Kukuczcka come lo vide Bonatti

Fu il secondo uomo, dopo Reinhold Messner, a completare la salita dei 14 Ottomila, primo a raggiungere la vetta di quattro Ottomila in inverno: Dhaulagiri, Cho Oyu, Kangchenjunga e Annapurna. Purtroppo nel 1989 sulla parete sud del Lhotse, una corda usurata si ruppe mettendo fine alla vita e alla strabiliante carriera alpinistica del polacco Jerzy Kukuczka (1948-1989), sposato, due figli. In Italia la fama di Messner appena incoronato re degli ottomila era in quegli anni alle stelle, le sue serate affollatissime. Occorre riconoscere trent’anni dopo che inevitabili furono all’epoca sulla stampa – specializzata e non – i raffronti fra i due fuoriclasse. Ma tra i due grandi non ci fu rivalità, almeno in apparenza. Il mite Jurek non ci stava quando qualcuno ne faceva cenno. Era convinto che in Polonia ci fossero parecchi alpinisti più bravi di lui. Messner d’altra parte era sugli altari e sfruttava senza risparmiarsi l’onda della popolarità riempiendo di figli dei fiori i palazzetti dello sport. A che pro mostrarsi superiori a lui? “Credo che sarebbe stato difficile superarlo”, disse Jurek saggiamente, “la sfida agli ottomila per me era già sua, io sapevo che sarei arrivato secondo e questo mi basta. Reinhold è il più forte, è stato il più forte. Inoltre è un uomo molto intelligente e la mia idea era quella di fare sì tutti gli ottomila, ma su itinerari impegnativi, non per essere il numero uno”.

E’ doveroso affermare che Messner e Kukuczka hanno fatto da apripista per tutti salendo gli ottomila senza ossigeno supplementare, spesso per vie nuove e – nel caso di Kukuczka – anche in inverno: uno stile che ha poco o nulla a che vedere con quello del pur forte alpinista nepalese Nirmal Purja che in questi tempi smemorati buca gli schermi televisivi dopo avere collezionato nel tempo record di sei mesi o poco più i quattordici colossi. E tutto ciò facendo affidamento, se si è ben capito, sull’ossigeno supplementare, su elicotteri d’alta quota e su un team di Sherpa del tutto eccezionale che lo ha assistito. Nell’intento di beatificarlo, come oggi fanno i corifei del giornalismo di montagna da tempo digiuni di eroi, si è letto che l’intrepido Purja ha fatto tutto a sue spese, giocandosi la liquidazione di ufficiale dei Gurka da cui si è congedato. Giù il cappello. Ma il parsimonioso Kukuckzka fece di meglio, togliendo dal materasso i soldi che si guadagnava pulendo ciminiere, un lavoro da lui definito “bestiale” ma pagato dieci volte quello di un operaio. Anche per le sue coraggiose scelte di vita in un paese dell’est come la Polonia ancora estraneo al nascente business che si accompagnava alla corsa agli ottomila, incontrò le simpatie di Walter Bonatti la cui intransigenza è ben nota e che molto critico si rivelò con le sponsorizzatissime “corse alla vetta” dell’epoca nel suo libro “Un modo di essere” (Dall’Oglio, 1988) in cui dedicò un capitolo intriso di veleni all’”alpinismo malato, anni 80”.

Successivamente nella prefazione del libro “Al quattordicesimo cielo” (Mursia, 1990) in cui il polacco raccontava la sua vita tribolata, Bonatti parlò senza fare nomi di falsi profeti. E chi mai avrebbero potuto essere i falsi profeti se non gli attivisti della wilderness sostenuti da una parte del Club alpino accademico e in cui era provvisoriamente intruppato Messner? Quanto a Messner si sa che, animato da sinceri impulsi anti sistema in sintonia con la vivace contestazione studentesca, aderì a clamorose iniziative come l’assalto alle funivie del Monte Bianco di cui si chiedeva utopisticamente lo smantellamento. Per niente d’accordo, Walter si rifiutò di commentare la faccenda con i giornalisti. Spiegò anzi seccamente di “aver dedicato anche troppe parole” al più giovane collega (Lo Scarpone numero 5, 15 marzo 1990).

