I tormenti del Club alpino

Il no del Club Alpino Italiano agli impianti in Comelico contro cui si battono da tempo le associazioni ambientaliste non deve intendersi come categorico. E’ un no che potrebbe essere un si, un timido balbettio per non scontentare nessuno come risulta dal sito del CAI (www.cai.it) che pubblica un comunicato firmato dal presidente generale Vincenzo Torti in risposta a quanti fra gli iscritti non hanno apprezzato la posizione del sodalizio fondato da Quintino Sella in difesa delle nostre montagne. E in risposta alle personalità che da tempo rimproverano al Cai di non prendere posizioni nette. “Tutti speravamo in una reale maturazione ambientalistica del sodalizio”, osserva Carlo Alberto Pinelli, accademico del CAI e presidente onorario dei Mountain Wilderness Internazionale, “di cui da tanti decenni siamo soci. E ora il CAI passa dalla parte delle illusioni ridicole delle amministrazioni del Comelico, sacrificando un gioiello ambientale, tutelato dall’UNESCO, per venire incontro  a chi vuole costruire un’ennesima cattedrale nel deserto”.

Può stupire solo gli ingenui l’imperscrutabile immobilismo del CAI, mentre non sembra arrestarsi dovunque nelle nostre vallate, e a dispetto delle emergenze climatiche, la rincorsa a potenziare gli impianti esistenti, ad ampliare i comprensori sciistici fino a interessare le zone protette e le ultime pregiate aree ancora incontaminate. Le minacce in corso si estendono dal Vallone delle Cime Bianche in Valle d’Aosta, all’Alpe Devero in Piemonte, al Comelico in Veneto, al Corno alle Scale e ai monti d’Abruzzo in Appennino. Si sviluppa ovunque questa rincorsa verso l’ignoto e presto tutto cambierà anche in Comelico, con l’idea di consumare ancora più energia e ancora più acqua per garantire l’innevamento artificiale. Aveva dunque buone ragioni il professor Marco Vitale, illustre economista e alpinista, in una intervista al sito “Dislivelli”, a definire il CAI “conservatore mummificato con una capacità di innovazione sociale e culturale prossima allo zero”?  E che dire di un altro grande amico della montagna, il giornalista triestino Paolo Rumiz, che in un’intervista sul Messaggero Veneto spiegò di essere “allibito dalla mancanza di impegno ambientale del CAI”?

A sua volta sul Corriere delle Alpi il giornalista Walter Musizza il 4 giugno 2019 nota da parte del CAI una certa fatica a dare una risposta netta al problema del collegamento fra il Comelico e la Pusteria. “Il Club Alpino Italiano, con riferimento a qualsiasi ipotesi di creazione di nuovi impianti sciistici o di ampliamento di quelli esistenti”, spiega non a caso sul web il presidente generale, “non può che confermare una posizione, adottata nel Bidecalogo, di contrarietà, che trae spunto dai noti limiti della monocultura dello sci, vieppiù rimarcati dai significativi mutamenti climatici”. Fatta con enfasi questa asserzione, subentrano però nel comunicato della Sede centrale parole più concilianti. E dopotutto questa è una storia che si ripete a distanza di un’ottantina e passa d’anni. Anche nel 1937, il Cai prese infatti posizione contro la strada che avrebbe collegato Valtournanche al Breuil aprendo l’era della montagna luna park. “Occhio al Cervino” tuonò in quel tardo Medioevo il presidente del Cai fascista in un editoriale sullo Scarpone del 16 novembre 1934. Senza troppe perifrasi, com’era sua consuetudine, Sua Eccellenza Manaresi si avventurò in una battaglia sicuramente persa in partenza: per il semplice motivo che l’avversare strade e funivie era palesemente in contrasto con gli interessi di un regime che in quegli anni conquistava il consenso anche mediante gigantesche opere che colpivano l’immaginazione delle masse: e la funivia più alta d’Europa era una di queste.

