L’alpinismo secondo Brera (1)

Giornalista, polemista, scrittore, affabulatore, storico, gourmet, inventore di un formidabile lessico pallonaro. Quante cose è stato Gianni Brera (1919-2019). Nel centenario della nascita, sui giornali si sono moltiplicati i tributi al “Giuan”, soprattutto da parte dei colleghi che lo conoscevano bene e hanno occupato accanto a lui i posti riservati alla stampa nelle tribune degli stadi. Ma un aspetto della sua attività è stato (colpevolmente?) omesso: l’essersi interessato a modo suo anche di alpinismo pur definendosi un “bipede di pianura”.

Di quell’alpinismo che fu definito “irripetibile” si occuparono in realtà negli anni cinquanta e sessanta o anche prima illustri firme del giornalismo. Vittorio Varale, in primis, era specializzato nelle gare di ciclismo, ma aveva una moglie alpinista, Mary, e seppe raccontare come pochi le imprese di Riccardo Cassin e compagnia scalante. Occorre dire di Dino Buzzati che le mani sulla roccia le metteva davvero e ci rimase male quando gli Accademici del Cai gli chiusero la porta in faccia? A sua volta l’indimenticabile Emanuele Cassarà lavorava come segretario di redazione in un giornale sportivo ma si appassionò alle scalate fino a inventare le gare di arrampicata in Valle Stretta e a dirigere da par suo il TrentoFilmfestival. Si potrebbe continuare citando il grande Gianni Roghi, inviato dell’Europeo, il celeberrimo Egisto Corradi inviato di guerra del Corriere a cui Parma ha dedicato una piazza, Mario Fossati della Gazzetta, autore di non pochi assist alle polemiche anti Cai e anti tutto di Walter Bonatti.

Il fatto è che l’alpinismo come le partite di calcio a quei tempi non si vedevano alla tv (l’alpinismo non lo si vede neanche oggi): e il calcio come l’alpinismo andava raccontato nei dettagli, con competenza e consapevolezza. Brera in questo fu un maestro: si inventò un linguaggio di una pregnanza e insieme di una ricchezza tali da surclassare qualsiasi concorrenza. Quando ancora diciamo libero, centrocampista, cursore, goleador, quando parliamo di pretattica, forcing, rifinitura, pallagol, stiamo semplicemente saccheggiando il grande repertorio breriano.

Brera morì in un incidente stradale a Codogno il 19 dicembre 1992, ma la sua lezione è attualissima. Noi di mountcity abbiamo scelto di ricordarlo con un suo scritto di montagna, la prefazione ad “Arrampicarsi all’inferno” di Jack Olsen (Longanesi, 1962) dove si racconta la spaventosa avventura dei lecchesi Corti e Longhi nel 1957 sulla nord dell’Eiger a quell’epoca ancora inviolata per gli italiani: parete che i due intendevano scalare (Longhi ci lasciò la pelle, Corti se la cavò grazie all’impegno di un team internazionale di soccorritori e nulla poterono o riuscirono a fare gli amici italiani Cassin e Mauri accorsi da Lecco).

La prosa di Brera che di quella collana editoriale era responsabile qui lascia poco o nullo spazio all’eroismo. Anzi i malcapitati e, a suo giudizio, incauti alpinisti ne escono quando gli va bene con i lividi delle sue bastonate. Forse è per questo che in una successiva edizione nella collana dei Licheni (Vivalda, 2005) la prefazione di Brera sparì e venne sostituita da uno scritto alpinisticamente ben più ortodosso della diligente Mirella Tenderini. Ed ecco che cosa scrive in questa prefazione, che qui trascriviamo integralmente in due puntate, il grande Brera rifacendo a modo suo la storia di quell’alpinismo che di sicuro non amava e/o in casi estremi non riusciva, come certi di noi, a comprendere.(Ser)

Si credono angeli. Lo sport agonistico è quasi sempre dramma completo: per quanto sia progredita la nostra civiltà, non si compiono gesti atletici ai quali non si possano attribuire significati emblematici di antico sapore belluino. Tali gesti, tuttavia, rimangono a livello della nostra curiosità, del nostro orgoglio fisico, magari anche delle nostre ansie viziose. Il solo alpinismo fa eccezione alla regola. In esso il gesto atletico si nobilita (o corrompe?) nel rischio più gratuito e diventa pura astrazione. Effettivamente, bisogna sentirsi le ali dentro (si sa che a qualcuno è possibile) per comprendere sempre la montagna. Io già, bipede di pianura, ne sono istintivamente atterrito: e come me infiniti uomini, magari nati più in alto.