Di Kukuczka, ormai a quel punto passato a miglior vita, Bonatti ebbe comunque modo di raccontare a lungo nel già citato “Al quattordicesimo cielo”. La sua prefazione andrebbe oggi letta o riletta come un’analisi spietata dell’alpinismo di quegli anni. Che poco conciliabile con gli ideali bonattiani evidentemente lo era. Bonatti non si lasciò sfuggire l’occasione per dar fuoco alle polveri. Dichiarò a chiare lettere, come si può leggere nel testo che pubblichiamo, il suo sdegno per “gli ormai proliferanti avventurosi del business e dello spettacolo”, la sua fiera ripulsa per “l’indole della nuova razza montanara”, il suo disgusto per “la pubblicità di alcune tavolette di composti chimici, proclamate come fonte dell’energia di un noto scalatore consenziente a questo tipo di operazione”. Trattatavasi, guarda caso, delle tavolette energetiche reclamizzate da Messner. E Messner incassò senza batter ciglio le invettive di quel fratello che “non sapeva di avere”, come scrisse tanti anni dopo, in un impeto di sentimentalismo, in un libro dedicato post mortem a Bonatti.  (Ser)

Walter Bonatti

L’alpinismo di Jurek?  “Pulito e leale, da prendere a modello”

Jerzy Kukuczcka, Jurek per gli amici, è caduto presso la vetta del Lhotse, a 8350 metri; con lui è scomparso anche quel prezioso ideale che per molti egli ha saputo rappresentare. Non potremo più sognare le imprese che Jurek avrebbe compiuto prossimamente né sapremo mai come in futuro avrebbe saputo affrontarle. Egli, ormai, non potrà essere per noi che un ricordo, un simbolo; ma rimarrà anche quel fermo e inestimabile riferimento che Jurek sempre ha saputo essere, e che in lui sempre noi abbiamo riconosciuto. Altri continuatori di idee e statura simili alle sue portano i nomi di Wojtek Kurtyka, Doug Scott, Tomo Cesen, per non citarne che alcuni.

L’alpinismo di Kukuczcka, che fino all’ultimo ha condotto in modo classico-romantico e portato ai livelli massimi di bravura, inizia intorno agli anni Settanta: un’epoca che già aveva poco da spartire con intenti e mezzi tradizionali. Eppure nessuno quanto lui e pochi altri suoi compagni ha saputo, anche per forza maggiore, non disponendo di mezzi finanziari, fare a meno di quello sfrenato, crescente progresso tecnico-chimico, quindi anche fisico-psicologico, diventato sempre più contaminante e devastante fino a stravolgere addirittura i confini dell’impossibile e il senso stesso di un’impresa. Quella forza maggiore starebbe in tal caso a dimostrare ancora una volta che tutti i mali, in fondo, non verrebbero soltanto per nuocere.

Appena ventenne Jurek già si distingue sui Tatra, che affronta d’estate e d’inverno lungo itinerari estremi, mettendo sempre più alla prova le proprie doti fisiche di scalatore e un temperamento fortissimo, già collaudato in un mestiere di uomo del popolo. Gli anni della contestazione, sopravvenuta nei liberi paesi europei, coincidono con quelli della sua formazione alpinistica: ma per lui, polacco, non vi saranno possibili rivendicazioni sociali ed esistenziali. Pone invece le sue energie, con determinazione, a diventare sempre più forte e capace, per poter ottenere dalle autorità del suo paese l’idoneità, e un minimo di sussistenza, tagli da permettergli di raggiungere l’Himalaya dei suoi sogni. Questo dopo aver superato, come prova finale, alcune tra le più difficili pareti delle Alpi. Inizia così una serie di spedizioni himalayane che lo porteranno, dal 1979 al 1987, a raggiungere tutte le cime superiori agli ottomila metri.

