L’alpinismo secondo Brera (2)

Mentre si celebra il centenario della nascita di Gianni Brera, illustre giornalista e scrittore, noi di mountcity abbiamo scelto di ricordarlo con un suo scritto di montagna: la prefazione ad “Arrampicarsi all’inferno” di Jack Olsen (Longanesi, 1962) dove si racconta la spaventosa avventura dei lecchesi Corti e Longhi nel 1957 sulla nord dell’Eiger. Si tratta, nel caso della prefazione, di un’aspra, disincantata requisitoria sull’alpinismo e i suoi idoli dai quali Brera intese prendere le distanze come “bipede di pianura” istintivamente atterrito da un’attività in cui “si sale, si ascende e naturalmente ci si immola”. La prima parte (http://www.mountcity.it/index.php/2019/09/19/lalpinismo-secondo-brera-1/) è stata pubblicata giovedì 19 settembre. Qui la seconda e conclusiva parte del suo scritto.

Croupier di se stessi. L’etica dell’alpinismo è particolare, ma non si discosta da certe impennate sentimentali ed eroiche. Non riesci a concepire che un angelo si macchi e neppure s’intorbidi, benché la mitologia cristiana annoveri tuttora prosapie luciferine. Con Jack Olsen si compie una paurosa ascensione all’inferno. L’atmosfera è da allucinati. E lui, calmo rigoroso imparziale, vi invita a puntarvi il cannocchiale. Vi è perfino un personaggio, von Almen, che lo affitta per pochi spiccioli, il cannocchiale, e nel dramma dell’Eiger fa da coro. Sta seduto sulla veranda del suo albergo e cerca i camosci sui costoni e sulle rocce delle montagne bernesi. Così gli capita pure di vedere gli alpinisti.

I frati del Medioevo hanno dato nome cristiano ad ogni montagna, ma non all’Orco. Nel Gotha delle cime alpine, questa dell’Eiger è solo compresa per essere infida. E’ stata l’ultima montagna inviolata d’Europa. Una cordata composta da due tedeschi e due austriaci l’ha conquistata (o profanata?). Vittime, prima e dopo, una lunga schiera. E gli svizzeri, come me, a deplorare; articoli di fuoco, libri: arrestiamo per tempo questi suicidi! Forse non si strepita tanto per l’uomo che si immola inutilmente, quando per il turismo che ne potrebbe soffrire. Ma l’Eiger è sempre lì mostruoso e bieco, e le bufere del nord vi rugliano contro, scalfendone via via le pareti funeste.

Il termine scalfire è ridicolmente improprio. Le bufere del nord sono vaste e solenni: le cadute di sassi, le loro ululanti trafitture, si susseguono con rombi di apocalisse, L’Eiger porta il suo nome in capo. Una concava clessidra. E fa anomalia nel sontuoso svettare di cime silicogranitiche: è calcarea dolomia: il vento il gelo il sole ne sfaldano costantemente le placche ghiacciate. Nei profondi canaloni e nei crepacci, neve d’un livido verdazzurro, che è il colore dei ghiacci millenari.

Scalare l’Eiger non è grande impresa dal punto di vista tecnico: è solo rischio folle, un azzardo. L’alpinista diviene croupier di se stesso:; o azzecca l’en plein o è spacciato. Ma quanto fascino nel cupio dissolvi di chi si ritiene dotato di ali! Nei paesi in cui osare è attitudine remunerativa (l’Italia e la Germania degli anni trenta), si preparano clamorosi assalti all’Orco. La cordata tedesco-austriaca, ora che l’Anschluss è stato consumato, si affretta al rien ne va plus perché ha saputo di tre lecchesi già pronti al gran colpo. Uno dei tre si chiama Cassin e il suo intervento nel dramma di Jack Olsen è da padre nobile, ragionevolmente sdegnato la sua parte. Il caro Vittorio Varale consola i lecchesi mandandoli a violare lo sperone nord della punta Walker, ultimissima verginità ostentata dal Bianco. La loro impresa è altrettanto favolosa, ma la vittoria finalmente riportata sull’Orco esalta i tedeschi di Hitler.

A Lecco, sotto la palestra maestosa ma casalinga della Grigna, un atticciato ragazzo di nome Claudio Corti nobilita il suo transfert alpinistico nel sogno di essere primo fra gli italiani a scalare l’Eiger.