Per me, ad esempio, il badiale Petrarca del Ventoux cerca appetito assai più che nobili sensazioni. Fra tutte le scalate di cui rimane memoria, mi ha commosso quella di Bonifacio Rotario di Asti che ha fatto voto di rischiare la vita per pregare più in alto possibile il suo santo protettore: a questo commendevole scopo è salito sul Rocciamelone, quota 3577, nell’anno di molta grazia 1538. Ho capito anche i due che sul finire del Settecento hanno scalato il favoloso Bianco, a cercare la “fonte dei diamanti”: in quei giorni lontani si credeva ancora a Plinio, secondo il quale il limpido quarzo era ghiaccio indurito dai secoli. Invece don Giovanni Gnifetti, parroco di Alagna, è già un “vizioso”. La sua scalata al Monte Rosa costituisce primato in una epoca di ormai scatenata follia (1842). I primi bulli del rischio gratuito sono inglesi, cioè i meglio nutriti del mondo. Mettono a repentaglio la vita per vincere il tedio e se stessi. L’orgoglio fìsico inventa sempre nuove lizze alla vanità e al coraggio degli uomini. Importante è distinguersi, e naturalmente rischiare. L’uomo non è certo inferiore alle martore, le cui tracce imperterrite sono state seguite fino alla cima della Jungfrau!

L’Europa borghese è matura per sempre nuove meraviglie. E gli svizzeri hanno splendide montagne e gran voglia di quattrini. L’epopea del Cervino, considerato l’inaccessibile picco dei diavoli, smentisce le superstizioni degli uomini comuni, che solo nel rispetto esprimevano poesia. Io mi sento uguale a quelli anche per le paurose superstizioni, non dico per la poesia, che è ben maggiore negli alpinisti. La croce di fuoco si disegna nel livido meriggio ai superstiti di quell’eccelsa bravata. Su un certo taglio di corda fioriscono i livori e l’invidia come la mala erba di ogni prato: la prosaica solerzia degli uomini tutto fa crescere…

Le montagne hanno profili sublimi e mostruosi. Le difendono le tempeste. Qualcuno favoleggia di conquiste, altri di profanazione. Il distacco è minimo. Per coloro che si sentono le ali, si parla in termini la cui tecnologia rasenta la religione. Nasce una rettorica non inferiore alla solennità di certi sacrifici. Il salutismo ottocentesco è una delle giustificazioni più sobrie, dunque banali. Aria pura, desiderio di vette. Lassù plana l’aquila, maestosa regina dei cieli. Temporanea evasione dalla vita di ogni giorno, troppo insignificante per non avvilirsi nel tragico quotidiano.

Heckmair e Harrer, conquistatori nel 1938 della parete nord dell’Eiger (ph. Serafin/MountCity)

Scopriamo un nuovo esemplare umano, finora ignorato. Ha occhi metallici e pur sereni, direi trasognati. Il suo bradipsichismo e proverbiale. Deve essere calmo e possedere nervi d’acciaio. Entra con pieno diritto nella rettorica alpina il verbo temprare. Muscoli animo ingegno: tutto si può temprare per questi impavidi fabbri di se stessi. Intanto la montagna svela i suoi aspetti più alteri, che è quasi di prammatica definire intimi. Si configura una legge morale e sportiva tra le più affascinanti. Chi vi aderisce entra di acchito a far parte di una minoranza elettissima. Te ne accorgi in guerra, quando rilevi che fra i più gagliardi paracadutisti sono gli ex rocciatori alpini. Ma il paracadutismo è scendere, e il fulmineo sollievo del tuffo mitiga perfino il rischio. Qui si sale, scende, conquista. E naturalmente ci si immola.

