Maraini, alpinista giramondo, si racconta

Dacia Maraini ne è certa. L’entusiasmo per la montagna e l’alpinismo di suo padre Fosco non è mai venuto meno con il passare degli anni, finché le gambe lo hanno retto. Ne è una dimostrazione “Farfalle e ghiacciai”, l’antologia di scritti della collana “Stelle alpine” (Ulrico Hoepli editore, 157 pagine, 22,90 euro) curata da Marco Albino Ferrari: forse il migliore modo di accostarsi al mondo di questo viaggiatore e studioso fiorentino dall’occhio di falco facendosi contagiare dalla sua travolgente e inarrestabile passione. Gli scritti si dipanano in un arco di quasi sessant’anni comprendendo brani apparsi in sedi diversissime, dal Corriere della Sera alla rivista del Club Alpino Italiano di cui Maraini fu socio onorario. Il rapporto che aveva Fosco con la natura era di sfida e di gioco, annota sempre Dacia nella prefazione del libro citato. Ma sempre con la natura Fosco instaurava un rapporto di confronto, senza trucchi, con generosità e lealtà. Basta leggere i suoi libri più famosi, dalle “Ore giapponesi” recentemente ripubblicato, a “Gasherbrum IV” per rendersene conto. Dalle poche immagini raccolte in questo libro della Hoepli (peccato!) ci si può anche rendere anche conto della sua passione per la fotografia. “Non si separava mai dalla sua macchina, felice di poter fermare il tempo”, scrive Dacia che ricorda ancora la sua vecchia Leica foderata di pelle, “pesante e bella nelle sue forme perfette”.

Nella foto di apertura Maraini incontra a Lecco negli anni Ottanta gli amici Riccardo Cassin (in maglione rosso) e Cesare Maestri. (ph. Serafin/MountCity)

Come mettere ordine nel fluire dell’amore per le montagne che fu una costante di Maraini? Il volume curato da Ferrari è a questo scopo organizzato saggiamente per sezioni geografiche: “Occidente”, “Oriente”, “Estremo oriente”. Sezioni che corrispondo ad altrettanti capitoli nella vita dell’autore. Avrà avuto quattordici o quindici anni Fosco quando gli prese la passione per la montagna, scoprendo a distanza, dal monte Morello che sovrasta Firenze, i profili drammatici delle Apuane. Passione condivisa, occorre aggiungere, con le donne della sua vita: la prima moglie Topazia Aliata che si legò alla sua corda e diede eccellenti prove come alpinista, e la seconda moglie, la dolcissima giapponese Mieko che gli fu vicina negli ultimi anni della sua vita e condivise con lui il buen retiro tra i silenzi della Garfagnana dove Fosco volle essere sepolto.

Dovendo scegliere tra i vari brani proposti, tutti ugualmente documentati e appassionanti, viene voglia di privilegiare quelli che riguardano il Sikkim e l’Hokkaido. In entrambe queste esplorazioni, Maraini ci tenne a usare gli sci, altra sua grande passione. Ci volle tutto il suo entusiasmo per risalire nel Sikkim la valle del Tista in mezzo ai tumulti delle acque da attraversare e a foreste brulicanti di sanguisughe. Finché, arrivato a un pianoro imbiancato di neve in vista del Kanchenjunga, si scatenò in salite e discese mozzafiato con gli sci, in un contesto ambientale che definì il Sestriere del futuro. Sciando gettò nel panico i portatori che si videro piombare addosso un Fosco pazzerellone e urlante di gioia senza avere ma visto in vita loro uno che calzava gli sci, oggetti demoniaci. “Mi credevano padrone di forze sovrannaturali”, racconta Maraini con ironica amabilità, la stessa amabilità con cui riesce a trasmettere non solo le emozioni accumulate in un mondo ancora tutto da scoprire ma anche l’intenerimento per la povera vita dei montanari himalayani. Sentimenti oggi estranei alla maggioranza se non alla totalità degli alpinisti, cuori aridi che praticano quell’alpinismo ”da pista” tanto stigmatizzato anche da Reinhold Messner al solo scopo di mettersi in vetrina ad uso degli sponsor e di giornalisti compiacenti. Magari ci fosse ancora un Maraini a raccontarci con amabilità dell’Himalaya e della sua gente! (Ser)

Commenta la notizia.