Icaro e le trappole euristiche

Perché mai, com’è possibile? E’ capitato di chiederselo in certe estati davanti allo stillicidio di morti in montagna, diversi dei quali appartenenti alla categoria dei maestri ritenuti invincibili. Sono caduti e cadono istruttori del Cai di provata esperienza, protagonisti della corsa agli ottomila, uomini del Soccorso alpino. Pura fatalità? Di un alpinismo che rasenta la follia si discute molto in questi giorni in seguito alla tragica scalata del Nanga Parbat e Michele Della Palma annuncia (opportunamente, a nostro avviso) un’indagine giornalistica su dove finisce l’avventura e comincia la follia. Con interventi qualificati: Simone Moro, Piero Giglio, Piergiorgio Vidi e Simona Pederiva. L’argomento è complesso e si presta a non pochi equivoci. E’ noto che gli esperti, pur esposti a un maggior rischio, sono in grado di sviluppare il processo decisionale riducendo gli errori umani. Ma non sempre è così. Al contrario, è dimostrato che un’eccessiva familiarità con il pericolo, un’eccessiva fiducia nel pur comprovato valore dei compagni di escursione o un eccesso di determinazione possono essere all’origine di comportamenti sbagliati.

È vero che la montagna “uccide”? Come affrontarla senza offenderla? Su interrogativi come questi si confrontano spesso celebri alpinisti come René Desmaison (foto). In apertura Dedalo e Icaro, opera di Lord Frederic Leighton (particolare).

“E’ bella, maestosa, affascinante, ma in questo mondo verticale il minimo errore può essere fatale”, annota René Desmaison nella sua autobiografia “Le forze della montagna” (Corbaccio, 2009). Desmaison ha pagato a caro prezzo i suoi errori e non sa trattenersi dal mettere in guardia gli amici alpinisti. “Ogni estate”, spiega il “Bonatti francese”, “ci si ricorda che anche i più forti diventano vulnerabili”. E senza compiacimento, in veste di dissuasore, descrive un orribile spettacolo di morte “con la speranza che i giovani alpinisti che leggono siano sempre più prudenti”.

La scena riguarda il canalone dell’Isolée, nel gruppo del Bianco. In una delle Aiguilles du Diable una caduta di quattrocento metri non perdona. E infatti a Desmaison, impegnato con gli uomini del soccorso alpino di Chamonix, orribile appare lo spettacolo di due alpinisti travolti da una frana che si è sviluppata nel canalone. “Non osavamo avvicinarci ai cadaveri ma dovevamo farlo”, è il suo racconto. “Un orrore! Bisognava guardare la morte in faccia, sentire l’odore dolciastro del sangue. Da brivido, e infatti tremavo già. Al posto delle teste non restava che la maschera di due volti piatti, braccia e gambe erano a pezzi, tronco e ventri scoppiati, gli intestini impigliati nelle corde. Avevo la nausea”. Non capita spesso nei libri scritti da famosi alpinisti di imbattersi in racconti altrettanto crudi.

“Ma non è una pazzia?” si chiedeva Dino Buzzati nell’Italia del boom impregnata di pragmatismo, l’indomani della tragedia del Freney che nel luglio del 1961 costò la vita ad Andrea Oggioni e ai francesi Pierre Kohlman, Robert Guillaume e Antoine Vielle. Non è forse una pazzia talvolta questo alpinismo, viene da chiedersi ancora oggi? Non ci si diede pace nel 2009 (è solo un esempio) per la scomparsa dello sloveno Tomaz Humar durante una delle sue scalate solitarie in Himalaya, per la sua agonia tra i ghiacci in attesa dei problematici soccorsi. Indimenticabili la sua aria dolcissima, il sorriso intenso, una stretta di mano di quelle che stritolano.

Sulla scorta di Buzzati si può cercare una risposta alla domanda se l’alpinismo sia una pazzia. Risposta che potrebbe essere la seguente: guai se a questo mondo non ci fossero uomini come Humar o Oggioni, o Kohlman. Non è forse vero come scrisse Buzzati che quando partirono gli argonauti, quando Ulisse tentò le colonne d’Ercole, quando Icaro fece il famoso volo, i commenti in piazza furono tali e quali oggi e gli eroi vennero considerati dei pazzi? Si può condividere che “scalare una montagna”, come si legge su una locandina del Cai di Bergamo, “significa strategia, impegno, competenza, energia, tenacia, disciplina, fiducia nelle proprie capacità e in quelle dei compagni per raggiungere l’obiettivo, spesso la vetta sognata da tempo, per ammirare nuovi paesaggi e dare spazio a nuove e rinnovate emozioni”. Niente che in apparenza abbia a che fare con l’eroismo. Eppure nessuno può dire verso quali traguardi conduca la ricerca delle emozioni.

