Quando gli dei si vendicano

Scorrendo sulla Treccani la bibliografia della voce “Piero Ghiglione” si può scoprire (http://www.treccani.it/enciclopedia/piero-ghiglione_(Dizionario-Biografico)/) che a tracciarne un esauriente ritratto “in memoriam” furono nel 1961 diverse firme illustri dell’alpinismo dell’epoca, tutte raccolte in un opuscolo dalla Fondation Suisse pour l’Exploration Alpine. Fra i tanti, Marcel Kurz, pioniere dell’alpinismo invernale, raccontò da par suo e in modo più che lusinghiero di questo stravagante amico. Quanti grandi alpinisti – e Ghiglione di sicuro lo era – possono vantare alla loro scomparsa un simile tributo? Leggendo su “Montagne 360”, organo ufficiale del Cai, una recensione del libro “Alpinista per scommessa” uscito recentemente per Alpine Studio, si apprende però che “solo un autore, storico dell’alpinismo e profondo conoscitore dell’ambiente e dello scenario delle imprese di Piero Ghiglione come Italo Zandonella poteva rendere con assoluta obiettività la biografia di una personalità tanto complessa e controversa”.

Nessuno in realtà mette in dubbio che la recente biografia di Ghiglione edita da Alpine Studio sia da considerare “veritiera e a tutto tondo”. Forse che poteva risultare bugiarda o artefatta? Tutto fa però pensare che ci sia chi è prevenuto sul conto del personaggio in questione. Stando a quanto si legge nella pubblicazione del Cai sembra che emerga fra i tratti salienti della sua personalità e del suo carattere soprattutto il “modo scontroso e scostante”. Per sovrapprezzo gli si getta addosso chiaramente del discredito a proposito dei “comportamenti nelle circostanze delle numerose tragedie che occorsero ai suoi compagni di avventure”. Non viene peraltro chiarito di quali comportamenti si sia trattato. Ci voleva tanto a essere più espliciti anche per rispetto del defunto? Di tragedie in cui fu coinvolto Ghiglione, salvo errori e possibili omissioni, ne risultano in effetti soltanto due di cui si è fatto un gran parlare. Sempre troppe, d’accordo. Una fu quella della Rasica in Val Masino, di cui il personaggio fu semplice testimone e non ebbe alcuna responsabilità. Casomai andrebbe ribadita in quella funerea occasione l’improvvida organizzazione del Cai fascista che mandò in quegli anni Trenta i suoi iscritti allo sbaraglio. In quell’altra tragedia del Monte Api due dei tre compagni di avventura andarono invece volontariamente incontro al loro atroce destino decidendo essi stessi le modalità della scalata ben sapendo di rischiare grosso. Uno dei tre precipitò invece in un torrente per non essersi messo in sicurezza. Ghiglione si sentì in dovere di approfondire (a sue spese come sempre) ogni circostanza in “Monte Api. Eroismo e tragedia”, un libro che in ogni pagina palpita di pietà e rispetto per gli sventurati. Fu un duro colpo anche per lui che ci mise del tempo per risollevarsi.

Piero Ghiglione (1883-1960) con la giovane seconda moglie Maria Luisa poco prima di morire. In apertura una maschera usata dall’alpinista alle alte quote (archivio Corriere della Sera).

Fu una sorta di “nemesi”, come si legge nella recensione nella rivista del Cai, quella culminata nella tragica fine di Ghiglione in un incidente d’auto a 77 anni? E perché mai il vecchio avventuriero avrebbe meritato una simile punizione divina (“vendetta fatale di una colpa o di un oltraggio rimasto impunito” è il significato del termine nemesi secondo il dizionario del Battaglia) visto che le sue eventuali colpe sono tutte da dimostrare e i suoi eventuali peccati andrebbero considerati veniali a fronte dei meriti? Il Cai, a cui Ghiglione era iscritto, non potrebbe invece mettere l’accento, parce sepulto, sulla sua generosità anziché infierire? Nell’Archivio notarile presso il Tribunale di Milano è conservato il testamento con cui, alla sua scomparsa, l’alpinista lasciò al Club alpino venti milioni di lire: una piccola fortuna per quei tempi, destinata a costruire un rifugio “da erigersi al nome Lucia-Piero (Ghiglione) in zona alta Monte Bianco, versante Brenva”. Il documento, a testimonianza della sua generosità e della sua rettitudine morale, venne esposto in copia in una recente mostra di immagini e cimeli che il Museomontagna (del Cai) gli dedicò senza troppi clamori ed evidentemente all’insaputa dei biografi “a tutto tondo” di Ghiglione. Resta, per concludere, il dubbio che certi stereotipi siano duri a morire quando vengono coltivati da mentalità ipocrite, avvezze a scomuniche e piccinerie. Tutti atteggiamenti di cui il Cai dovrebbe invece, nel suo interesse, fare piazza pulita. (Ser)

Commenta la notizia.