Ora, puoi sempre definire superstizione la religione degli altri, come usa dopo tanti secoli di ammazzamenti in nome della bontà di Dio. Ma la superstizione è anche una vezzosa religione tascabile, alla quale nessun dogma ti impedisce di ribellarti. Sul gatto nero puoi strizzare gli occhi, se ti garba, e sprizzare faville luminose con il più semplice trucchetto visivo. Al cavallo bianco puoi fare un saluto o non guardare nemmeno. Più complicato, per via del fantasioso Pitagora, l’augurio tratto dai numeri. Ma il calcolo aritmetico è fatto apposta per cavare di impaccio: un 17 è Satana o io, un 13, idem idem. Li sommi e ottieni 30, cioè dieci volte il nunero perfetto. Venerdì e 17, forze eguali e contrarie, si elidono felicemente; venerdì e 13, a maggior ragione, s’impattano. Via destreggiandoci, secondo un catechismo privato che ascolta anche le stelle, se l’oroscopo è buono.

La superstizione è la parte ancora informe della leggenda. E non esiste montagna che non abbia i suoi elfi e i suoi demoni, le sue fate e i suoi folletti malvagi. Dunque la leggenda è superstizione ricordata, direi esemplificata in fatti e personaggi. A fine gennaio, sulla mia riva si canta alla “povera Merla”, sprofondata nel ghiaccio con l’amante. Anche questo si traduce in precetti perentori: se non vuoi fare la fine della “povera Merla”, non andare sul ghiaccio a pattinare. Ma siamo al cospetto di rischi davvero minimi. Il sublime non c’entra, non si sfiora nemmeno. La montagna, al contrario, incombe su di noi come un’assidua genitrice di portenti.

Si vuole anche materna, secondo rettorica, ma solo per chi vi è ridotto scampando alle invasioni, e anche per chi guarda alla veranda di certi alberghi. Oltre la circoscrizione delle guide autorizzate (rivolgersi al portiere), là volteggiano i demoni alati. L’inferno si è capovolto per nostro continuo sgomento. Lasciate ogni speranza o voi che entrate. L’agone nuovissimo è fatto di rocce e strapiombi, di venti infidi e valanghe. E’ costantemente aperto ai ricchi tediati e ai poveri bisognosi di transfert. Tutta una fauna impensata ma scelta. Angeli insospettati dentro corpi esili o traccagni: e quel lucore particolare negli occhi sereni…

Intuisco tutto un mondo che mi atterrisce. Ho cantato anch’io sulla montagna sull’aria di Katiuscia. Sicuramente quegli inni mi hanno salvato la vita, non so l’anima. A un amico fraterno, Mario Fossati, ho suggerito un libro di montagna che celebrerà la più folle epopea dei lombardi in cerca di transfert nobilitanti; dall’editore amico ho ricevuto l’esortazione ad accettare in “collana sportiva” questo libro di Jack Olsen; ma…è forse sport arrampicarsi all’inferno?

Ecco il dilemma. Tutto quanto lo precede è umile confessione di inferiorità, che negli uomini onesti ingenera ammirazione. Nel mio dialetto redefossiano, il comunissimo “brao merlo!” si attacca forse alla fatale scivolata sul ghiaccio non bene rappreso, è sicuro invece che si ricorre alle battute del popolo, alla notizia di certi drammi alpini. I giornali ne sono pieni nei periodi più propizi alle ascensioni. I titoli sanno talvolta di sberleffo plebeo. Ti credevo un angelo, ed eccoti spiaccicato come un verme. Riaffiorano le viltà ancestrali del “chi te l’ha fatto fare”. Ma i giornali non sprecano notizie drammatiche senza puntare al brivido. E questo brivido è già inconscia espressione di rispetto. Se si credeva un angelo, solo per questo andrebbe ammirato!

Gianni Brera

(1-continua)

La seconda parte di questo scritto è stata pubblicata sabato 21 settembre (http://www.mountcity.it/index.php/2019/09/21/lalpinismo-secondo-brera-2/)

 

2 thoughts on “L’alpinismo secondo Brera (1)

  • 24/09/2019 at 18:50
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    Brera è morto nel 1992 – come correttamente scritto nel testo – e non nel 2019 come indicato nel titolo.
    Era un magnifico scrittore, inventore di linguaggio. Peccato che abbia dedicato il suo genio al calcio.

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