Nostalgia dei vecchi rifugi? Ne parliamo con Popi Miotti

Rifugi detox dove dimenticare l’esistenza dello smartphone, strutture di design create per “abitare l’estremo”, capanne “golose” dove il menu è affidato a chef di grido. E pensare che, preoccupato per la piega consumistica dei suoi rifugi, il Cai decise diversi anni fa di tornare a un’accoglienza spartana limitando la lista delle pietanze a un “menu alpinistico” con il solito minestrone. Invece oggi niente di tutto questo. Con video e musica disco, certi rifugi alpini assomigliano sempre più a locali per happy hour: spuntano ombrelloni da spiaggia, sdraio multicolori, bandiere, striscioni e palloncini. Che cosa ne dice Giuseppe “Popi” Miotti, gloria dell’alpinismo valtellinese con esperienze di capanatt, conduttore del frequentato sito rifugi-bivacchi.com che ospita anche i suoi scritti di alpinismo e di montagna?

Giuseppe “Popi” Miotti. Più sotto il logo del suo sito rifugi-bivacchi.com

• L’intervista“Ogni estate”, spiega Miotti, “giornali e media dedicano molto spazio alle varie tematiche legate alla gestione dei rifugi alpini. La lista è lunga: si va dalla classica intervista al rifugista con l’altrettanto classico corredo di lamentazioni sul tempo, a interventi sul clima che cambia, passando per rilievi sulla scarsa preparazione di molti avventori, fino ai problemi di accessibilità o a critiche sulla miope sensibilità turistica di certe amministrazioni e così via. In questi ultimi anni, complici molti fattori, il rifugio alpino ha subito notevoli trasformazioni sia nei suoi elementi strutturali sia nel significato stesso della parola”.

A che cosa sono principalmente dovute queste trasformazioni?

 “Ad accessi resi a volte più agevoli da nuove strade di servizio o da impianti di risalita, a interventi di ampliamento e manutenzione, a opere di adeguamento impiantistico a volte surreali perché pensate per la pianura, ma burocraticamente imposte anche a 3000 metri. E, ancora, a una maggiore comunicazione grazie anche al fenomeno di internet. Tutto ciò ha influenzato moltissimo questa mutazione morfologica e semantica. Il maggiore afflusso turistico, del quale forse il rifugista poco si accorge perché più diffuso sul territorio, ha portato fra le cime una tipologia di avventori che fino a non molti anni fa erano considerati mosche bianche o persone un po’ strane che pensavano di trovare in quota gli stessi agi del fondovalle”.

C’entrano in questa trasformazione le nuove tecnologie?

 “Di sicuro per adeguarsi ai tempi il rifugio, termine che indicava la spartana base di partenza per le scalate o un tetto per ripararsi dal maltempo, è in molti casi diventato una specie di albergo. In soli quarant’anni, molte di queste strutture alpine, passatemi l’ironia, si sono trasformate da nidi d’aquila a gabbie per canarini. Le prime avvisaglie si ebbero con l’introduzione diffusa dell’energia elettrica: se prima mancava o era solo usata per illuminare fiocamente i locali cucina, in pochi anni si è estesa in tutto l’edificio e, bisogna dirlo, grazie ad essa è stato possibile far funzionare lavastoviglie e freezer alleviando non poco le fatiche della gestione”.

Quali sono le nuove esigenze dei frequentatori?

 “Con l’elettricità, va osservato che è giunta anche l’acqua calda e ben presto, per adeguarsi ‘alle nuove esigenze’, sono state installate le docce, altro lusso il cui uso resta a mio avviso confinato a pochi sofisticati montanari della domenica o del ferragosto. Con il mutare delle caratteristiche imposte alle strutture alpine e alla modernizzazione della clientela (difficile sapere quale delle due abbia influenzato l’altra), in molti casi è anche cambiata la figura del gestore”.

Chi sono, come si presentano oggi i gestori?

 “Fino alla fine degli anni 70 del secolo scorso il custode, generalmente una guida alpina locale, era coadiuvato dai famigliari e da qualche saltuario aiutante. Gradualmente, vuoi per un mancato rinnovo generazionale, vuoi per i sempre più onerosi e a volte difficilmente comprensibili interventi legislativi e fiscali, molti dei vecchi gestori hanno ceduto l’attività. È pian piano nata una nuova tipologia di custodi comprendente anche dei cittadini in cerca di un lavoro a contatto con la natura, più libero e meno stressante di quello che avevano in pianura. Più spesso la gestione è passata ad altre giovani guide alpine, ma non sempre indigene. Generalmente lo sforzo di questi capanatt è stato accompagnato anche da una forte impronta manageriale comprendente la proposta di eventi spettacolari e di richiamo in alcuni casi forse anche un po’ fuori luogo”.

