Pazzo clima. L’abbraccio al Morteratsch che soffre

Uno dei pali che segnano le fasi dell’arretramento del ghiacciaio Morteratsch.

Laghi ghiacciati, neve perfetta, compatta, veloce. E la termica che soffia regolare dal Maloja verso nord. Che cosa chiedere di meglio a una maratona con gli sci? E infatti Dario Cologna, trentatreenne di Davos Dorf, ha stabilito l’11 marzo 2019 all’arrivo a S-Schanf, dopo 42 tiratissimi chilometri, il record dell’Engadin Skimarathon: 1 ora 22’, più una manciata di secondi. “Allegra Engadina” in questo marzo 2019 non è soltanto lo slogan ufficiale delle organizzazioni turistiche. E’ una realtà. Era capitato, in anni in cui ancora non si parlava di anomalie climatiche, che proprio il giorno della gara, in genere la seconda domenica di marzo, i laghi si squagliassero mestamente, come per dispetto, e che una pioggerella trasformasse la pista in un’interminabile pozzanghera. E invece quest’anno, complici i venti gelidi che soffiavano dai mari del nord, il clima è stato ideale e 11 mila sciatori se la sono spassata sullo sfondo di un’Engadina ancora invernale, apparentemente intatta nei suoi splendori: la magica Sils appollaiata sotto il Piz Grevasalvas con Silvaplana che ti viene incontro in fondo al lago, il tuffo verso Sankt Moritz tra gli appassionati che affollano, facendo bisboccia, il Langlaufzentrum. Infine la traversata della foresta di Staz per fiondarsi con qualche capitombolo su Pontresina e sorbirsi l’interminabile discesa verso S-Chanf.

Inondata da un sole impertinente, quello sì primaverile!, immersa in silenzi appena scalfiti dal frusciare degli sci dei concorrenti sulla neve ancora polverosa, così appariva l’Engadina che noi milanesi abbiamo nel cuore. E costante era l’impressione che lassù l’intervento umano fosse appena percepibile e la qualità della natura ancora elevata nonostante il fiorire di nuovi condomini tirati su con eleganza, non come certi squallidi villaggi dormitori delle nostre Alpi. Possibile, veniva da chiedersi immergendosi negli smisurati paradisi engadinesi, che soltanto sul 17% (poco più di 7.000 chilometri quadrati) del territorio svizzero siano ancora presenti aree con natura che si presume incontaminata? Se queste sono state le conclusioni di una ricerca di Mountain Wilderness, per capire meglio la situazione basta allora sfogliare il grande libro aperto sull’evoluzione climatica di cui sono testimoni i maestosi ghiacciai delle Retiche. Per cominciare, un paio di chilometri a est oltre Pontresina, è obbligatorio l’incontro con il Morteratsch che soffre. Una gita stupenda, che col bel tempo si trasforma in una specie di pellegrinaggio. Il gigante di ghiaccio è in sfacelo, ridotto a un fazzoletto, assediato dal global warming. Eppure intatta è la magia di questa piccola valle chiusa tra due morene, alla cui testata svettano il Bernina, l’Argient, il Palu e altre meraviglie.

La partenza dal passo del Maloja della Skimarathon 2019 (Arch. Engadin Skimarathon). In apertura la pista pedonale sul vicino ghiacciaio di Morteratsch (ph. Serafin/MountCity)

Verso il fronte della vedretta del Morteratsch, sulla striscia di neve creata dai battipista, soda e scrocchiante come di solito avviene nel cuore dell’inverno, si avvicendano in questa incipiente primavera i pedoni e gli sciatori avventurosamente scesi dalla Diavolezza lungo la vedretta dell’Isla Persa. Cammina cammina, a quota duemila da bravi pellegrini ci si lascia alle spalle la stazione del trenino rosso e il brulicare dei turisti affamati di bratwurst e raclette. Il cielo è sfacciatamente azzurro mentre tenui nubi lenticolari sembrano proteggere le creste sommitali del Palu. Tutto è immerso nel candore, tra ricami di ghiaccio e morbide ondulazioni da cui spuntano magri alberelli mentre si arranca a piedi verso il capezzale del malato.

Ma non facciamoci illudere dalla primaverile coltre nevosa. Silenziosamente, il ghiacciaio o meglio ciò che resta delle sue viscere, non smette di arretrare e noi pellegrini risalendo la valle siamo affettuosamente partecipi delle sue sofferenze. Con discrezione, senza dare troppo nell’occhio, lungo la pista pedonale che percorriamo una sequenza di pilastri grigi sono stati conficcati nel terreno per segnalare il regresso di anno in anno del ghiacciaio. Tenuto conto che il ritiro è annualmente di 16,2 metri, si tratta di un’enormità. In questa inesorabile via crucis, tra questi pali un po’ spettrali, è scritto anche l’amaro destino delle nostre Alpi. Se non ci sarà un’inversione di tendenza, se la vivace presa di coscienza di tanti giovani in questi tempi tormentati non sortirà qualche effetto, gli esperti prevedono che nel 2050 il Morteratsch avrà del tutto lasciato il fondovalle rintanandosi sulle pendici del piz Argient e del Palu. Una prospettiva inquietante a cui è difficile rassegnarsi. Ma il tempo purtroppo passa in fretta e quel dannato 2050 sembra già alle porte anche se nell’allegra Engadina tutto oggi contribuisce a farcelo dimenticare. (Ser)

La primavera tarda ad arrivare sui laghi ghiacciati dell’Engadina (ph. Serafin/MountCity)

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