Morire sulla Cheminée

Una corda fissa permette di superare in sicurezza la Cheminée, passaggio obbligato per raggiungere il bivacco Capanna Carrel, a 3.830 metri di quota, lungo la “normale” italiana al Cervino che si sviluppa sulla Cresta del Leone. L’operazione può risultare faticosa, soprattutto negli ultimi metri e con lo zaino. Ancora qualche placca solcata da corde fisse, un breve traverso sprotetto a sinistra dove si può trovare vetrato, quindi per tracce di passaggio e rocce si arriva alla Capanna Carrel. Non ce l’ha però fatta in agosto un alpinista polacco a restare aggrappato a questa provvidenziale corda avendo scelto, chissà per quale impulso, di salire in progressione libera. Un azzardo che gli è costato la vita. Con una corda, il compagno che lo precedeva avrebbe potuto assicurarlo mentre saliva. Non sarebbe successo niente: in caso di scivolata o di stanchezza, il malcapitato avrebbe mollato la presa e sarebbe caduto per i venti centimetri di allungamento della corda.

Come si può desumere dal web, la Cresta del Leone dispone di un grande quantitativo di corde fisse che rendono il tracciato facilmente individuabile. Sono definite uno scempio ma ormai sono là, servono ad agevolare la salita dei clienti delle guide alpine. Nei suoi “Scritti di montagna” Massimo Mila descrive la scalata al Cervino in termini cha ancor oggi vanno meditati. “Conoscere il Cervino”, osservò il celebre musicologo alpinista che divenne accademico del Cai, “non vuol dire averlo visto dal Breuil e avere letto il libro di Guido Rey; vuol dire avere faticato su per la Cheminée, aver lasciato qualche brandello d’abito e di pelle sulle rocce dell’Arrète du Coq, avere affidato il peso del proprio corpo, quei settanta chili d’ossa, di carne, di nervi e di sangue che sono, tutto sommato, il nostro patrimonio individuale – a quel fragile arnese di corda ondeggiante nel vuoto che è la Scala Jordan”. A proposito di Scala Jordan, si tratta di una scala di corda con pioli in legno che permette più in alto di superare un tratto di parete strapiombante assai faticoso. Quando il 12 settembre 1941 Maria Josè principessa del Piemonte si accinse ad affrontarla con le guide alpine Luigi Carrel detto Carrelino e Giulio Bich, fu costretta a nascondere il proprio turbamento. “La principessa non aveva grande esperienza con le manovre di corda, ma non posso neanche dire che fosse digiuna di alpinismo”, raccontò Bich a Roberto Serafin e Marina Nelli che nel 1998 ne raccolsero la testimonianza per il volume “Picchi, piccozze e altezze reali” curato per il Museo della Montagna. “Carrelino era andato avanti, la principessa e io eravamo ai piedi di quella scala di canapa. Maria José la guardava, poi guardava me. Cercava di concentrarsi ma si vedeva che aveva dei problemi. E non si risolveva a salire. Poi trovò lei stessa la soluzione. Mi chiese di darle un bicchierino di grappa. E partì risoluta”.

E che cosa dire di quel passaggio che dà accesso alla Testa del Cervino, noto come “Enjambée“, un intaglio espostissimo ma ben protetto con chiodi e spit in loco, che si caratterizza per la necessità di una larga spaccata? Jean Pellissier, il “diavolo del Cervino”, ebbe il suo da fare per convincere un cliente ad affrontarlo. Quello non ne voleva sapere e in preda a una specie di delirio lo prese a schiaffi facendogli volare la pipa che Pellissier stringeva tra i denti e costringendolo ad alzare la voce. Finché poi la cordata poté riprendere il cammino verso la cima. E l’amata pipa? “Niente paura”, raccontò Pellissier, “ne avevo in precedenza nascosta un’altra in un anfratto tra le rocce e non ebbi difficoltà a ritrovarla. (Ser)

 

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