Nevicate primaverili da (non) conservare

Il primo maggio si è sciato alla grande in cinque località dell’arco alpino italiano. Sul ghiacciaio del Presena, sopra il Passo del Tonale, tra Trentino e Lombardia, c’erano quattro metri e mezzo di neve. “Tanta neve così non ce l’aspettavano, non emerge nemmeno una roccia”, dicevano dal Rifugio Capanna Presena. È pur vero che la maggior parte degli impianti avevano chiuso la stagione con le vacanze pasquali, ma non era certo la neve che mancava sulle Alpi sopra i 1800 metri, e le ultime nevicate hanno interessato, almeno in alcuni settori, anche le Prealpi, abbassandosi notevolmente di quota. Si ricorderà che anche all’inizio di aprile nei paesi alpini tornò di colpo l’inverno. Nell’Ossola e nel confinante Ticino il manto nevoso raggiunse gli 80 centimetri. L’aeroporto di Ginevra rimase paralizzato. Anomalie del tempo che in primavera sono però da considerare di normale amministrazione nei nostri climi mediterranei. E per fortuna. Così come può capitare che in pieno agosto dopo un’ondata di calore il cielo si faccia plumbeo, in montagna si accendano i caloriferi nelle case di vacanza, si tirino fuori i piumini. In tal caso il Basodino e le altre maestose vette che fanno da corona all’Alta Val Formazza appaiono tutte imbiancate di neve. E in pieno agosto! Ciononostante grande è la paura da parte degli operatori turistici che non nevichi o che non nevichi abbastanza quando sarà il momento, cioè in autunno.

Così in Val Formazza come a Livigno in primavera si mettono da parte migliaia di metri cubi di neve per poterne avere abbastanza in ottobre se, come si ipotizza, non nevicherà. Non è invece meglio che, come natura impone, questa provvidenziale neve primaverile si squagli, venga assorbita dal terreno, finisca nelle falde acquifere? E come apparirà la piana di Riale se e quando quei quattromila metri cubi di neve messi da parte diventeranno una pista di sci di fondo, cioè una tristissima striscia bianca serpeggiante sui prati stinti dell’autunno?

Questa della neve “inscatolata” a pensarci bene è una pazza idea. E anche costosa. Quanto CO2 è necessario produrre per movimentare quella massa di neve? Quanto peseranno sui bilanci degli enti locali quei teli geotessili studiati per schermare la massa ghiacciata dal calore? A parte tutto, sciare senza la neve naturale non ha lo stesso sapore, tanto più se si pratica lo sci di fondo considerato ben più “green” di quello alpino legato ai grandi e costosi impianti. E poi lo ripetiamo: sciare su quelle strisce bianche come la carta igienica che serpeggiano tra paesaggi autunnali spogli e brulli è triste. Triste e contro natura.

Meglio allora lasciare che la natura in primavera faccia il suo corso. Del resto, le stazioni sciistiche quando volge al termine la stagione degli sport invernali ripiombano nel silenzio e non mancano di un particolare fascino. Il fotografo svizzero Simon Walther ha voluto documentare questo aspetto del disgelo raccogliendo una serie di eloquenti immagini. In primavera, per tre anni consecutivi, ha visitato diverse stazioni sciistiche che – generalmente a partire da Pasqua – vengono abbandonate dall’ultimo dei milioni di ospiti che ogni inverno affollano le Alpi. Quando il fotografo è arrivato sul posto, la neve stava scomparendo e il paesaggio era dominato dal silenzio. Walther ha pubblicato le sue fotografie nel libro in lingua tedesca “ZwischenSaison” da cui è tratta l’immagine qui pubblicata in apertura. Bellissime. (Ser)

L’eccezionale nevicata primaverile al passo San Bernardino, nel Canton Ticino. In apertura una foto tratta da “ZwischenSaison”  del fotografo svizzero Simon Walther.

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