E infatti la nuova strada Valtournanche-Breuil, che negli anni Trenta schiuse la meravigliosa idilliaca conca del Cervino al rombante frastuono delle automobili, venne poi salutata da un coro di osanna dei camerati fascisti mentre i giornalisti in camicia nera si fecero facili profeti: enormi folle domenicali avrebbero popolato la zona, e funivie avrebbero assaltato il Teodulo e il Cervino, e case, ville, alberghi conquistato la valle e i fianchi del monte, a stretto colloquio con le rocce e col ghiacciaio. “Questa fiammata di ardente entusiasmo”, concluse con un clamoroso voltafaccia il presidente in camicia nera, “non deve andare perduta, se si vuole effettivamente che, dall’opera stradale, derivi alla zona la maggiore possibile somma di bene, ma nemmeno deve abbagliarci al punto da toglierci di vista i nudi contorni della realtà”. Uno scrupolo che affiora anche dalle parole dell’odierna dirigenza. “Non si deve trascurare”, si legge nel comunicato citato, “in modo aprioristico la possibilità, riconosciuta dallo stesso Bidecalogo e dettata da evidente e doverosa forma di attenzione verso le popolazioni di montagna, quando se ne ravvisasse l’opportunità socioeconomica, nelle zone in cui tali infrastrutture siano già presenti, di sollecitare approfondimenti ed una rigorosa analisi dei costi/ benefici e della sostenibilità economica e ambientale di nuovi progetti”. Qualcuno nota qualche assonanza tra questi contorsionismi verbali e l’aria che tirava nell’Italia fascista? (Ser)

L’analisi della posizione del CAI nelle pagine del Corriere delle Alpi. In apertura la manifestazione a favore degli impianti a Padola (foto dal Corriere delle Alpi)

One thought on “I tormenti del Club alpino

  • 04/06/2019 at 16:51
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    Così ho risposto al presidente generale del CAI Vincenzo Torti:
    Insomma con un linguaggio… politichese… si è cercato di “ASSOLVERE” la sezione CAI, che fregandosene del BIDECALOGO, ha condiviso la realizzazione dell’impianto. NO!
    Il Corriere delle Alpi del 2 giugno, ha dato notizia che migliaia di persone sono a favore del collegamento impiantistico con la Val Pusteria e contro i nuovi vincoli imposti al Comelico e ad Auronzo, parlando di “giornata storica anche per la sintonia fra le tante voci che si sono alternate sul palco e la popolazione che gremiva la piazza”. Duro il commento di Luigi Casanova, in rappresentanza delle associazioni ambientaliste, (CAI ESCLUSO, CHE SI DICHIARA FAVOREVOLE AL PROGETTO), che da anni si battono contro il collegamento.
    Caro presidente invito i soci a leggere La conversione ecologica di Papa Francesco
    (paragrafo III del capitolo sesto della Lettera Enciclica Laudato si’ del Santo Padre Francesco sulla cura della Casa Comune) 24 maggio 2015
    217 – la crisi ecologica è un appello a una profonda conversione interiore. Tuttavia dobbiamo anche riconoscere che alcuni cristiani impegnati e dediti alla preghiera, con il pretesto del realismo e della pragmaticità, spesso si fanno beffe delle preoccupazioni per l’ambiente. Altri sono passivi, non si decidono a cambiare le pro¬prie abitudini e diventano incoerenti. Manca loro dunque una conversione ecologica, che comporta il lasciar emergere tutte le conseguenze dell’incontro con Gesù nelle relazioni con il mondo che li circonda. Vivere la vocazione di essere custodi dell’opera di Dio è parte essenziale di un’esistenza virtuosa, non costituisce qualcosa di opzionale e nemmeno un aspetto secondario dell’esperienza cristiana. La conversione ecologica che si richiede per creare un dinamismo di cambiamento duraturo è anche una conversione comunitaria. 219 – I singoli indi¬vidui possono perdere la capacità e la libertà di vincere la logica della ragione strumentale e finiscono per soccombere a un consumismo senza etica e senza senso sociale e ambientale. Ai problemi sociali si risponde con reti comunitarie, non con la mera somma di beni individuali: «Le esigenze di quest’opera saranno così immense che le possibilità delle iniziative individuali e la cooperazione dei singoli, individualisticamente formati, non saranno in grado di rispondervi. Sarà necessaria una unione di forze e una unità di contribuzioni. – IL COMSUMISMO E L’AMBIENTE NON ANDRANNO MAI D’ACCORDO. Però i soci del CAI che è la prima associazione ambientalista (320mila), non possono non rispettare il BIDECALOGO. Che scegliessero il consumismo e si cancellano dal CAI.

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