Voglia di viaz, voglia di libertà

Aveva in programma di fare un famoso Viaz, un itinerario creato da Franco Miotto, detto dei “camorz e dei camorzieri” sulla Pala Alta. Ma ha perso molto presto il sentiero il vicentino Massimiliano Zampieri e quel 20 giugno 2019 che non dimenticherà mai è finito su una cengia dopo un volo di 15 metri. “A un certo punto”, ha raccontato, “c’era una sporgenza, dovevo superarla sporgendomi nel vuoto. Mi sono tenuto a un pezzo di roccia, ho fatto una leggerezza, non ho controllato che tenesse e mi si è sgretolata in mano. Così sono precipitato per 15 metri in verticale, è arrivato il primo impatto poi sono rimbalzato e rotolato in un canalino fermandomi su una cengia, con lo strapiombo sotto”.

La tremenda avventura di Zampieri, ritrovato con il bacino fratturato dopo molte ricerche dalle squadre di soccorso, lascia intendere su quale tipo di terreno ci si muove quando si percorrono i viaz. Che richiedono una grande capacità di rischiare, ma anche la volontà di ritrovare una libertà purtroppo perduta, talvolta, nell’alpinismo di oggi. “Tra alpinismo ed escursionismo. Voglia di viaz e di cenge, nuova libertà in montagna” è non a caso intitolato un articolo di Giuliano Dal Mas, rinomato scrittore di montagna, appassionato di cultura e storia locale, poesia e arte, musica classica e fotografia, socio accademico GISM (Gruppo Italiano Scrittori di Montagna) e autore di numerose guide sulle Dolomiti. L’articolo è stato pubblicato sull’Amico del Popolo del 27 dicembre 2018.

“Quando l’uomo dopo aver dato l’assalto al quarto, al quinto, al sesto grado, è riuscito ad andare oltre ricorrendo anche all’artificio, quando la conquista ha superato persino l’impossibile, l’uomo ha dovuto tornare indietro, riscoprendo il gusto romantico dell’andar per cenge e viaz”, osserva Dal Mas. Va segnalato che viaz è un termine bellunese: indica itinerari particolarmente esposti e selvaggi da percorrere con particolare spirito avventuroso.”Alpinismo ed escursionismo rappresentano al giorno d’oggi due facce principali dell’andare in montagna”, spiega Dal Mas. “L’andar per monti ha avuto diversi momenti caratterizzanti. Il momento mitologico in primis, quello letterario e poetico, il momento scientifico, quello ludico. Dopo la metà del 1800 i cacciatori che già frequentavano la montagna vivendoci, iniziano ad accompagnare i ricchi signori del tempo che si spostavano per turismo dall’Inghilterra, dalla Germania, dall’Austria. I cacciatori con quell’andar dietro ad una preda avevano già inventato l’andar per viaz e cenge che è stato trasferito poi a quei nuovi frequentatori che hanno fatto conoscere la montagna con le loro pubblicazioni alla gente, promuovendo quel nuovo modo di accostarsi alla medesima. Così sono state scoperte le Dolomiti che vantano come primi salitori ufficiali nomi esotici venuti dall’estero. In realtà questi hanno generalmente trasmesso solo una passione e romanticamente divulgato la conoscenza dei monti, che era peraltro già patrimonio dei cacciatori in sede locale. Ma prima di questi avventurosi per diletto che hanno finalmente lasciato qualcosa di scritto, poco o niente si sapeva”.

Va precisato che l’escursionismo dei “primi” romantici salitori della montagna che si era spinto a percorrere le cenge e i viaz, affrontando i primi facili gradi di difficoltà, col tempo sarebbe diventato l’alpinismo estremo e avrebbe trasformato la sfida dell’uomo portandola verso l’impossibile. “Ma quando anche l’impossibile si è esaurito”, è la spiegazione di Dal Mas, “quando l’uomo dopo aver dato l’assalto al quarto, al quinto, al sesto grado, è riuscito ad andare oltre ricorrendo anche all’artificio, quando la conquista ha superato persino l’impossibile, l’uomo ha dovuto tornare indietro, riscoprendo il gusto romantico dell’andar per cenge e viaz. Persino noi nel nostro piccolo abbiamo subito il fascino di quello andar per monti, di quegli spostamenti lunghi e faticosi e ci siamo accompagnati ad uno dei primi “vagabondi” della montagna, a quel suo modo di andarci che negli anni ‘60 e ‘70 non veniva ancora compreso, ma era deriso, a Bruno Tolot”.

Franco Miotto ha trasformato la sua passione di cacciatore e di bracconiere in passione per l’alpinismo. In apertura uno dei numerosi viaz delle Dolomiti Bellunesi che Miotto frequenta assiduamente.

In genere è un piccolo esercito silenzioso di appassionati a dedicarsi a questo tipo di montagna. “Quello che piace in particolare in questi nuovi protagonisti della montagna del silenzio”, osserva ancora Dal Mas, “è che in genere essi rifuggono dai grandi riflettori della pubblicità, dall’eccessiva luce in cui si sono spesso immersi e affogati nel passato molti alpinisti. Il loro girovagare è un evento personale, romantico, antico. Quel loro modo di andar per monti è forse il più bello, forse quello che più assomiglia alla esplorazione, alla ricerca”. (Ser)

One thought on “Voglia di viaz, voglia di libertà

Commenta la notizia.