Scambi di cortesie al vertice

Indigesta la verità di Reinhold Messner? “Ha ormai l’abitudine”, osserva Gianluigi Maestri figlio del “ragno delle Dolomiti” in una lettera pubblicata sul Corriere del Trentino in difesa del padre e della sua problematica scalata del 1959 al Cerro Torre, “di far digerire a tutti la sua verità visto che si trova in una posizione di dominio mediatico nel mondo alpinistico, con una supponenza che credo sia molto vicina a quella dell’oracolo di Delfi”. Però è sacrosantamente vero: inarrivabile per un comune mortale è la forza mediatica di Messner, fuoriclasse della comunicazione e della cultura dell’alpinismo. Recentemente una sua “scomunica” pronunciata nei confronti di Jovanotti e del suo per molti inopportuno concerto “live” a Plan de Corones ha fatto deflagrare la polemica sull’impatto delle grandi adunate popolari in alta quota. Problema che, bisogna ammetterlo, da tempo ristagnava nelle pagine dei giornali locali senza venire a galla a livello nazionale.

Di scomuniche Messner ne ha distribuite parecchie. Alpinisti e giornalisti sono stati da lui pubblicamente bollati a fuoco, infilzati senza pietà, ridotti a tappetini. Nell’altro secolo s’inventò un premio da assegnare allo sloveno Tomo Cesen per una scalata che poi fu il primo a mettere in dubbio. Così quel riconoscimento fu lesto a toglierlo di mezzo senza troppi riguardi, e pazienza se Cesen ci restò male sprofondando nell’anonimato. Qualcuno avrà notato che usa di frequente il termine “chiacchieroni”, un modo per mettere alla berlina in particolare i Verdi, Mountain Wilderness e gli ambientalisti in genere. Un atteggiamento che lo accomuna a Walter Bonatti, “il fratello che non sapeva di avere”, che però non gli risparmiò qualche cattiveria per le sue scalate “purissime e lievissime” nel mondo della pubblicità. Tornando a Maestri, da tempo Messner insiste nel dedicargli lo sgradevole epiteto di bugiardo. E si può giurare che continuerà a farne uso finché Maestri sarà in vita e in grado di replicare, direttamente o tramite qualche stretto parente. Anche se qualche volta il Ragno non disdegna di farsi fotografare sottobraccio al “crucco” come ama definirlo con pungente ironia. Ma tra miti dell’alpinismo questo e altro. E intanto la guerra continua. “La montagna non dice bugie. Ed è la montagna che ha dimostrato che Maestri non è mai salito sul Cerro Torre nel 1959”, è la lapidaria risposta di Messner alla lettera in cui Maestri jr tenta di metterlo a tacere. Eventualità piuttosto improbabile con un tipo come Reinhold.

Ma poi, perché Maestri e i suoi eredi se la prendono tanto? Polemiche a parte, alle stelle risulta pur sempre il carisma del Ragno ultranovantenne delle Dolomiti. Un boato di applausi lo ha non a caso accolto il 28 aprile nel cortile di Palazzo Roccabruna, a Trento, dove gli è stato assegnato tanto per cambiare un premione, la “Genziana alla carriera” che si aggiunge alla nomina a socio onorario del TrentoFilmfestival e a quella di socio onorario del Club Alpino Italiano. “Cesare Maestri ha fatto della montagna l’essenza della sua vita”, recita la motivazione, “aprendo numerose vie, interpretando nuovi stili, alimentando dibattiti ma soprattutto contribuendo, nella sua lunga carriera, a diffondere anche con scritti e racconti quell’aura di fascino che rende le alte quote uniche e magiche”.

Nonostante le apparenze non corre buon sangue tra Messner e Maestri. In apertura l’abbraccio di Reinhold con Walter Bonatti, “il fratello che non sapeva di avere”.

Il caso al centro delle polemiche tra i due grandi alpinisti risale per chi ancora non lo sapesse a 60 anni fa e riguarda la spedizione sulla cima del Cerro Torre (Patagonia) che coinvolse Cesare Maestri, Toni Egger e Cesarino Fava. Maestri dichiarò di aver raggiunto la vetta con Egger — che morì per una valanga durante la discesa — ma l’assenza di prove e una relazione ritenuta lacunosa scatenò dubbi nel mondo dell’alpinismo, con nette prese di posizione contrarie, tra cui quella di Messner. Che in questi giorni tuttavia informa i giornali di avere altro a cui pensare. Lo sostiene in una lunga dichiarazione al Corriere dell’Alto Adige del 19 aprile: “Non risponderò mai più alle polemiche: vado avanti con i miei progetti a cominciare dal museo di montagna più grande al mondo che funziona senza alcuna sovvenzione”. E sempre nelle pagine di quel quotidiano puntualizza: “Ho avuto la fortuna e la forza di fare all’età giusta quello che sapevo fare meglio: l’arrampicatore, l’alpinista di alta quota, l’avventuriero nelle grandi distese di ghiaccio e roccia. E avevo tutto a disposizione, tutto quello che non era mai stato fatto: sono stato il primo a proporre lo stile alpino, la solitaria su due ottomila, la traversata doppia, l’Everest senza la maschera. Una fortuna che oggi trasmetto per creare cultura della montagna”. A propositoQualcuno si è mai chiesto che cosa sarebbe oggi questa cultura senza il coraggio, la generosità e la lungimiranza di Messner, creatore di meravigliosi musei? (Ser)

One thought on “Scambi di cortesie al vertice

  • 30/04/2019 at 12:49
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    Come usava dire Manzoni: ” Mal date ma ben ricevute”

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