La grande staffetta uccisa dal clima

Nella storia degli sport invernali risulta che la “24 Ore” di Pinzolo (TN) sia stata nel 1991 la prima vittima ufficiale del climate change. “E’ deceduta la 24 Ore” annunciarono per le vie del paese i manifesti a lutto. In dieci anni ce l’avevano messa tutta nella ridente località della Val Rendena per tenerla in vita questa staffetta a squadre con gli sci, con centinaia di fondisti impegnati giorno e notte a girare lungo quello sciodromo illuminato dalle fotoelettriche. Organizzazione impeccabile, peccato che fosse la materia prima, leggasi la neve, a mancare o a lasciare desiderare per ragioni climatiche e per la quota modesta. “Nel 1981 fummo obbligati a trasportare 400 camion di neve da Madonna di Campiglio a Pinzolo per evitare un vuoto nel libro d’oro di una gara che era nata da poco”, raccontò Ugo Caola, fondista, organizzatore e infaticabile “senatore” della Marcialonga, in un suo libro autobiografico. Ma peggio ancora andarono le cose nel 1988 quando alle 5 del mattino la gara fu sospesa per la pioggia torrenziale che aveva reso impraticabile la pista.

Niente da fare nemmeno nell’89 quando non un solo un fiocco di neve si posò su quei prati oggi sempre più invasi dal cemento che offrono tuttavia alle famiglie piacevoli passeggiate in tutte le stagioni. Peccato però. Perché quella kermesse richiamava appassionati dai cinque continenti e viene oggi ricordata anche per un aspetto singolare e mai più ripetuto: la grande prova sostenuta dai solitari, uomini e donne che per 24 ore si sfidavano fino allo sfinimento cercando di eguagliare il primato del finlandese Teuvo Rantanen con i suoi 401 chilometri percorsi a passo alternato a una media vicina ai 17 orari. Di quell’eroico sci nordico del “chi la dura la vince” si trova oggi ancora traccia a Pinzolo nella mostra di immagini e cimeli dedicati a questa gloriosa staffetta internazionale di gran fondo che invano per dieci anni ha cercato di ignorare il clima avverso facendo finta che la bianca visitatrice continuasse ad arrivare puntuale nel cuore dell’inverno, come succedeva ai tempi dei nonni. (Ser)

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