Montagnaterapia, vent’anni di ricerche

Il 1° maggio 2019 a Trento, nella sala conferenze della Fondazione Caritro, si è svolta una tavola rotonda sulla montagnaterapia, organizzata in occasione del Film Festival 2019 dalla Commissione Medica del CAI. Moderatore è stato il dottor Luigi Festi, presidente della Commissione. Titolo dell’evento “Montagnaterapia: una nuova possibilità di cura”. Il dottor Gian Celso Agazzi si è assunto il compito di fare il punto, nel report che gentilmente ci recapita, su questa neo disciplina cara al CAI, nata ufficialmente vent’anni fa. Nella foto di apertura un’esperienza di montagnaterapia con gli istruttori di Alpiteam.

Dove e come viene praticata. Dopo la presentazione di Luigi Festi, il presidente generale del CAI Vincenzo Torti ha ricostruito in breve a Trento la storia della montagnaterapia, che ha portato l’attenzione su soggetti affetti da disabilità, criticità e devianze. E’seguito il saluto del direttore del Trento Film Festival 2019. Paolo Di Benedetto è stato il primo a intervenire per fornire, dati alla mano, una panoramica esaustiva dell’attuale situazione italiana. Psichiatra di Rieti e membro della Commissione Medica del CAI, il dottor Di Benedetto ha parlato del lavoro che è stato fatto nel corso degli ultimi due anni dal gruppo Montagnaterapia, nominato il 17 febbraio 2017 con l’intento di mappare, attraverso un questionario, le attività delle Sezioni del CAI. Il questionario è stato somministrato alle sezioni nel periodo giugno-settembre 2017 con il coordinamento del CDC. In totale sono state prese in considerazione 509 sezioni, di cui 66 svolgono o hanno recentemente svolto attività di montagnaterapia; 137 sezioni al momento non svolgono questa attività, ma sono interessate per il futuro; mentre 306 sezioni non sono state raggiunte. In definitiva, sono pervenuti solo 49 questionari compilati. Delle 49 sezioni 32 appartenengono al Nord, 7 al Centro e 10 al Sud. Il 65% delle risposte è giunto dal Nord Italia, il 21% dal Sud e il 14% dal Centro.

IN QUALI CASI SI RIVELA EFFICACE. E’ risultato che la maggioranza (19) dei gruppi svolge attività da meno di cinque anni. Il 44% delle attività ha coinvolto persone con disagio psichico, nel 37% dei casi i partecipanti avevano disabilità, l’11% presentava un problema di dipendenza, mentre i restanti erano colpiti da altri disturbi. Per quanto riguarda il regime di convenzione/collaborazione il 43% è stato con enti, cooperative o associazioni, il 34% con le ASL e il 23% con gestione di tipo autonomo. Il numero medio di attività annuali è stato di 10 per anno con un massimo di 40, con un numero medio di partecipanti utenti-pazienti di 12 con un massimo di 35. Difficile risulta calcolare la cadenza delle attività. La maggior parte delle sezioni svolge con una certa frequenza accompagnamenti di montagnaterapia soprattutto nei periodi di bel tempo (stagionalità) e spesso con una media di 1 o 2 escursioni mensili. Altre sezioni, in numero minore, svolgono l’attività in modo più saltuario. Il numero medio di accompagnatori per uscita è di 4 persone, con un massimo di 10. Il rapporto tra numero di utenti e numero di accompagnatori è di circa 3,44 utenti per accompagnatore. Nel 79% dei casi si è trattato di attività escursionistica, nel 12% di arrampicata e nel 9% di speleo o rafting, o mtb. Nell’86% dei casi si è trattato di uscite turistiche o escursionistiche. Tredici sezioni hanno organizzato iniziative culturali varie, 18 sezioni non organizzano iniziative culturali, mentre 18 sezioni non hanno fatto pervenire i dati. Nel 59 % dei casi gli accompagnatori sono stati soci CAI non titolati. Nel 40% dei casi erano soci CAI. Il dato non è del tutto preciso perché ricavato da risposte non sempre chiare.

