Vincoli e tutela dei montanari

Quello del “padroni a casa nostra” è il luogo comune più duro a morire, come risulta dalle attuali contese per i nuovi impianti sciistici nel Comelico. “La millenaria tutela dei montanari è il vincolo più efficace” titola inequivocabilmente Il Corriere delle Alpi di martedì 12 giugno 2019. Si riferisce, disconoscendoli o minimizzandoli, ai vincoli imposti di recente dalle soprintendenze in merito ai collegamenti da molti sul territorio auspicati. “Se questi territori sono meritevoli di tutela”, scrive l’autore dell’articolo Diego Cason, “è perché generazioni di montanari li hanno fatti divenire quel che sono con il loro secolare lavoro. Che, visto il risultato ottenuto, è stato uno strumento di protezione dell’ambiente molto più efficace delle decisioni autoritarie ed esagerate della Soprintendenza veneta”. Ma allora, servono e sono utili i vincoli imposti dalla citata Soprintendenza? E’ giustificato l’attacco alla “burocrazia delle soprintendenze” e la demolizione dell’operato di funzionari pubblici che lavorano a garanzia della bellezza e dei valori del nostro ambiente?

“Senza vincoli alla libertà individuale”, osserva Cason, “non c’è libertà. Quelli ambientali e paesaggistici sono strumenti per ridurre o eliminare l’impatto negativo che alcune attività umane hanno sull’ambiente”. E aggiunge ciò che dice la legge: “Le regioni sottopongono a normativa il territorio mediante la redazione di piani territoriali paesistici o di piani urbanistico-territoriali, stabilendo che i proprietari, possessori o detentori di beni ambientali non possono distruggerli né introdurvi modificazioni che rechino pregiudizio al loro esteriore aspetto che è oggetto di protezione”.
 Sono beni paesaggistici le coste, laghi e fiumi, le montagne sopra i 1600 metri, le foreste e i boschi. Praticamente quasi tutto il territorio dolomitico. Da queste norme deriva la “Dichiarazione di notevole interesse pubblico dell’area alpina compresa tra Comelico e la Val d’Ansiei” della Soprintendenza di Venezia che vincola tutto il territorio dei comuni di Auronzo, Comelico superiore, San Nicolò, San Pietro, Santo Stefano e Danta. Limitare pesantemente le attività economiche dicendo, in particolare: “… ulteriori impianti di risalita e piste da discesa non saranno ammesse qualora compromettano aree ad elevata integrità naturalistica, eco sistemica e/o paesaggistica” significa per Cason e per i tanti che la pensano come lui, impedire il collegamento sciistico previsto tra Padola e Sesto e fortemente osteggiato dalle associazioni ambientaliste in sintonia con le soprintendenze.

Ma questo sistematico opporsi ai vincoli non potrebbe rappresentare una sconfitta culturale dei montanari? Il clima non è dei migliori, riscaldamento globale a parte. Non è forse vero, come sostiene Giancarlo Gazzola, vice presidente di Mountain Wilderness, che nelle vallate chi si oppone alle speculazioni dell’industria dello sci o alla trasformazione di malghe e rifugi in alberghi oggi è costretto a tacere, ha paura a esprimersi, deve chiedere ad altri, esterni, il sostegno alle proprie idealità tese a difendere spazi liberi e natura intonsa? Ha ragione chi sostiene che lo sviluppo è stato molte volte privato in montagna del suo fondamentale supporto, il progresso culturale e sociale? Le nostre belle montagne, tradizionalmente spazio dell’accoglienza, della solidarietà, del reciproco sostegno, non rischiano con certe chiusure di adeguarsi a quella cultura dell’egoismo oggi tanto diffusa e portatrice di voti? (Ser)

 

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