In gara per il selfie più alto

Un fascicolo della rivista Life offrì nell’altro secolo al lettore la cruda visione delle vittime di una delle tragedie ormai abituali sul tetto del mondo. “What really happened on Everest” era lo strillo di copertina. Più di vent’anni dopo la domanda è la stessa mentre sul tetto del mondo la folla di alpinisti o pseudo tali è in paziente attesa di raggiungere la cima, indifferente a un cadavere attaccato a una corda che giace nella penombra di una cresta. La contabilità delle vittime oggi come allora è impietosa: undici per ora ci hanno lasciato le penne in questa primavera 2019. Davvero, come sostiene un americano sopravvissuto, tale Beck Wathers, nel libro “A un soffio dalla fine” (Corbaccio), “l’Everest insegna il senso della vita”? “Era come trovarsi allo zoo” è il titolo di un recente servizio sul New York Times firmato da Kay Schultz, Jeffrey Gettelman, Mujib Mashal e Bhadra Sharma. Il problema non erano le valanghe o i furibondi venti d’alta quota. Il sole splendeva, il cielo era limpido. Il massimo per raggiungere il tetto del mondo. A patto di essere allenati e attrezzati. Ma a giudizio di molti sherpa l’incompetenza regnava sovrana e c’era chi in quella bestiale accozzaglia di alpinisti o presunti tali non aveva mai calzato un paio di ramponi in vita sua.

Effetti dell’affollamento al Louvre in un servizio del quotidiano La Stampa.

Contro ogni logica, anche quest’anno il governo del Nepal non è venuto meno alla sua volontà di alimentare questa insensata corsa alla vetta rilasciando 381 permessi. E non risulta disposto a una diminuzione dei visitatori, con conseguente contrazione delle entrate per tutti: governo, sherpa, guide e agenzie che organizzano le spedizioni commerciali. “Sono soprattutto queste ultime le vere responsabili dei disastri”, osserva Carlo Alberto Pinelli, responsabile dell’Asian Desk di Mountain Wilderness. “Perché hanno imposto un modello di pseudo-alpinismo consumistico e inautentico, che rinnega e tradisce le ragioni stesse sulle quali si fonda l’alpinismo vero. E’ inutile nasconderlo: la salita all’Everest si è trasformata in una patetica parodia di se stessa”. Resta il fatto che la vetta del tetto del mondo ha una superficie equivalente a due tavoli da ping pong e più di 20 persone alla volta non può ospitare. La vera stupidissima sfida è affollarsi lassù, chi ci riesce, per scattarsi un selfie. Effetti perniciosi di un turismo di massa che tutto trasforma in Disneyland. Come succede al Louvre (che nel 2018 ha macinato il nuovo record di visitatori, 10,2 milioni di persone), dove ci si spintona davanti alla Gioconda, a fare la gara per il selfie più bello. Dall’Homo Sapiens oggi c’è da aspettarsi di tutto. (Ser)

“Era come stare allo zoo” titola il New York Times. Contro ogni logica quest’anno il governo del Nepal ha rilasciato 381 permessi e non risulta disposto a una diminuzione dei visitatori

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