Esperienze estreme, estremi dolori

Si stanno divertendo lassù nel loro empireo i tre grandi alpinisti finiti in Canada sotto una valanga? Questo pensa e scrive uno dei tanti sconsiderati che sui social si esaltano ogni volta che una sciagura alpinistica “fa notizia” sia pure in una limitata cerchia di addetti ai lavori. Una domanda che però il suddetto sconsiderato non si pone è questa: si stanno divertendo anche i genitori, i fratelli, i figli, i compagni o le compagne di questi poveri defunti? E’ mai capitata sotto gli occhi di chi ritiene l’alpinismo un divertimentificio perenne l’immagine pubblicata qui sopra dei parenti di Henry e Vincendon, gli sfortunati “naufraghi del Monte Bianco” che si erano legati fiduciosi alla corda di Walter Bonatti ma poi hanno scelto un’altra via nel tentativo di sfuggire alla morte? Si sono notati nei loro sguardi rivolti ai soccorritori un tragico smarrimento, una disperazione appena appena controllata? Una cosa è certa. L’alpinismo di questi tempi si sta trasformando in un gioco di fantasmi che ormai non appassiona più nessuno. Qualcosa si deve e si può fare, ma che cosa? Una quindicina di anni fa Joe Simpson, autore dello straordinario best seller “La morte sospesa” (Vivalda, 1998), si disse convinto nel “Richiamo del silenzio” (Mondadori, 2003) che “una punta acuminata che sporgesse dal volante a dieci centimetri dal petto del guidatore” sarebbe il dispositivo di sicurezza più efficace per ridurre gli incidenti sulla strada. Cinture vietate, naturalmente.

Il miglioramento dei materiali e delle attrezzature concorre secondo Joe Simpson a rendere le salite più difficili e pericolose. “E’ un circolo vizioso, magari divertente” osserva il famoso alpinista inglese. In apertura lo sgomento nel 1957 dei genitori di Henry e Vincendon, i naufraghi del Monte Bianco.

“Più o meno”, concluse Simpson, “la stessa cosa è accaduta nell’arrampicata. Il miglioramento dei materiali e delle attrezzature concorre a rendere le salite più difficili e pericolose. E’ un circolo vizioso, magari divertente”. Il circolo vizioso di cui parla Simpson, bisogna ammetterlo, si è innescato fin dalla nascita dell’alpinismo. De Saussure nei “Voyages dans les Alpes” asseriva che correre un rischio porta in sé il proprio compenso: mantiene viva la “costante agitazione” del cuore. “Da quel momento”, spiega oggi lo scrittore alpinista inglese Robert MacFarlane (“Quando le montagne conquistarono gli uomini”, Mondadori 2005), “la ricerca del rischio, il deliberato mettersi in condizioni di provare paura divenne cosa desiderabile: un genere di lusso”.

D’accordo, il destino tende agguati tremendi anche quando il rischio non lo si va a cercare, non lo si corteggia. Si va in pensione, si crede di avere ritrovato la libertà dopo avere tanto tirato la carretta e, come racconta quel tale su uno dei tanti blog alpinistici, si è ghermiti da una tremenda malattia. D’accordissimo. Ma per esperienza personale di chi qui scrive, si può assicurare che talvolta dalle tremende malattie se ne esce, pur tra indicibili sofferenze, con un pizzico di fortuna e con i determinanti contributi dei bravi medici. E si torna a godersi la vita, finché dura. Che avendola ritrovata (la vita) ci sembra ancora più bella e degna di essere vissuta.

Si legge ancora nel libro di MacFarlane (che di rischi da bravo alpinista ne ha presi, più o meno consapevolmente, parecchi), un particolare che colpisce. Nella buona stagione, spiega, a Chamonix muore in media in montagna una persona al giorno. ”Ma di queste assenze non ce ne accorgiamo”, osserva. “Nei bar non si vedono posti vuoti gelosamente protetti dagli amici in lacrime, per le strade non si incontrano parenti straniti, distrutti dal dolore. Unico indizio è il rombo degli elicotteri del soccorso. Spesso si vede qualcosa penzolare sotto l’elicottero in volo. Di solito è un sacco di immondizia; a volte un sacco che contiene un cadavere”. E adesso si dirà che sono solo idiozie di chi vuole screditare l’alpinismo di élite, mai come adesso votato a rischi mortali. (Ser)

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