Nella valle degli Squinobal

La sala era strapiena in maggio alla Società Escursionisti Milanesi per la presentazione di “Due montanari” di Maria Teresa Cometto, un libro tornato sugli scaffali dopo 30 anni per i tipi di Corbaccio. E’ stata un’occasione per parlare di libertà, donne, fatica e gioia in montagna con i contributi di storici ed esperti. E di un alpinismo “umano” apparentemente diverso da quello eroico dei Bonatti, dei Mauri, dei Gogna, dei Casarotto, professionisti che nell’altro secolo hanno tenuto banco infiammando con i racconti delle loro imprese talvolta concluse tragicamente le cronache dei giornali. Antieroi i fratelli falegnami di Gressoney, come li ha definiti Paolo Virtuani sul Corriere della Sera del 5 giugno? Per antieroe si dovrebbe intendere un uomo piccolo, modesto e pulito, apparentemente senza qualità, ma pronto a lottare per la difesa del suo stile di vita (vedere Dustin Hoffman nel “Laureato”), talvolta un perdente nato (il De Niro di “Toro scatenato”). Modelli che non coincidono con le immagini austere e sicuramente vincenti dei montanari di Gressoney che con tanta finezza la Cometto descrive nel suo libro.

Il rifugio ecosostenibile degli Squinobal ai piedi del Monte Rosa. In apertura Oreste e Arturo in vetta al Cervino negli anni Ottanta dell’altro secolo (foto da La Stampa)

A rendere simpaticamente antieroi Oreste e Arturo nell’immaginario collettivo potrebbe essere il fatto che ai loro tempi andavano a scalare “con ancora la segatura tra i capelli dopo una giornata di lavoro tra seghe e pialle”. Un’immagine che fa un certo effetto oggi che l’alpinismo è diventato un business, in cui i successi (le rare volte che si manifestano e rivestono un certo interesse) si misurano con il cronometro o con il numero di likes su Instagram. Particolare significativo. L’alpinismo è stato definito da Guido Rey, un padre del Cai, nobile come un lavoro, e il fatto che l’impegno di falegname si sommi a quello dell’alpinista potrebbe aggiungere in soggetti specifici – gli Squinobal in questo caso – un’aureola in più. Il grande lecchese Riccardo Cassin ci teneva molto a esibire il suo nobile lavoro di fabbro ferraio trasformatosi poi in artigiano e commerciante di zaini e chiodi da roccia: ma non per questo qualcuno lo ha considerato un antieroe dalle rudi mani imbrattate di fuliggine. Cassin da quel gentiluomo pieno di buonsenso che era, non lo avrebbe accettato. Tuttavia va detto che, cresciuti immersi nel paesaggio e nella cultura walser, i montanari Squinobal hanno sapientemente sviluppato un atteggiamento di umiltà e di amore per la montagna che, a quanto si dice, hanno saputo trasferire tanto nel mestiere di falegnami quanto in quello di guide alpine. E il libro della Cometto, fiera di essersi legata alla corda dei fratelli gressonari, mette in luce con discrezione questo aspetto del loro operare.

Maria Teresa Cometto, alpinista e scrittrice, con il libro dedicato agli Squinobal (foto da Facebook)

Dal punto di vista alpinistico, il nome degli Squinobal è comunque iscritto nel libro d’oro dei protagonisti e grandi atleti della montagna (sono stati anche campioni di sci alpinismo). Oreste, che è mancato nel 2004, il 2 maggio 1982 fu il primo italiano a raggiungere insieme con Innocenzo Menabreaz gli 8.586 metri del Kangchenjunga, la terza vetta del pianeta, senza ossigeno sulla Via Normale di sud-ovest, quattro giorni prima che giungesse in cima Reinhold Messner che salì invece dal lato nord-ovest. Oreste era guidato e incitato a non mollare dal campo avanzato dal fratello Arturo, bloccato da un malanno fisico.

Ma va raccontato un altro aspetto fortemente innovativo dell’attività degli Squinobal nel campo del turismo. Oggi a Oreste è dedicata la Horestes Hutte, un rifugio ai piedi del Monte Rosa. Non un rifugio qualsiasi. Gli Squinobal delle nuove generazioni hanno voluto renderlo ecosostenibile, a costo di andare eroicamente controcorrente. A tavola ai ghiottoni non resta che rassegnarsi: niente spezzatino, lardo o speck. Dei piatti tipici serviti nei rifugi di montagna non c’è traccia all’Horestes Hutte, definito il primo rifugio completamente vegetariano e vegano. Addio perciò ai piatti tipici della cucina valdostana, a prelibatezze come la “carbonade” (polpa di manzo cotta in un sugo di vino rosso) o alla polenta concia con l’aggiunta di fontina e burro in abbondanza: piatti con cui ancora ci si rimpinza alla mitica Capanna Carla di Gressoney dopo una giornata di sci. Erano piatti ipercalorici, veri attentati alle coronarie che solo la probità di due montanari e dei loro accorti eredi potevano mandare in archivio per la salute e il benessere delle nuove generazioni di turisti alpini. Il Signore delle Vette gliene renderà merito. (Ser)

 

 

Commenta la notizia.