L’impronta manageriale dei “capanatt” presenta anche un rovescio della medaglia?

 “Naturalmente è ingiusto fare di tutte le erbe un fascio: ci sono rifugi che si raggiungono in auto, altri in pochi minuti di cammino, altri ancora situati assai lontano e ad alta quota. Le situazioni sono molto diverse, ma mi pare che ovunque la tendenza sia quella appena descritta. Anche l’uso sempre più intensivo dell’elicottero ha avuto notevoli ripercussioni. Se da un lato questo strumento ha di gran lunga migliorato le condizioni di lavoro e la qualità del servizio offerto, dall’altro, in certi casi, ha favorito il distacco del rifugista dalla sua montagna”.

Che cosa bisognerebbe rimpiangere della vecchia generazione di rifugisti?

 “Un tempo il legame fra uomo e capanna era strettissimo, tanto che il fine stagione era visto come l’abbandono di una persona cara, mentre a primavera iniziava una sorta di corteggiamento, con le prime salite per vedere se era tutto a posto, se il sentiero era in ordine e così via. Il gestore era tutt’uno con la montagna e anche un po’ Cerbero, guardiano di quei luoghi tanto preziosi. Anche oggi la vita del custode non è facile, specie nei momenti di maggiore affluenza turistica, e chi lavora lassù resta sempre, chi più chi meno, non solo un maitre d’hotel. I gestori consigliano il turista, informano sulle condizioni della montagna, sorvegliano le cordate impegnate nelle ascensioni, sopperendo – purtroppo solo in parte – ai molti errori generati da una spesso scorretta comunicazione mediatica e dalla falsa infallibilità dei dispositivi elettronici che inducono alla percezione collettiva di una montagna facile”.

Le trasformazioni di cui si parla riguardano anche i rifugi del Club alpino?

“In conseguenza a quanto appena detto, molti rifugi sono diventati anche base per celebrare gare e manifestazioni di vario genere, spesso corredate dal frastuono di motori e musiche ad alto volume, luogo di degustazione eno-gastronomica con chef stellati, spa d’alta quota. Tutto questo e altro ancora è quanto si è aggiunto alla normale funzione del rifugio. Lo stesso Club alpino, proprietario di molte strutture, ha abbracciato queste trasformazioni nonostante spesso siano in palese contraddizione con le regole del comportamento in montagna contenute nel Bi-decalogo redatto dal Sodalizio stesso”.

I tempi però cambiano…

“Le mie sono considerazioni arcinote e non voglio esprimere giudizi particolari perché nelle cose è meglio cercare equilibrio e buonsenso. E’ vero, i tempi cambiano, la mutazione è nell’ordine delle cose e guai se non lo fosse; sarebbe peccato grave cercare di fermare il flusso, ma senza dubbio bisognerebbe guidarlo; saggiamente e saldamente. Tuttavia, poiché confesso di serbare una certa nostalgia per la vita e le atmosfere del vecchio rifugio alpino, abbozzo una proposta in controtendenza ma, proprio per questo, forse non meno originale di quelle messe in campo di recente per attirare avventori”.

Quale sarebbe la proposta “in controtendenza”?

“L’idea riguarda un ‘Rifugio vintage’, nome assolutamente provvisorio, che richiederebbe poco impegno e sarebbe bello fosse adottata da tutti gli interessati, anche se non necessita l’unanimità. Per un giorno intero e una notte la capanna dovrebbe ripresentarsi al turista come era una volta (almeno negli anni 60 del Novecento). Ad esempio: luce con lampade a gas, menù fisso senza extra (a parte casi eccezionali), bevande limitate a the, caffè, acqua e vino sfuso, coprifuoco alle 22,30, no acqua calda per lavarsi e così via. Se poi la manifestazione avesse successo la si potrebbe estendere anche a più di due giornate”.

Un’idea che può apparire stravagante. Come sarebbe possibile promuoverla?

“Unica cura sarebbe quella di rendere nota la data prescelta tramite i media, informazioni negli alberghi e nei locali di fondovalle e anche mediante un cartello posto all’inizio dei sentieri che portano al rifugio. Potrebbe diventare veramente un’iniziativa comune a tutte le strutture alpine provinciali e perché no, nazionali, una simpatica ricorrenza annuale, omaggio storico e giorno della memoria del rifugio che fu. Non obbligatori i pantaloni alla zuava di velluto o lana, la camicia di flanella a quadri e gli scarponi pesanti”.

 

 

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