Sali 2886 gradini e sei in paradiso

Dal sito “Sentieri d’autore” è tratto l’itinerario di Albano Marcarini pubblicato a suo tempo su Bell’Italia 218, giugno 2004, aggiornato il 13.12.2009. Una descrizione più approfondita di questo itinerario si trova nella guida dello stesso Marcarini “Di passo in passo, dal S. Bernardino al Bernina”, Lyasis 2006, 248 pag., 18 euro. Qui sotto le case di Savogno in un disegno di Marcarini.

La mulattiera, un’opera d’arte. Per raggiungere Savogno si sale solo a piedi e in verticale. Il villaggio, mai toccato da strade, sta lassù, a quasi mille metri d’altezza su un balcone naturale che guarda la porzione italiana della Val Bregaglia, in Lombardia, a due passi da Chiavenna. La gente del posto lo protegge come un’icona perché, senza le contaminazioni moderne, ha conservato tutto il sapore dei tempi andati: le alte case in pietra con i loggiati in legno, la bella chiesa parrocchiale, le stalle, il torchio per l’uva, le fontane, il forno per il pane. Mancano gli ‘orginari’, cioè le persone che lo abitavano, anche se, alla festa o in estate, sono decine le famiglie che ritornano a vivere le case dei propri avi, fosse solo per un giorno o per una settimana.

Mai come in questo caso il ‘piatto forte’ dell’escursione si fa precedere e seguire da altre laute portate. La Bregaglia italiana è la ‘valle delle meraviglie’. La prima viene servita già alla partenza, presso l’abitato di Borgonovo, dove si lascia l’auto. È la cascata dell’Acqua Fraggia che precipita dall’alto gradino roccioso di una ‘valle pensile’, cioè tagliata a mezz’altezza circa 15 mila anni fa da lavorìo erosivo del ghiacciaio. Il sentiero parte proprio da lì sotto con il viso spruzzato dalle gocce polverizzate dell’alto salto d’acqua. La mulattiera di Savogno è strepitosa e non è indecoroso paragonarla a una vera opera d’arte. Una scala continua di 2886 gradini che si appoggia alla roccia. Sulle strette balze coltive ci si rende conto di cosa si viveva un tempo da queste parti: castagne e vino, qualche animale da portare al pascolo. Il villaggio appare solo dopo un’ora, nel mezzo di una radura fra i castagni.

Le case, per guadagnare il sole, sono disposte a scalare su per il pendio, con lunghi e stretti loggiati in legno che coprono l’intera facciata. Potrebbe sembrare un luogo angusto ma basta sostare sul sagrato erboso della chiesa, sostenuto da un poderoso muro in pietra, per dilatare lo sguardo non solo sul villaggio, ma anche sul fondovalle, fino a Chiavenna e sulle vette dello Sciora. Nella scuola è stato ricavato un’accogliente rifugio che ospita per la notte o anche per un meritato pranzetto. Con poca fatica l’itinerario si chiude ad anello. Si lascia Savogno dalla parte del camposanto, si supera il torrente Acqua Fraggia e si rimonta l’opposto versante, allietato da una cappella votiva. Non è raro scorgere stambecchi. Poi si guadagna un’altra bella radura, vigilata dalle case di Dasile, altro villaggio montano, in situazione ancor più ariosa e panoramica di quella di Savogno.

A questo punto occorre seguire con attenzione le tacche bianco-rosse del sentiero che, sotto la conca del villaggio, scende a valle. Un’infinita teoria di terrazzi in abbandono rivela fino a quali estremi ricorrevano i nostri antenati per ricavare un fazzoletto di terra coltiva. La pietra di granito, scaldata dai raggi del sole, facilita l’acclimatazione di pianticelle rupicole. Il sentiero approda infine al Crotto della Cànoa, tradizionale luogo conviviale, e poi attraversa le case di Sant’Abbondio, frazione di Piuro. Presso la locale chiesetta si trova un piccolo Museo: documenta l’immane frana che nel 1618 portò alla totale rovina il ricco borgo di Piuro, con la morte di quasi mille persone.

Albano Marcarini

da Sentieri d’autore

One thought on “Sali 2886 gradini e sei in paradiso

  • 28/03/2019 at 17:02
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    Apprezzo l’iniziativa di ricordare il bellissimo abitato di Savogno e il paesaggio umano che lo circonda: sono esempi di un vivere che dovrebbero portarci a riflerttere sul nostro oggi. Se volete dare un aggiornamento all’articolo, vi segnalo che sono in corso dei progetti di recupero sistematico dei terrazzamenti, come opera meritoria di un ente fondiario di recente creato ( e questa è la notizia molto positiva) e che una strada carrozzabile arriva al momento a 1/4 d’ora di marcia da Savogno e che proseguirà sino alla meta( forse servirà a ripopolare il villaggio, ora abitato solo dai due gestori del rifugio?). In altre analoghe situazioni la presenza di una strada non è servita a riportare popolazione stabile, ma solo a facilitare la manutenzione e la frequenza episodica. Se siete interessati a questo tipo di problematica potreste venire a valutare la realtà di Codera, villaggio a due ore a piedi, sito in Val Codera, a pochi chilometri da Savogno, ma stranamente quasi mai portato a esempio di una montagna viva, dove ci si impegna contro l’abbandono, troppo spesso etichettato come ineluttabile: a Codera ci sono ancora alcuni abitanti stabili, il più giovane ha superato da poco la quarantina e alleva capre, la più anziana ha superato da poco la novantina, vi sono 2 esercizi pubblici, di cui uno in funzione dal 1935, e l’Associazione Amici della Val Codera onlus, pur tra mille difficoltà. da quasi quarant’anni si dà da fare per mantenere autentico e non imbalsamato il paese, viva la valle, e vitale soprattutto il paesaggio umano con produzioni agricole della tradizione (trovate il programma 2019 a questo sito. http://www.valcodera.com . Certo, bisognerebbe essere molti di più…
    Grazie per l’attenzione!

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