Le conquiste di Tichy, un “non alpinista”

Non si definiva un alpinista “in senso stretto” l’austriaco Herbert Tichy (1912-1987), ma un uomo speciale certamente lo era. Un piccolo libro appena uscito di Monterosa edizioni (“Sul trono degli dei. La conquista del Cho Oyu”, collana Le Parusciole, 288 pagine, 14,50 euro) rappresenta un invito a fare conoscenza con questo affascinante viaggiatore, geologo, fotografo e scrittore di cui si era forse persa la memoria. Memorabili, soprattutto per i compatrioti che oggi ne venerano la figura, furono i suoi viaggi in motocicletta fino al cuore dell’Asia dalla metà degli anni ’30 del XX secolo. Ce lo ricorda nella prefazione il romano Paolo Ascenzi che ha curato la traduzione del libro, alpinista appassionato e un po’ sui generis che con altrettanta passione ricopre il ruolo di Professore Ordinario di Biochimica presso il Dipartimento di Scienze, Università Roma Tre. Quella motocicletta di Tichy c’è chi la ricorda esposta nel 2001 a Salisburgo nella bella mostra “Der Berg Ruft!” organizzata con il contributo di Kurt Diemberger, mentre ora il cimelio è custodito al Motorradmuseum di Eggenburg. Detto tra parentesi, a qualcuno il luccicante motociclo dell’eroico Tichy fa venire in mente il “Galletto” della Guzzi con cui gli alpinisti lecchesi andavano nel dopoguerra all’assalto dei “paracarri” delle Grigne. Altri tempi.

Il libro di MonteRosa edizioni è un vero e proprio viaggio nella terra del Nepal e degli Sherpa, con i quali l’autore strinse un profondo e sincero rapporto d’amicizia.

Motocicletta a parte, nella storia dell’alpinismo la figura di Tichy resta legata alla conquista, nel 1954 (l’anno del K2!), del Cho Oyu che con i suoi 8201 metri è la sesta montagna più alta della Terra. Nonostante un grave congelamento alle mani, il “quasi alpinista” Tichy ne raggiunse la vetta insieme con i compagni di cordata Sepp Jöchler, alpinista austriaco che aveva scalato la parete nord dell’Eiger con Hermann Buhl; Helmut Heuberger, geografo all’Università di Innsbruck e lo Sherpa Pasang Dawa Lama, fedele compagno delle precedenti scorribande di Tichy in Nepal.

Oggi la fama di questi uomini si è persa, ma la loro impresa resta memorabile. Se oggi, infatti, il Cho Oyu è considerato tra gli ottomila più facili e viene raggiunto ogni anno da decine di alpinisti, non era certamente tale negli anni ‘50, soprattutto per una spedizione rivelatasi per molti aspetti innovativa: leggera, con uso estremamente limitato di corde fisse, senza ossigeno e organizzata nel periodo post monsonico.

Non tutti i Paesi a quell’epoca andavano alla conquista degli ottomila inviolati con squadroni “alla Ardito Desio” nei quali dilagava il malcontento nonostante la generosità dei mezzi a disposizione di quegli ingrati alpinisti, compresa una “seicento” della Fiat in premio. Nel caso del Cho Oyu la spedizione degli austriaci fu incomparabilmente “leggera”, come sottolinea Ascenzi, rispetto a tutte quelle che l’avevano preceduta e alla maggior parte di quelle che seguirono. Limitatissimo fu l’uso delle corde fisse, soltanto 100 metri, che servirono ad attrezzare la problematica seraccata, fra il campo III e il campo IV, che aveva respinto la spedizione guidata da Eric Shipton nel 1952. L’ossigeno era ridotto a due bombole da 150 litri, soltanto per uso medico. E pensare che le due bombole tornarono “integre” in Austria!

Si può concordare con Ascenzi. Questo di Tichy è un diario di viaggio leggero e senza enfasi e la lettura dovrebbe appassionare anche chi non ne può più di trite e ritrite imprese alpinistiche enfatizzate da cronisti compiacenti. C’è di più: nella prosa di Tichy scorre talvolta un soffio di poesia. Come quando il Cho Oyu finalmente gli appare in tutto il suo splendore. “Ero rimasto indietro per godermi questo spettacolo”, scrive. “Sentivo ancora una volta, la gioia e il desiderio che questa visione da sempre mi procurava. Non riuscivo a spiegarmelo. Non desideravo niente altro. Ero talmente contento che dimenticai persino la nostra montagna e tutto ciò che ne derivava. Poi, improvvisamente, fui travolto da un nuovo sentimento: volevo essere in cima al Cho Oyu. Questa può sembrare una pulsione tardiva, dal momento che la nostra impresa aveva soltanto questo scopo. Eppure fino ad allora non avevo provato una sensazione così forte”. In appendice va segnalato il diario della spedizione. (Ser)

Herbert Tichy (1912-1987) con la leggendaria motocicletta custodita al Motorradmuseum di Eggenburg.

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