-Aosta duca di Spoleto.

Il caso Umberto Nobile. Luigi Zani dell’Università degli Studi di Roma – La Sapienza ha parlato di “Umberto Nobile tra due totalitarismi”. In particolare ha raccontato la storia del lungo soggiorno in Unione Sovietica dal 1931 al 1936 del generale italiano, celebre costruttore e pilota di dirigibili. Nobile era stato negli anni Venti il protagonista dell’epopea del dirigibile in Italia ed era divenuto, dopo la trasvolata del polo Nord nel 1926 a bordo del “Norge”, un eroe del fascismo. Dopo la tragedia del dirigibile Italia avvenuta nel 1928 il suo mito svanì. A questo punto emigrò in Unione Sovietica per costruire dal nulla la dirigibilistica russa. Nobile venne spinto a fare ciò da un desiderio di rivincita morale e professionale, dalla passione per l’esplorazione artica, dal mito del pack e dalla ricerca delle tracce dei compagni morti nel 1928.

Nobile e la Norvegia. Steinar Aas della Nord Universitet di Bodø in Norvegia, ha voluto ricordare le spedizioni artiche di Umberto Nobile nel dibattito pubblico norvegese tra il 1926 e il 1928. Quando l’esploratore polare norvegese Roald Amundsen si interessò dei dirigibili del pioniere dell’aviazione italiana Umberto Nobile, ebbe inizio un periodo della storia della Norvegia contrassegnato da orgoglio e rivalità nazionale. In seguito alla partecipazione italiana all’attraversata transpolare Amundsen-Ellsworth-Nobile nel 1926 ebbe inizio un’ostilità norvegese nei confronti di Nobile e dei suoi connazionali del fascismo. I record stabiliti da Fridtjof Nansen e Roald Amundsen contribuirono al processo di creazione dell’identità nazionale della Norvegia, da poco indipendente. Il nazionalismo degli anni ’20 contribuì allo sviluppo delle idee coloniali norvegesi nei territori delle regioni polari, l’”imperialismo del mare Artico”. Quando Nobile si schiantò sui ghiacci dell’Artico con il dirigibile Italia e Roald Amundsen scomparve nel corso delle ricerche, l’opinione pubblica norvegese incolpò Nobile perfino per la morte di Amundsen, usando parole ingiuriose.

L’esplorazione artica britannica. Peder Roberts del Kungliga Tekniska Högskolan di Stoccolma, è, poi, intervenuto per parlare dell’alpinismo e della scienza nel corso dell’esplorazione artica britannica tra il 1920 e il 1960. La cultura dell’esplorazione polare britannica soprattutto da parte delle due università di Cambridge e Oxford, nel periodo tra i due conflitti mondiali, ha avuto un ruolo importante durante la Guerra Fredda. James Wordie, Gino Watkins e Lawrence “Bill” Wager organizzarono una serie di spedizioni artiche comprendenti attività di esplorazione geografica (alpinismo in particolare), di ricerca geologica, di misurazioni meteorologiche e altri esperimenti. I membri della scuola di Oxbridge contribuirono ad organizzare spedizioni in Himalaya. I retaggi di questo gruppo andavano dalla pianificazione della riuscita conquista dell’Everest nel 1953 fino allo sviluppo della ricerca nell’Artico in Canada dopo il 1945, promossa anche dall’”Arctic Institute of North America”. Per tutti questi uomini l’alpinismo ha continuato ad avere una duplice funzione di forma di sport importante e di dimostrazione della capacità di lavorare con profitto in condizioni estreme.

Le spedizioni scientifiche prima dell’Everest. Vanessa Heggie dell’”Institute of Applied Health Research” di Birmingham ha passato in rassegna alcune spedizioni internazionali in alta quota tra il 1880 e il 1964. Negli anni che precedettero la spedizione all’Everest del 1953 fisiologi, medici e altri scienziati organizzarono imprese alpinistiche per studiare gli effetti dell’alta quota sull’organismo umano.

Scanner per la mostra. Maurizio Barondi e Lorenzo Todeschini del PFU (EMEA) Ltd della Fujitsu Company hanno descritto gli scanner Fujitsu che sono serviti per la realizzazione della mostra fotografica che ha fatto da corollario al convegno.

L’archivio di Milano. Infine, Stefano Twardik dell’Università degli studi di Milano ha ricordato che nell’Archivio Civico del Comune di Milano, oggi Cittadella degli Archivi, sono conservati i corposi fascicoli relativi a due spedizioni geografiche italiane: quella in Karakorum del 1928-1929, guidata da Aimone di Savoia-Aosta e quella al Polo Nord del 1928 guidata dal generale Umberto Nobile. Codeste spedizioni vennero sostenute dall’allora podestà di Milano Ernesto Belloni, che riuscì a costituire un comitato finanziatore per sostenere le onerose spese delle due spedizioni: 3,5 milioni di lire per la spedizione nell’Artico e 2 milioni di lire per quella in Karakorum. Otto voluminose cartelle raccolgono e documentano i molteplici aspetti delle due spedizioni dal punto di vista organizzativo e finanziario.

Gian Celso Agazzi

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