Monte Rosa, quel tifo da stadio

Il Monte Rosa trasformato in uno skiodromo? Intorno allo storico Trofeo Mezzalama la cui XXII edizione si è corsa in mezzo alla bufera dal Breuil-Cervinia a Gressoney il 28 aprile 2019 si addensano ciclicamente perplessità che non intaccano il valore storico di questa manifestazione ma inducono a qualche riflessione sulla situazione attuale, per quanto da alcuni scontata. Il Mezzalama ha una storia tribolata. Forse ha anche un avvenire incerto. Ogni edizione è una scommessa vinta. Ma sono guai se si affronta l’argomento in queste valli abbarbicate al Monte Rosa e che per merito del Monte Rosa risplendono di bellezze naturali e riempiono gli alberghi. Ogni due anni il trofeo s’ha da fare, costi quel che costi, disegnando un tortuoso percorso tra i ghiacci come risulta dalla cartina qui sotto tratta dal quotidiano La Stampa.

Eppure a causa dei lunghi periodi bellici, dei ricorrenti capricci meteorologici ora non più capricci ma certezze, la “maratona bianca” è stata condotta a termine solo sei volte negli anni trenta, quattro volte negli anni settanta sul tracciato Colle del Teodulo-Alpe Gabiet, e nove volte dal 1997 con cadenza biennale sul tracciato, più lungo, da Breuil-Cervinia a Gressoney-La-Trinité. Fiducioso nel suo avvenire, e non potrebbe essere diversamente, risulta però il direttore tecnico Adriano Favre pur consapevole da montanaro e guida alpina delle incognite. “E’un progetto”, osservò nel 2005 in una dichiarazione che compare nel bel libro fotografico di Davide Camisasca (“Il Trofeo Mezzalama”, Lerch Editore), “che non appartiene a nessuno se non a sé stesso e che ha tutte le caratteristiche per continuare a vivere nel tempo, nonostante i rapidi cambiamenti dei giorni nostri”.Non appartiene a nessuno il Mezzalama? Quest’anno per la bufera è stato giocoforza modificare il percorso cancellando le tre vette di quattromila metri su cui issarsi con le pelli di foca sotto gli sci. Come se il Monte Rosa, avvilito già abbastanza dal famelico “climate change” che ne divora i ghiacci, avesse voluto scrollarseli di dosso quei novecento “eroici” atleti e tutto il corteo dei tifosi, dei volontari, dei soccorritori, delle guide alpine, dei distributori di generi di conforto tutti più o meno elitrasportati. A chiunque appartenga il Mezzalama ci si domanda quanto questo esaltante progetto valga ancora mentre la nostra casa, come ribadisce fino alla noia Greta Thunberg, è in fiamme. Conta ancora qualcosa quanto sostenne il compianto Anatoli Boukreev, fortissimo alpinista kazaco, secondo cui le montagne non sono stadi bensì cattedrali grandiose e pure? Qual’è la posizione del Cai che partecipa a questi ludi d’alta quota con la stessa ideologia paramilitare valida ai tempi del fascismo, quando il Mezzalama gonfiò i petti delle camicie nere caine? Che cosa ne dice la Corte dei Conti valdostana che, come si è letto sul quotidiano La Stampa, ritiene ben spesi i pubblici investimenti per gli atleti dell’Esercito che al Mezzalama offrono chiare prove di forza e organizzazione?

Fondato è il sospetto che la lotta con l’Alpe, cara al padre del Cai Guido Rey e con tanto accanimento praticata al Mezzalama, nobiliti soprattutto i bilanci degli sponsor e rimpingui i fatturati del turismo. Che comunque in Valle d’Aosta gode di ottima salute. “Un appuntamento per veri gourmet dello skialp, una vera e propria chicca per chi ama sci e pelli”, viene definito il trofeo nei frivoli bollettini diramati alla stampa. Nei quali ci si trincera dietro la Storia, consapevoli che questi non sono più i tempi in cui tutto è permesso mentre una volta, cari voi, per gli eroici mezzalamisti la pacchia era assicurata . “Non è una semplice gara”, ribadiscono gli organizzatori, “ma un pezzo di storia della Valle d’Aosta che gli appassionati dello scialpinismo hanno saputo salvaguardare e proteggere negli anni fino a farlo diventare un’eccellenza che tutto il mondo ci invidia”. E’ noto che le competizioni di corsa in montagna stanno diventando delle eccellenze, sono fenomeni sportivi importanti, in procinto di diventare disciplina olimpica. Ma se le competizioni in montagna stanno diventando “importanti” come le gare di formula uno, bisognerebbe chiedersi se anche i ghiacciai, che ancora per poco forniranno acqua alle pianure infuocate, importanti lo sono e quanto e per quanto ancora lo saranno. E se duemila esseri umani saliti lassù in una domenica di aprile non lascino tracce ormai insostenibili della loro rumorosa presenza, in aperto contrasto con quelle norme che per legge dovrebbero essere fissate una volta per tutte in simili ecosistemi a rischio. A cominciare dal ferreo divieto, che a qualcuno suonerà come una bestemmia, di trasformare in stadi gli agonizzanti ghiacciai. (Ser)

Folla da stadio ormai di prammatica per i raid sci alpinistici alle alte quote. In apertura una superba veduta del Monte Rosa.

One thought on “Monte Rosa, quel tifo da stadio

  • 12/05/2019 at 20:26
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    E’ consumismo! Si mangia, si beve, i soldi girano. La domanda è sempre la stessa… QUALE E’ LA POSIZIONE DEL CAI CON IL SUO BIDECALOGO?

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