Nirmal Purja, è vera gloria

Il gurka nepalese Nirmal Purja, che ha collezionato in poco più di sei mesi tutti gli ottomila, si è lasciato dietro una scia di commenti in gran parte positivi. E con buone ragioni, considerata l’originalità della sua impresa. Nel ristretto cerchio magico di loro competenza, anche alcuni guru dell’alpinismo hanno voluto esprimersi. A eccezione, s’intende, di qualcuno che non ama (per ora) mischiarsi al chiacchiericcio. Ma non c’è fretta. Calato il sipario, aspettiamo di vedere il bravo Nirmal in veste di grande attrazione nelle rassegne specializzate, cerchiamo di ascoltare le sue conferenze sicuramente di grande interesse. Nirmal è un bel ragazzo con quei baffetti e il viso da attore e si merita la sua brava dose di popolarità. A questo punto può forse apparire interessante un meditato riepilogo “da tastiera” pescando in un ipotetico “profluvio di commenti” (per dirla con Agostino Da Polenza, esagerato!) alla grande impresa del gurka e lasciando a chi legge il gusto di trarre le conclusioni.

“Oggi finisce la conquista coloniale delle montagne, evviva”, esulta per cominciare Franco Perlotto. “Nirmal ha lanciato una sfida diversa, per dimostrare che i nepalesi sono oramai in grado di prendere la leadership della scalate himalayane”, conferma Reinhold Messner sulle pagine rosa della Gazzetta. E se lo dice lui c’è da credergli. E’ indubbio che l’exploit di Nirmal Purja, sostenuto dalla sua agenzia Elite Himalayan Adventures, potrà giovare al fatturato del marketing turistico in questo incantevole “paese delle nevi”. Che tanto bene purtroppo non se la passa, e la dice lunga il fatto che più del 70% delle donne in Nepal sia analfabeta e più di 10 mila bambine, in base alle stime più caute, siano vittime ogni anno di tratte a scopi di sfruttamento sessuale tra il Nepal e il mercato del sesso in India e nei paesi del Golfo Arabo.

Per Nirmal Purja non sono però tutte rose e fiori. Ha usato le bombole di ossigeno per i suoi ottomila che a furia di facilitazioni stanno forse diventando dei prêt-à-porter, cioè alla portata di un’utenza sempre più ampia mentre prima erano disponibili in esclusiva solo per un’aristocrazia dell’alpinismo. Altra pecca: ha raggiunto i campi base usando l’elicottero. Queste sono le critiche. “Tutte cose vere, e allora? Nirmal non lo ha mai nascosto. Ma il campo di gioco è lo stesso dell’alpinismo”, sostiene Emilio Previtali. E conclude: “Chapeau a Nirmal e avanti il prossimo con uno stile migliore del suo e una sfida ancora più grande, rivoluzionaria e visionaria in grado di cambiare il mondo. Quello di tutti, si spera, non soltanto quello degli alpinisti”. Dubbio: va considerato un approccio etico e responsabile quello di Nirmal? Si tenga conto che oggi in pieno green deal un approccio etico è anche un grande vantaggio per il business. Può fare testo, per intendersi, il reclamizzatissimo progetto-promozione “Save the duck” che consiste nello scalare l’Everest con una tuta animal-free. Che cosa c’è invece di etico nel rincorrere primati sulle “piste” opportunamente attrezzate degli ottomila, purtroppo costellate dai corpi inanimati delle tante vittime di questo gioco al massacro?

L’impiego degli elicotteri? Niente di nuovo sotto il sole del grande alpinismo. Il 25 luglio 1985 Christophe Profit realizzò per primo il concatenamento in 24 ore in solitaria delle tre grandi pareti nord (Cervino, Eiger e Grandes Jorasses), la famosa “trilogia”, usando l’elicottero. Questo formidabile collezionista di pareti si fece in effetti scarrozzare in elicottero fino alla base delle nord dell’Eiger e delle Grandes Jorasses. Niente da dire, divenne ugualmente un eroe il cui nome resta scolpito nella storia dell’alpinismo.

“Mai a Nirmal sarebbe venuto in mente di provare a fare i 14 Ottomila in soli 7 mesi”, argomenta Sandro Filippini sulla Gazzetta dello Sport, “se nel frattempo il mondo delle alte montagne himalaiane non fosse totalmente cambiato, con molte vie regolarmente attrezzate nelle stagioni propizie e con la sicurezza di poter avere gli elicotteri a disposizione per i trasferimenti quasi in ogni momento (meteo permettendo)”. Quindi tutto regolare. Questa super maratona definita innovativa avrebbe insomma aperto (Filippini) “una nuova frontiera per l’alpinismo himalaiano della ‘pista’, cioè quello frequentato dal 90 per cento se non dal 99 per cento di coloro che vanno oggi a tentare gli Ottomila”. Peccato che questo cambiamento epocale renda impossibile un confronto con gli exploit precedenti. L’attuale corsa agli ottomila sarebbe allora tutta da inventare e prima o poi ci sarà chi supererà il primato di Nirmal senza bombole, in solitaria o durante il crudo inverno himalayano.

Nirmal nel mirino della disinformazione? Sono state riportate nei social critiche autorevoli, ma sui giornaloni il suo show non risulta che abbia occupato le prime pagine. Perlomeno in Italia dove ha fatto ben più notizia, e con buone ragioni, lo scatto d’ira di Balotelli nei confronti della curva razzista. “Sei mesi sono sembrati un vero tornado”, spiega ancora pazientemente Filippini, “durante i quali – nonostante il progetto apparentemente impossibile – Nirmal ha anche effettuato tre soccorsi ad altissima quota. Sarebbe importante se fosse ricordato anche per quello”. Un vero tornado, per essere sinceri, è sembrato invece a molti, e a chi scrive in particolare, l’exploit del milanese Marco Bianchi che nel ’93 iniziò una carrellata di spedizioni proseguite fino al ’96 con il K2. Chi ha buona memoria ricorderà che questo bipede di pianura (laureato in legge) in soli cinque anni compì in stile alpino nelle catene dell’Himalaya e del Karakorum l’ascensione di sette dei quattordici Ottomila: Manaslu, Broad Peak, Cho Oyu, Shisha Pangma, Dhaulagiri, Everest e K2. Sembrò un miracolo, ma nessuno parlò di primati. Marco volle e seppe rinunciare all’ausilio di ossigeno e di portatori d’alta quota. Seppe scegliersi compagni alla sua altezza. Fu così che in breve tempo realizzò tre prime italiane, una prima ripetizione attuata sempre in stile alpino e una nuova variante di 1200 metri. Poi ne ebbe piene le tasche e uscì volontariamente dalla scena diventando un eccellente fotografo. Qualcuno dei guru oggi se ne ricorda ancora? (Ser)

L’articolo di Reinhold Messner sulla Gazzetta dello Sport del 30 ottobre 2019.

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