Aconcagua ’53. Spunta un’altra verità

Minuscolo, energico e battagliero, Cesarino Fava ha rappresentato e ancora rappresenta un personaggio-chiave dell’alpinismo trentino. Emigrato in Argentina dalla natia Val di Sole, si portò dietro per tutta la vita la sua voglia di scalare. Grande amico di Cesare Maestri, fu Cesarino che lo indusse a tentare con alterne fortune il Cerro Torre negli anni Sessanta. A 88 anni se ne andò e fu un giorno di lutto per l’alpinismo trentino. Era il 23 aprile 2008, un bel giorno di primavera nella sua ridente Val di Sole. “Di Cesarino vorrei dire che la sua scomparsa è una grande perdita per noi tutti. Così generoso com’era e così sensibile e profondo nella sua modestia”. Questo fu, nell’apprendere la notizia, il commento di Mirella Tenderini che nel 1999 curò il suo libro autobiografico “Terra di sogni infranti” (CDA, collana “Le tracce”) di cui recentemente Alpine Studio ha curato ben due riedizioni.

Ora a riaprire un capitolo nella tormentata vita di Cesarino Fava è il bergamasco Matteo Will Bertolotti, appassionato alpinista e co-autore insieme con Diego Filippi della guida “Pietra di Bismantova” (Versante Sud) nonché uno dei fondatori del sito www.sassbaloss.co che qualche anno fa si aggiudicò il Premio Marcello Meroni per la cultura. Ad appassionare Matteo e a indurlo a indagare su Cesarino è la tremenda esperienza vissuta da Fava nel 1953 sull’Aconcagua che gli costò l’amputazione pressoché totale di entrambi i piedi. Una menomazione che non gli impedì di praticare anche in tarda età l’alpinismo: nel 2003, a 81 anni, aprì con Elio Orlandi una via di roccia alla parete sud della Cima d’Ambiez con difficoltà di 4° e di 5°.

Cesarino Fava (a destra) e Leonardo Rapicavoli in ospedale a Buenos Aires dopo la tremenda esperienza sull’Aconcagua.

Che cosa avvenne davvero in quella scalata al tetto delle Americhe in cui si è sempre saputo che Cesarino si ammantò di eroismo e fece di tutto per farlo sapere? Maestri nella prefazione del libro “Terra di sogni infranti” racconta di avere spesso rivissuto lo strazio provato dall’amico nel vedere morire all’Aconcagua l’americano Bursdall dopo averlo soccorso per giorni “nel generoso tentativo di riportarlo vivo alla base della montagna più alta del Sud America”. Ma davvero Cesarino, a sua volta in grave pericolo durante la discesa dalla vetta, fu accanto a Bursdal fino alla morte? “Le cose non sono andate così. Amo la storia dell’alpinismo, la sua diffusione e la verità”, dice Matteo Bertolotti che a quei giorni del 1953 ha dedicato lunghe ricerche incontrando alcuni discendenti degli alpinisti che erano con Cesarino. Ora Bertolotti è in grado di affermare che Fava e il compagno Leonardo Rapicavoli durante la discesa rischiarono di morire e vennero soccorsi da altri due italiani, Orlando Modia e Gino Corinaldesi. Bertolotti si dice certo che nel libro autobiografico Patagonia, Terra di sogni infranti di Fava i fatti sono stati alterati, addirittura distorti.

Chissà quante volte, vien da pensare, Cesarino ha raccontato questa storia arricchendola di sempre nuovi particolari. Una conversazione con lui era sicuramente indimenticabile: tutta scatti, argute osservazioni, frecciate non prive di veleno. Gli occhi chiari e mobilissimi, sostenne a oltranza la versione di Cesare Maestri su quella scalata con il fuoriclasse austriaco Toni Egger al Cerro Torre da cui il “ragno delle Dolomiti” non sarebbe tornato vivo se non ci fosse stato Cesarino a salvarlo. “Io non so”, ripeteva Cesarino, “se Maestri ed Egger siano arrivati in cima al Torre, o no. So solo che non ho il diritto di dubitare che ci siano arrivati”. Adesso su quella spedizione che lui stesso concepì, Reinhold Messner sta girando un film in cui rivendica il diritto di rimettere a fuoco i fatti in base alla sua ricostruzione. E ancora una volta Messner è deciso a provare, così come ha fatto in un suo libro, il mancato raggiungimento della cima 60 anni fa. Come si sa, Maestri ha sempre sostenuto di avere per primo violato la cima dell’allora imprendibile “grido di pietra” pur senza poterlo dimostrare.

