Spoon River sui tetti del mondo

“La nostra Spoon River sui tetti del mondo” è stato forse il titolo più suggestivo apparso sui giornali a proposito della tragedia di Daniele Nardi e Tom Ballard tra i ghiacci del Nanga Parbat. E’ stato fatto dalla Stampa quando cominciò ad apparire chiaro l’epilogo della scalata e di quei due non si trovava traccia. Sulla serie di lutti che da sempre costellano le spedizioni sugli ottomila si è autorevolmente espresso in quell’occasione Enrico Martinet chiamando in causa la celebre “Antologia di Spoon River“, raccolta di poesie del poeta statunitense Edgar Lee Masters che raccontano, in forma di epitaffio, la vita dei residenti di un immaginario paesino del Midwest statunitense. Tutto vero, tutto documentato laggiù come in quest’immensa “collina dello Spoon River”, memoria di vite umane, che è l’Himalaya.

Come non ricordare che fra i 200 corpi imprigionati nei ghiacci dell’Everest, fra le centinaia di altri ingoiati da crepacci, abissi rocciosi, coperti per sempre da tempeste furiose, monsoni furibondi, ci sono anche italiani? Il K2 ha trattenuto i corpi di Lorenzo Mazzoleni nel 1995 e di Stefano Zavka nel 2007. Entrambi scivolati via in uno dei punti più pericolosi della “montagna degli italiani”, il collo di bottiglia. Il Nanga Parbat ha scritto lo stesso destino per due grandi alpinisti amici, Karl Unterkircher e Walter Nones. Nel 2008 erano insieme a Simon Kehrer sul versante Nord, il Rakhiot. Obiettivo: una via nuova. Occorre continuare e sentirsi  affibbiare l’accusa di sciacallaggio?

Ma come si può pretendere che una missione “impossibile” come quella costata la vita a Daniele e Tom, un dramma umano che tiene per giorni col fiato sospeso l’opinione pubblica in un’altalena di speranze e delusioni, come si può sperare che non debba trovare riscontro sulla stampa solo perché “questo è il tempo del silenzio e del rispetto” come vorrebbe un noto alpinista? Michele Dalla Palma, autorevole firma della montagna e dell’outdoor, qualificato professionista della montagna, nega che sia mai successo, di fronte alla morte di un pilota di F1 o di moto, o di fronte alla morte, per qualsiasi causa, di un attore o di un personaggio pubblico, che qualcuno abbia invocato il diritto all’oblio. “Mentre il personaggio in questione ancora esala l’ultimo respiro”, osserva giustamente Dalla Palma riferendosi ad altri ipotetici scenari, “già si scatena la ridda di ipotesi su fatalità o errore umano, su incidente o volontarietà, e nessuno ha mai avuto nulla da ridire”.

Una delle pagine della Gazzetta dello Sport dedicate alla drammatica scalata al Nanga Parbat.

Sciacallaggio? La vicenda umana di Tom Ballard, figlio di una celebre alpinista scomparsa sul K2 è quella che ha fatto più breccia in questi giorni nell’opinione pubblica. Postato in mountcity nella primavera del 2016, l’articolo sul film che quell’anno gli era stato dedicato al TrentoFilmfestival (quando Tom collezionava successi sulle montagne del mondo) ha ricevuto in questi giorni in questo sito un numero incredibile di visite. E ancora continua quotidianamente a riceverne. Talvolta al web, così come al cuore, non si comanda.

A Tom e Daniele va l’ammirazione senza riserve di quanti ne hanno seguito per anni le gesta, e questo spiega come la loro sfortunata impresa li collochi nell’olimpo dell’alpinismo, nel cerchio magico degli eroi considerati intoccabili e, fino a un certo punto, ingiudicabili. Giusto o no che sia così, il valore di Daniele Nardi fu ufficialmente riconosciuto fin dal 2011 quando a Porretta Terme si aggiudicò il Riconoscimento Consiglio del Club Alpino Accademico Italiano. Condivise in quell’occasione il successo con Roberto Delle Monache per avere tracciato nel Garhwal Indiano, tra Bhagirathi III e IV, la via “Il seme della follia”. Dedicata a Walter Bonatti, con difficoltà WI5+, M6/7, A2/A3, la via presentava 1250m di sviluppo e 1018m di dislivello. Venne realizzata con 3 bivacchi di cui 2 in parete. Furono 52 le ore di scalata e circa 14 si resero necessarie per scendere, per un totale di 66 ore e 4 giorni di impegno complessivo. Daniele entrò a vele spiegate nell’alpinismo himalayano con entusiasmo e dedizione, mettendosi continuamente in gioco fino alla grande sfida del Nanga Parbat su quello sperone Mummery che per alcuni costituisce le colonne d’Ercole dell’alpinismo di domani. Ancora valicabili? E a che prezzo?  (Ser)

Daniele Nardi posa nel 2011 accanto al compagno di scalate Roberto Delle Monache dopo avere ricevuto a Porretta Terme il Riconoscimento Consiglio. Sulla sinistra l’allora presidente del Club accademico Giacomo Stefani, sulla destra l’allora presidente del Cai Umberto Martini (ph.Serafin/MountCity)

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