LE RICHIESTE FORMATIVE. Si sono registrati due sinistri: paradossalmente due accompagnatori sono stati colpiti da malore, mentre i pazienti non hanno riportato conseguenze per la salute. Sono state inoltrate 3 richieste di formazione specifica, mentre in altri casi è stata evidenziata la necessità di momenti di tipo informativo sulla montagnaterapia. A proposito delle richieste formative sono stati evidenziati i seguenti temi: relazione con l’utente, relazione volontario-operatore e BLSD (corsi di apprendimento delle manovre di rianimazione cardio-respiratoria con uso di defibrillatore portatile). Di Benedetto ha affermato che vanno riviste le linee-guida. Tra le criticità segnalate la mancanza di condivisione in grado di uniformare la gestione, le questioni assicurative e di tesseramento. Una criticità emersa riguarda i servizi di montagnaterapia che vanno bene strutturati.

MACROZONE E REFERENTI. In Italia esiste una rete di soggetti pubblici, privati e singole persone appassionate che dà vita a progetti di montagnaterapia. Codesta rete si articola in 9 Macrozone geografiche, ciascuna delle quali con un referente e costituite da gruppi di operatori (medici, psicologi, educatori, accompagnatori) che si riuniscono periodicamente sia in un congresso nazionale biennale, sia in convegni e iniziative locali. Il relatore ha tenuto a precisare che la passione va coniugata al rigore professionale, scientifico e metodologico di alto profilo per non perdere di vista gli obiettivi a cui si guarda. “E’ essenziale definire, attraverso strumenti propri di valutazione degli interventi socio-sanitari ed educativi, la cornice culturale, scientifica e professionale”, ha affermato Di Benedetto, sottolineando che nel progetto di valutazione in montagnaterapia occorre definire il programma, il gruppo di lavoro, il resoconto delle uscite, la documentazione clinica, educativa e amministrativa e uno studio degli esiti.

DINAMICHE DI GRUPPO. La montagnaterapia, a differenza di quanto attualmente ancora si ritiene, non è una pseudo-scienza. I presupposti su cui si fonda sono rappresentati da competenze cliniche e pedagogiche, metodologia, formazione, creazione di un team in grado di lavorare in sinergia, studio dei processi e dei relativi esiti. La montagnaterapia va definita come una metodologia terapeutico-riabilitativa e socio-educatica attenta alla prevenzione secondaria, alla cura e alla riabilitazione. Richiede un lavoro sulle dinamiche di gruppo nell’ambiente culturale, naturale della montagna nella dimensione dei piccoli gruppi anche coordinati fra loro, per tempi brevi o sessioni stanziali. Utilizza le conoscenze e le tecniche proprie delle discipline della montagna integrate con i trattamenti medici, psicologici e/o educativi già in atto.

COMPETENZE CLINICHE. Le attività di montagnaterapia richiedono competenze cliniche e l’adozione di appropriate metodologie per progetti anche in contesti socio-sanitari, nonché la formazione degli operatori, che comprende anche la partecipazione a convegni e seminari. Fondamentale è l’organizzazione dei team di figure professionali e la cooperazione dei volontari, delle guide alpine, degli istruttori e degli esperti di montagna provenienti dal Club Alpino Italiano e dalle associazioni di settore. Tanti sono i possibili effetti legati alla montagnaterapia: attivare esperienze per superare le difficoltà psicologiche, motorie e relazionali in psichiatria, ampliare le esperienze in cardiologia riabilitativa, medicina generale, geriatria e oncologia, contenere i fenomeni regressivi e involutivi connessi alla malattia, recuperare senso di auto-efficacia e orientamento in spazio-tempo particolari.

• Testimonianze

Sandro Carpineta, psichiatra di Arco (Tn), già membro della Commissione Medica del CAI, ha parlato dei progressi fatti negli ultimi anni, dicendo che i dati sono, comunque, sottostimati. Esistono, infatti, molte più realtà sul territorio. Agli inizi degli anni 2000 cominciano a collaborare mondi diversi (Sanità, mondo alpino, associazionismo). Molti gruppi sono nati in seguito ad una spinta interna in ambito psichiatrico. Tra il 2003 e il 2004 ci sono stati i primi incontri di confronto in Trentino presso il rifugio Pernici. Sono seguiti, successivamente, incontri biennali a Riva del Garda, Bergamo, Cuneo, Rieti, Pordenone, e in Sardegna. Si è ricercato un metodo di validazione e di confronto. Tra le tecniche utilizzate l’escursionismo e l’arrampicata. Si è intrapreso un confronto tra gruppi. La psichiatria è stata molto trainante; poi, anche altre realtà sono emerse. Si sono firmati accordi tra alcune associazioni e il CAI. Si sono aggiunti servizi per le dipendenze e associazioni di non vedenti. Occorrerebbe, ora, la cooperazione dei gestori dei rifugi montani che già hanno iniziato un corso di preparazione alla montagnaterapia.