Kurt Diemberger, che nei suoi scritti sa dosare da par suo le emozioni raccontando, da buon ricercatore dell’ignoto, la corsa alla vita e gli incontri con la morte, ha provocatoriamente esposto alla curiosità del visitatore in una rassegna a Kitzbuhel un suo dito mozzato dal gelo nell’inferno del K2 in cui gli riuscì la più grande impresa della sua vita: sopravvivere. Un reperto macabro e ammonitore, giudicato da qualcuno di cattivo gusto, che la disse lunga sulle incognite della corsa alla vetta degli ottomila. “Raggiungere la meta, e tornare a casa, è una partita a scacchi”, ha affermato senza mezzi termini Stephan Glowacz sottolineando a onor del vero anche il valore della rinuncia. A sua volta lo specialista in arditissime scalate “free solo” Alexander Huber ha sottolineato come il senso dell’alpinismo sia affermare se stessi nel pericolo, nel rischio, nella minaccia, quando si è immersi nella natura selvaggia: sono sensazioni, osserva Huber, di un’intensità tale che rimangono indelebili nella memoria dell’alpinista a differenza delle migliaia di giorni della “vita normale” che passano in un lampo e scadono nell’oblio. Sarebbe, ad avviso del fuoriclasse tedesco, la “gestione della consapevolezza del punto di non ritorno” la vera chiave dell’impresa alpinistica.

Una bassa percezione del rischio e un’eccessiva familiarità con un certo pericolo tendono a far sottostimare le conseguenze e la probabilità di venire coinvolti in incidenti. Specie in valanga.

Saper prendere la decisione “proseguo o no?” dipende però anche da regole etiche che talvolta vengono ignorate. “E’ appurato che nelle grandi montagne himalayane”, osserva Piero Nava che fece parte della spedizione Monzino all’Everest del 1973, “vige ormai – perfino tra componenti di un gruppo omogeneo – il tacito accordo che ciascuno pensa a se stesso senza alcun obbligo, neppure di salvataggio, nei confronti degli altri…Certo a quelle quote, anche pochi minuti di ritardo possono compromettere il raggiungimento della cima; il problema è soltanto capire se vale di più la corsa alla vetta o il principio di solidarietà; e a quelle quote, mente e cuore spesso non possono ma qualche volta non vogliono capire”.

“Spesso”, osserva il re degli ottomila Silvio Mondinelli, “dimentichiamo di essere uomini, non robot. E quando cala la tensione il rischio diventa altissimo”. Per giungere a una possibile conclusione di questa tiritera si dovrebbe tenere conto, non solo in montagna, delle tante “trappole euristiche” in cui si può incappare: legate cioè al nostro empirismo, alla mancanza di un metodo rigoroso. A proposito di fattore umano, una bassa percezione del rischio e un’eccessiva familiarità con un certo pericolo o uno scarso autocontrollo sulle proprie pulsioni tenderebbe – lo diciamo con il condizionale – a far sottostimare le conseguenze e la probabilità di venire coinvolti in incidenti.

Quali sarebbero dunque le trappole euristiche più comuni che mettono a repentaglio la vita in montagna? Eccone alcune: familiarità (con un itinerario), eccesso di determinazione, ricerca del consenso sociale, aura dell’esperto e istinto gregario o effetto gregge, competitività eccessiva… Il problema è che il rischio, accettabile o meno, esercita una forte attrazione soprattutto sui giovani, così come nella mitologia attrasse Icaro conducendolo alla sua rovina. E a poco sembrano valere le campagne informative che esortano alla prudenza in montagna e, sicuramente, a nulla servono anche queste modeste parole buttate giù standosene (apparentemente) sicuri al calduccio, che possono sembrare ingiuste, ingenue, insensate o provocatorie a chi ritiene che ognuno sia libero di scegliere un possibile epilogo per la propria vita quando si convince che il mediocre tran tran di uomo comune valga ben poco. Ma non otterrebbe maggiore comprensione se invece di giocarsela in un dirupo, sotto le scariche delle slavine, mettesse in gioco questa sua vita per combattere da volontario contro i terroristi come è capitato di recente a un benemerito “crociato” italiano caduto in un’imboscata? (Ser)

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