Maggior propensione al rischio? Ecco le conseguenze

Nell’ordinario martirologio delle vittime della montagna che ogni anno viene divulgato in vista dell’estate dal Corpo Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico, il 2018 viene definito un anno da record. Le cifre preoccupano: 9.554 sono state le missioni portate a termine, ben 500 in più che nel 2017 (9.059). Ma il dato su cui ci si aspetterebbe una riflessione a tutto campo riguarda le vittime, 458 purtroppo. Peggio che nel terremoto dell’Abruzzo di cui si celebra il decennale con i suoi 309 poveri morti sepolti dalle macerie. Significativo il commento del Presidente Nazionale del Soccorso Alpino e Speleologico Maurizio Dellantonio che pone l’accento su “una maggiore frequentazione delle nostre aree verdi” associata a una “maggiore propensione al rischio”.

“Le attività più specializzate”, precisa Dellantonio, “a volte definite ‘estreme’ attirano giovani e meno giovani, che si avvicinano ad esse spesso senza la dovuta preparazione. Penso soprattutto al freeride, allo sci fuoripista, al downhill in bicicletta, fino ad arrivare alle tute alari, qualche anno fa pressoché sconosciute e oggi fonti di molti incidenti mortali”. Liberi tutti di rischiare come vorrebbe qualche sovreccitato osservatore oppure è vero che c’è un limite a tutto? Il discorso si presenta complesso, e chi siamo noi piccoli blogger del tempo libero per affrontarlo in due e due quattro? Forti sospetti ricadono sui social media che hanno senz’altro un ruolo sull’incremento di suicidi tra i giovani, così come potrebbero averlo i modelli di successo irraggiungibili propinati sul web al sistema scolastico basato sulla meritocrazia. La montagna non si presenterebbe in questo caso a giovani e giovanissimi come scuola di vita ma come terreno di gioco dove compensare le proprie frustrazioni mettendo in gioco la vita.

E poi vale il discorso dei cattivi esempi. Vorrà dire qualcosa che un osannato climber che di norma offre a pagamento spettacoli adrenalinici abbia battezzato una sua recente sfida (mortale, ovviamente) col titolo “Yosemithe Death Climb”? Il rischio checché si dica attrae. E oggi a rendere familiari ed emulabili certe folli scalate o discese con sci e tavole per canaloni valanghivi contribuiscono più che mai i filmati di Youtube e altre piattaforme gratuite.

Per non guastare la festa di chi trae profitto dall’outdoor occorrebbe allora sorvolare su queste 458 persone di ogni età che nel 2018 hanno pagato con la vita la loro passione. Sempre per stendere pietosi veli, perché allora non prendere spunto dal fu presidente generale del Cai in camicia nera Angelo Manaresi? Bisognerebbe in tal caso, come fece negli anni Trenta questo podestà delle altezze, non stare dalla parte dei “soliti queruli piagnoni che ne approfittano per imprecare contro quella che essi si ostinano a chiamare inguaribile follia”. Anzi, avversarli con determinazione. Si riferiva a una certa stampa poco allineata, ovviamente. “Non vi è combattimento senza rischio”, spiegò Manaresi sfoderando la sua filosofia di ex combattente, “non vi è vittoria senza luce di sacrificio: la vita è battaglia, sulle Alpi come sul mare, nel cielo, come nelle grandi città di pietra e di tormento: il domani è dei popoli che sapranno osare”.

Sono trascorsi più di ottant’anni e i nostalgici dei regimi dittatoriali che facevano arrivare i treni in orario, possono stare tranquilli: da allora la “propensione al rischio” non è cambiata se non nella forma e negli scopi. E se ne notano, statisticamente parlando, le conseguenze. Anche se più che mai incerto oggi come allora risulta il domani dei popoli. (Ser)

Le tute alari, qualche anno fa pressoché sconosciute, sono oggi fonti di molti incidenti mortali.

 

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