Anna Torretta, guida alpina di Courmayeur, ha parlato dei vari aspetti della disabilità. Ha presentato un progetto, sviluppato con il Dipartimento di Salute Mentale di Aosta, in qualità di operatrice, con 18 ragazzi (9 maschi e 9 femmine) dai 16 ai 26 anni di età con pratica dell’arrampicata con due uscite esterne. Il progetto ha avuto dei buoni risultati con una riduzione dei ricoveri e dell’uso dei farmaci. Il progetto è ora terminato. Occorrono altri fondi per poter continuare. Un’altra esperienza è stata con Eleonora Del Nevo, una ragazza che è andata incontro a disabilità precipitando, in montagna, a causa del crollo di una cascata di ghiaccio. Nonostante questo la ragazza continua ad arrampicare. Il progetto “scivolare sul ghiaccio” prevede, ora, l’organizzazione di una gara per abili e disabili, con l’obiettivo di proporre un nuovo modo di scalare il ghiaccio. Va da sé che per accompagnare in queste attività le persone disabili occorre che le guide alpine abbiano una formazione.

Franco Perlotto è intervenuto portando la propria esperienza di alpinista che ha effettuato nel corso della sua vita numerose salite estreme, esponendosi a vari rischi. Per oltre 20 anni Perlotto è andato in giro per il mondo in luoghi pericolosi tra i quali il Sudan, il Congo, lo Srilanka, l’Afghanistan. A 56 anni un infarto del miocardio lo ha colpito, interrompendo la sua attività. Gli sono stati applicati due stent e ha dovuto assumere farmaci antidepressivi per la situazione che si è venuta a creare. A causa della sua intensa attività, logorante per il fisico, ha dovuto subire un pesante intervento chirurgico per posizionare dieci viti nella colonna vertebrale. Dopo un periodo buio si è di nuovo avvicinato alla montagna grazie al CAI di Torino che gli ha affidato la gestione del rifugio Boccalatte a 2800 metri di quota nel gruppo del Monte Bianco. In più ha potuto effettuare attività nelle Piccole Dolomiti. Queste opportunità hanno consentito un miglioramento del suo stato di salute e permesso di ridurre il dosaggio dei alcuni farmaci, trasformandosi in una vera. E propria un’auto-cura, come da lui stesso affermato.

Il giornalista Sandro Filippini ha raccontato l’esperienza dell’alpinista polacco Tomek Makievich, dipendente da droghe. Ha risolto il suo problema andando in montagna, mettendosi al riparo dalle temibili lusinghe degli spacciatori. Trovando uno scopo, che probabilmente ha colmato il vuoto che lo aveva spinto verso le droghe, anche occupandosi della raccolta di fondi per andare a scalare il Nanga Parbat in invernale, ce l’ha fatta a uscire dalla dipendenza e a farsi una famiglia. Ha fatto della montagna una medicina, assicurandosi una vita (più) vera.

Silvio Mondinelli, alpinista che ha salito tutti i 14 ottomila, ha parlato del suo percorso di vita, delle esperienze che lo hanno messo a confronto con la montagna. Conclusa la salita dei 14 ottomila, la sua vita è cambiata. Dopo una parentesi durante la quale si è occupato di una fattoria e di un orto, ha continuato la sua esistenza come guida alpina. « Tra le persone che ho accompagnato ce n’erano affette da stress, da ludopatie e da dipendenze da droghe» ha affermato, continuando, poi, sottolineando che occorrerebbe inserire per le guide alpine corsi per accompagnare i disabili in montagna. .

Matteo Della Bordella, di Varese, alpinista, presidente dei “Ragni di Lecco” a un certo punto della sua vita ha lasciato la carriera di ingegnere per dedicarsi alla montagna. Ha affermato che la montagna può aiutare molte persone ad uscire dalle difficoltà. Può aiutare a staccarsi dalle dipendenze, aprendo la porta a nuove opportunità di vita. Il mondo dell’alpinismo può aiutare, come è stato per i “Ragni di Lecco” che hanno avvicinato dei ragazzi ipovedenti all’arrampicata sportiva in palestra, facendo loro sviluppare una nuova percezione che va oltre quella visiva. E’stato un percorso che ha favorito una crescita personale.

