Lavoro e passione dalla città al rifugio

A piedi sono quattro ore per salire da Novate Mezzola al rifugio Brasca passando per Codera. E’ il percorso che fa ogni week-end la coppia di cittadini quarantenni che lo gestisce. Mirco, geologo specializzato in bonifiche ambientali che proprio all’università ha preso coscienza dell’importanza della montagna, ed Elisabetta psicologa-psicoterapeuta dell’età evolutiva, appassionata della montagna da sempre e skyrunner, si sono conosciuti e ri-conosciuti in questa comune passione. Lavorano dal lunedì al venerdì per nove mesi a Milano, e nei week-end di primavera ed autunno e per i tre mesi estivi si uniscono alla piccola schiera-pioniera di cittadini-laureati che fanno i “capanatt”. Prima si sono fatti le ossa collaborando per alcune estati con dei gestori più esperti, rinunciando alle ferie. Due anni fa hanno preso in carico dal CAI Milano la capanna Brasca in alta Val Codera.

Hanno risposto volentieri alle mie domande.

“Sicuramente il motore di questa scelta è stata la voglia di vivere insieme la nostra passione per la montagna in ambienti che amiamo e di prenderci un po’ cura delle persone che, come noi, frequentano la montagna”, mi dicono. E Mirco prosegue: “I nostri ‘primi’ lavori hanno dovuto essere rimodulati. Io mi sono licenziato dall’azienda, ed ora lavoro con contratti a termine e come libero professionista, sempre nel settore geologico. Elisabetta ha convertito il suo contratto in un part time che si interrompe per i tre mesi estivi”.

Il rifugio del CAI Milano rappresenta, in una zona incantevole della Lombardia, la prima tappa del Sentiero Roma, celebre alta via delle Alpi Centrali. In apertura i milanesi Mirco ed Elisabetta, entrambi laureati, nella loro veste di “capanatt” insieme con il fido Basell al Brasca in Val Codera.

La gestione di un rifugio è complessa perché va dai rifornimenti, che vanno pensati ed organizzati minuziosamente, alla manutenzione ordinaria e straordinaria che in uno storico edificio come il Brasca è essenziale. Inoltre c’è l’estrema variabilità dell’afflusso degli escursionisti, che rende difficile la programmazione della ristorazione. Un aspetto cui si fa particolare attenzione per non sprecare risorse, vista la complessità dell’approvvigionamento, affidato alle nostre spalle o all’elicottero. Il tutto cercando di mantenere sempre l’attenzione all’ambiente ed ai clienti”.

Il Brasca non è vicino né al fondovalle per attirare escursionisti frettolosi, né a cime famose che attirino alpinisti, incalzo. “Certo, il Brasca non è un rifugio da grandi numeri e questo ci consente di lavorare concentrando le nostre forze sui clienti che ci vengono a trovare. Intanto siamo la prima tappa del Sentiero Roma, celebre alta via delle Alpi Centrali, che attrae sempre. Inoltre puntiamo sulla qualità della cucina per un’escursione giornaliera anche gastronomica. L’ambiente da fiaba in cui è inserito permette poi di trascorrere diversi giorni in uno scenario unico scegliendo tra escursioni giornaliere di diversi livelli di difficoltà. Curiamo anche la qualità dell’accoglienza andando incontro alle esigenze di tutti i nostri clienti, comprese quelle alimentari (vegane, vegetariane…). In questi anni ci siamo resi conto che un pranzo di qualità e quantità ed un sorriso sono una cura anche per i più ruvidi”.

Avete inserito delle ragazze in alternanza scuola-lavoro: com’è andata? “Per noi è stata una bella esperienza e siamo sicuri che anche per le ragazze sia stato divertente ma soprattutto formativo. Abbiamo avuto due studentesse attive e volenterose. Sicuramente l’esperienza di Elisabetta con le tirocinanti psicologhe e la mia nella gestione del personale, ci hanno aiutato, mettendo le ragazze a loro agio. Siamo riusciti a trasmettere loro il senso del lavoro di squadra e dell’attenzione al cliente e più in generale a far comprendere l’impegno che ogni lavoro richiede”.

Quali consigli dareste a chi vuole gestire un rifugio?  “Il miglior suggerimento è quello di fare una prima esperienza stagionale in rifugi già avviati, per mettersi alla prova. L’ideale sarebbe essere coinvolti anche in attività gestionali, come gli acquisti, il magazzino, i voli dell’elicottero, la burocrazia, la manutenzione di strutture e impianti: sono tutti fattori che possono mettere in crisi ed essere determinanti nella scelta di intraprendere questo lavoro. Spesso si idealizza la vita in rifugio, che presenta aspetti bellissimi ma anche rinunce, fatica e che richiede grande perseveranza. Inoltre, l’isolamento e la fatica di essere attivi dalla mattina presto alla sera tardi, è sicuramente qualcosa che va sperimentato”.

Pensate di continuare? Per quanto tempo? “Non ci poniamo limiti di tempo e speriamo che questa esperienza possa durare a lungo”.

Lorenzo Dotti

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