E dunque compiendo scalate anche solitarie, sovente per vie estreme, e non di rado affrontate in particolari condizioni climatiche che Jurek, nel breve tempo di otto anni soltanto, sale in cima a tutte le quattordici vette più alte della Terra (due delle quali scalate per due volte). Fa questo realizzando dieci vie nuove, quattro prime invernali, e senza mai ricorrere all’uso di bombole di ossigeno. E’ il suo stile, anche di muoversi e vincere senza tanto baccano attorno, cosa invece che non avviene per gli ormai proliferanti avventurosi del business e dello spettacolo. Per un soffio Jurek non è anche il primo uomo in assoluto a raggiungere lo straordinario primato dei quattordici ottomila; tuttavia egli compie, per ognuna di queste cime raggiunte, una vera impresa alpinistica davvero realizzata ai limiti attuali dell’umanamente possibile.

Onore dunque alla sua bravura, ma anche all’uomo che pur partendo da condizioni estreme, anche di ordine economico, ha saputo uscire vincitore e integro. Voglia il futuro farsi carico di questo merito indicando in Jurek un modello per le nuove generazioni di alpinisti.

Io posso dire che è stato lui, e soltanto lui fino a oggi, a concretizzare per davvero ciò che proprio io avevo considerato, nel mio vecchio libro I giorni grandi, “un’ardita previsione, perché l’uomo nella sua autonomia forse non diventerà mai così forte da poter sfiorare tali limiti”.

Perché prendere a modello Jerzy Kukuckzka e il suo alpinismo pulito e leale? Proprio perché nel suo esempio c’è tutto il rispetto e la coerenza delle regole del gioco, che nell’alpinismo è fondamentalmente quello di affrontare onestamente l’impossibile, non di demolirlo. Da una parte c’è la crescita dell’uomo che affonda le sue radici su tutto ciò che lo porta a misurarsi con le Colonne d’Ercole che ha dentro di sé. Dall’altra, invece, preme la massiccia evoluzione tecnica che conduce a un progressivo decadimento di limiti e peculiarità. Così l’impossibile tende sempre più a ridursi, i mezzi tecnici si sostituiscono all’avventura che via via svanisce assieme alle sue componenti, le sue imprese finiscono per diventare sempre meno imprese, lievitano le speculazioni favorite dal poco scrupolo e dal concreto interesse, si tende a sopprimere le regole dopo averne distorto il significato.

Ma se noi rigettiamo le regole, rigettiamo il nostro meridiano di Greenwich su cui basarci per misurare e misurarci. Senza punti di riferimento, senza regole, tutto è permesso, tutto è possibile, ma tutto non ha valore perché non è rapportabile a niente. Senza regole non si è nessuno!

A rendere incredibile ciò che Jurek è riuscito a fare praticamente senza mezzi, basta citare, per contrasto, alcune qualità divenute ormai proprie, o quanto meno accettate, anche in un certo ambiente di montagna. Pure qui non v’è cosa oggi che non appaia in qualche modo e in qualche misura avvelenata, corrotta, svilita, degenerata dal pratico tornaconto e dal compromesso. Accade persino che una certa speculazione pubblicitaria ci venga contrabbandata per informazione e cultura. E poi i si nota con frequenza come la furberia di molti sia sempre pronta ad adattare la storia alle proprie debolezze, nonché sia sempre disponibile al camaleontismo di convenienza per far pareggiare tutti i conti. Questo già può bastare, e ne cresce, per scoprire l’indole della nuova razza montanara. Ma parta ancora un flash in omaggio all’incredibile Jurek. Appeso per le strade c’è un manifesto pubblicitario che esalta in modo spettacolare e su larga scala alcune tavolette di composti chimici, proclamate come fonte dell’energia di un noto scalatore consenziente a questo tipo di operazione; ovviamente è messo anch’egli in bella mostra sul cartellone, forse a rendere più convincente il messaggio. Contemporaneamente, in un luogo più appropriato, sono esposte le attrezzature che Jurek ha usato per le sue salite ai quattordici ottomila: qualche chiodo, un martello, pochi altri oggetti ben collocati. Ma ciò che più commuove, anche pensando all’uso che se ne è fatto, è una sbiadita, comune e lisa giacca a vento d’altri tempi. Pare che dalle labbra di un visitatore sia uscito questo commento: “L’uomo conta sempre più di ogni altra cosa”.

Walter Bonatti

Prefazione del libro  “Al quattordicesimo cielo” (Mursia, 1990)

Cecilia, vedova del grande alpinista polacco scomparso trent’anni fa, nel 1989, accanto ai cimeli del marito.

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