Eleonora Del Nevo, arrampicatrice disabile, è entrata a far parte dei “Ragni di Lecco”. E’stata aiutata a riprendere ad arrampicare. Occorre grande unità tra gli appassionati della montagna, professionisti e non, per creare iniziative che possono coinvolgere chi è affetto da disabilità di qualunque origine.

Claudio Sartori, presidente del CAI Alto Adige, ha affermato che risale al 2009 la prima esperienza di montagnaterapia, con la presenza di accompagnatori (guide alpine e volontari) e operatori sanitari (medici, infermieri e psicologi). In dieci anni sono state accompagnate seicento persone affette da disabilità. Sartori ha affermato che vivere a contatto con la montagna e con la natura può allontanare lo spettro della depressione. Ha proseguito, poi, dicendo che gli obiettivi si raggiungono a piccoli passi, come avviene nel corso di escursioni dove si raggiungono anche 1500 metri di dislivello in un giorno.

Luca Calzolari, giornalista del CAI, ha spiegato quanto sia fondamentale il ruolo dei media per diffonderne la conoscenza e ricordato che il primo articolo su Montagna 360° venne pubblicato in occasione di un Convegno svoltosi a Riva del Garda. “Servono gli strumenti che possano aiutare il disagio sia fisico che mentale”, ha detto Calzolari. “La nostra società ne ha estremo bisogno”. Poi ha proseguito affermando che per aiutare ad affrontare il disagio sociale si può ricorrere all’escursionismo, all’arrampicata, alla grotta, al canyoning. La montagnaterapia è una specie di magma che continua a muoversi. Occorre anche definire un approccio corretto anche da parte di chi presta soccorso a un disabile o nella ricerca di dispersi. In conclusione occorre permettere certe attività ai disabili, senza escluderli.

Andrea Orlandini, direttore sanitario del CNSAS, ha parlato delle difficoltà che si possono incontrare nel soccorrere persone affette da disabilità, non sempre collaboranti. Richiedono certamente un maggiore impegno nel loro recupero e possono creare imprevisti non conosciuti dai soccorritori. Si tratta di problematiche complesse per chi si trova a dover aiutare qualcuno in condizioni critiche. Orlandini ha raccontato, poi, un aneddoto capitatogli personalmente in occasione di un soccorso effettuato in Savoia per recuperare una donna anziana di 84 anni con una frattura di femore in un luogo impervio in mezzo a un fitto bosco. La donna si rifiutava di essere vericellata sull’elicottero. Così il medico ha dovuto addormentarla per riuscire a trasportarla in ospedale in elicottero. Ecco, quindi, la difficoltà incontrata nel raccogliere e soccorrere pazienti affetti da disabilità. Serve un’attenta valutazione dei fattori di rischio quando si devono accompagnare persone disabili. La montagna rappresenta, comunque, uno strumento in grado di fornire grande benessere a chi la frequenta. Nel corso dell’attività sportiva in ambiente alpino lo stimolo di alcuni recettori del cervello fa star bene, creando una dipendenza benefica. Anche agli operatori l’attività di soccorso in montagna procura oltre a delle disagi e preoccupazione anche gioie e soddisfazioni.

Vincenzo Torti ha chiuso la tavola rotonda sia esprimendo alcune opinioni personali a proposito della montagnaterapia sia per parlare delle ultime novità riguardanti l’assicurazione per i soggetti disabili che frequentano la montagna. “La montagnaterapia è attualmente declinata in moltissimi modi e si sta diffondendo sempre di più”. Da circa un mese, dopo estenuanti trattative il CAI è giunto ad assicurare i disabili che vengono accompagnati in montagna. Giancarlo Spagna, esperto di assicurazioni in ambito CAI, ha potuto dare una risposta alle problematiche esistenti e non risolte. La clausola sulle modalità di risarcimento in caso di infortunio è stata riscritta almeno dieci volte, ha detto Torti. Poi, finalmente si è trovata una soluzione per assicurare i disabili. Si tratta di una forma di assicurazione identica e con le stesse coperture di una normale attività con strutture o enti riconosciuti e convenzionati con il CAI. Il costo dell’assicurazione è di sei euro a giornata, metà a carico del CAI per i tesserati.

CONCLUSIONI. Il moderatore ha concluso l’evento ricordando la necessità di una migliore professionalità da parte di medici e operatori, per garantire anche un approccio in sicurezza in ambiente alpino.

Gian Celso Agazzi

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