Sono passati vent’anni dalla prima. L’Orco è stato vinto più volte, ma non meno frequentemente ha vinto e ucciso. Claudio Corti convince alla folle giocata Stefano Longhi, ormai fatto pesante dagli anni. Pecca di bontà e insieme di superbia. Questo peccato rischierà di perdere Corti e condanna senz’altro il povero Longhi. L’Orco impone tenebroso rispetto: non è un sesto grado, non esige doti tecniche particolari, ma impegna direttamente la fortuna dell’uomo: chi manca l’en plein è perduto.

Mi sono disposto a leggere Jack Olsen nello stato d’animo che sapete. Poi, la crescente angoscia mi ha avvinto. “Arrampicarsi all’inferno” è un giallo autentico, racconta un dramma completo. Chi non sa di montagna si arrende via via agli incubi che sicuramente ha vissuto da ragazzo. Mi è accaduto di ripensarci, a distanza di settimane, e di avvertire ancora brividi raggelanti. Nel dormiveglia, affacciarsi e guardare l’abisso. Perfino i sedimenti onirici di tre anni di paracadutismo annientati pari pari. Sul concavo e mostruoso addome dell’Orco, due paesani come me che il freddo la fame la stanchezza mortale stanno annientando nell’impietoso trascorrere del tempo.

Soccorritori arditi e generosi come i cavalieri antichi si organizzano a distanza per salvarli. Non li muove tanto la pietà quanto l’orgoglio di casta: sono angeli veri.

Di pagina in pagina, il dramma si compie in una suspense incredibile, da me sinceramente insospettata. Il llettore si ritrova di volta in volta sulla veranda di von Almen (“perché si arrampica certa gente?”) e sulla flagellata cima a coltello dell’Eiger, sulla Volkswagen dell’accorrente Ludwig Gramminger e appeso al suo provvidenziale verricello che salverà Corti. L’agonia di Longhi è insieme avvilente e tremenda: ma il grottesco delirio di Corti, alla fine, ci riporta a terra: la nostra terra, dico.

La domanda di von Almen “perché si arrampica certa gente?” è anche la mia e forse la vostra. Però i superstiti hanno modo di celebrare o subire il loro puntuale processo. Si era parlato di innominabili atti di egoismo, nell’infuriare del dramma. Jack Olsen ha fatto giustizia di ogni indegno sospetto. Ce n’era bisogno, specialmente da questa parte delle Alpi. Gli angeli della montagna non sopportano macchia.

Il salvataggio di Claudio Corti nel 1957 alla nord dell’Eiger.

Il reduce Claudio Corti viene ancora sorpreso a Olginate, il suo paese, mentre rientra in moto con l’erba per i conigli. E’ l’ultimo colloquio, né dobbiamo deluderci di così prosaico mutamento di piani. Fosse mai servita un’immagine a renderci più umano il protagonista, eccola delineata dall’umile realtà di ogni giorno. La chiusa è onesta e obiettiva come l’intero libro.

“Avevamo trovato un uomo semplice e ingenuo che aveva fatto della montagna il suo mondo, la sua unica realtà, il luogo dove si liberava delle delusioni e delle umiliazioni che tormentano la vita del povero. In un altro ambiente avrebbe potuto diventare ubriacone o costruttore maniaco di modellini navali, o cacciatore di farfalle. Ma lui conosceva soltanto le montagne e nella sua semplicità sentiva il bisogno di conquistare una cima dopo l’altra, come se nel vincerle dominasse tutte le forze del mare, i folletti i demoni e gli orchi che popolano la mente dei bambini…Sembra ora che Claudio Corti sia portato, con cieca ostinazione, a tornare sul luogo della sconfitta. ‘Io vincerò lui o lui vincerà me’. Tutti siamo bambini, ma non tutti siamo coraggiosi”.

Così Jack Olsen; e se non vi sentite le ali dentro, questa chiusa vi parrà una liberazione. Ma per Corti, che ormai tiene famiglia, vi augurerete non debba più credere all’Orco. Uscito lui dal suo incubo, anche voi vi sentirete di esserne fuori. E penso proprio che a un libro non si possa chiedere altro.

Gianni Brera

(2- fine)

La prima parte (http://www.mountcity.it/index.php/2019/09/19/lalpinismo-secondo-brera-1/) è stata pubblicata giovedì 19 settembre.

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