“Recentemente”, dice oggi Bertolotti, “ho ultimato la lettura del libro “Cerro Torre – 60 anni di arrampicate e controversie sul grido di pietra” scritto da Kelly Cordes e pubblicato in Italia, nel 2018, da Versante Sud. A catturare la mia attenzione è stato il capitolo che si trova quasi al termine del libro e riguarda Fava e la sua salita all’Aconcagua compiuta con Leonardo Rapicavoli nel 1953. E’ bene sottolineare che già nel 1952 Fava e Rapicavoli avevano tentato di scalare l’Aconcagua lungo la via normale. Non raggiunsero la vetta per prestare soccorso e salvare l’alpinista argentino Manuel Rodriguez e questa rinuncia a un passo dalla cima costituirà uno sprone per il nuovo tentativo che ebbe luogo nel febbraio 1953”.

Fava e Cesare Maestri negli anni Novanta durante una scalata a Cima Tosa (ph. Serafin/MountCity)

“Il 9 febbraio 1953”, prosegue Matteo, “la spedizione, composta da Leonardo Rapicavoli, Cesarino Fava e Luigi Tofanelli, rispettivamente del CAI di Sondrio, della SAT e del CAI di Varese, tutti soci della Sezione argentina del CAI, giunge a Puente del Inca, ultima stazione ferroviaria del valico andino. 
Quel tratto di ascensione viene compiuto completamente a piedi, con tutto l’equipaggiamento a spalla, contrariamente all’abitudine locale di ascendere fino a 6700 a dorso di mulo. Il giorno 16, dopo aver atteso che la violenza del vento diminuisse, gli italiani lasciano alle ore 14 il Bivacco Eva Peron diretti al Bivacco Presidente Peron, a quota 6700, dove arrivano alle 20. L’indomani, verso sera, giunge al “Presidente Peron” anche la Spedizione Burdsal, composta dal nordamericano Richard Burdsal, 57 anni, e dalla sua guida Jorge Washington Flores, ventiduenne, provenienti da Plaza de Mulas che avevano raggiunto a dorso di mulo”.

L’ascensione non promette bene. Dal giorno 17 al 20 la tormenta non dà tregua, obbligando Fava e Rapicavoli a rintanarsi in rifugio. Finalmente il 20 le condizioni del tempo permettono, verso mezzogiorno, di attaccare l’ultimo tratto che li separa dalla vetta.
 Flores cerca di convincere Burdsal a rinunciare, ma l’americano impone alla guida la propria volontà. 
Flores, preoccupato dalle condizioni del suo cliente, prega i due alpinisti italiani di formare un solo gruppo.
 Raggiunta la Canaleta (canalone), a quota 6900 circa, di comune accordo Rapicavoli procede speditamente verso la vetta, raggiungendola alle ore 20. Fava giunge alle ore 20.30 e Burdsal provatissimo con la guida mezz’ora dopo ormai nel cuore della notte.

“Sistemato alla meglio nei pressi della cima Burdsal, che ormai non può più muoversi, i due italiani cercano un riparo”, racconta ancora Matteo in base alla sua ricostruzione. “Dopo aver cambiato posto varie volte, finalmente trovano un masso dietro il quale, dopo aver ampliato una buca con la piccozza, passano la notte accovacciati. 
Fra una raffica e l’altra di vento si tengono in contatto con Burdsal che però a un certo punto non risponde più ai richiami. Nell’affannosa, successiva discesa Fava mette poi un piede in fallo precipitando per una cinquantina di metri assieme a Rapicavoli”.

Ormai stremati a quota 5000 Cesarino e Leonardo trovano inaspettatamente la guida Flores che li aveva preceduti e che dal “Bivacco Peron” scende verso il campo base. Dopo altre quattro ore di marcia giungono finalmente a Plaza de Mulas dove ricevono i primi soccorsi. Con due muli i due italiani scendono fino a Puente del Inca accompagnati da uno degli ospiti del rifugio. Qui all’albergo Terme, tre medici dispongono il loro trasporto a Buenos Aires all’ospedale Alvear, provvedendo anche alle autoambulanze fino al treno e a Buenos Aires sino all’ospedale.

Nel frattempo però una spedizione di soccorso con la guida Flores ritrova Burdsal ancora vivo, ma l’alpinista americano muore poco prima di arrivare a Puente del Inca. Burdsall era stato dunque ‘abbandonato’ più in alto dai due italiani che evidentemente non avevano altra scelta per salvarsi la vita. Nel libro citato da Bertolotti, Kelly Cordes lascia intuire che Fava e Rapicavoli sarebbero stati a loro volta salvati da Modia e Corinaldesi, un italiano originario di Ancona. Anche su questi due personaggi Matteo ha indagato incontrando gli eredi dopo avere raccolto la testimonianza di Claudio Rapicavoli, figlio del compagno di Fava, strappandogli una versione dei fatti ancora più dettagliata e ricca di retroscena. Che non corrisponde con quanto finora si sapeva. O si credeva di sapere. (Ser)

La ricerca di Matteo Bertolotti sulla drammatica spedizione all’Aconcagua di Cesarino Fava con citazioni, cartine, fotografie e spezzoni video può essere consultata nella sua integrità nel sito dei Sass Baloss al link  https://sassbaloss.wordpress.com/2019/05/20/verita-e-bugie-allaconcagua/

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