Gli odiati protettori della montagna

Tanti nemici tanto onore, questo amava ripetere la buonanima di Mussolini. Deve forse sentirsi onorata l’associazione Mountain Wilderness, dopo più di trent’anni di battaglie, per l’orrenda, deplorevole scritta “chi ama il Comelico odia Mountain Wilderness” stampata sulla maglietta di un tipo che la osteggia e se ne vanta? Può darsi che questo “dagli all’untore” di manzoniana memoria non sia da prendere troppo sul serio. E’ comunque un segno importante di una purtroppo diffusa inciviltà, il risultato di un clima deleterio che sta montando per effetto sappiamo di chi. Un episodio che va condannato non solo da noi buonisti radical chic e c’è da meravigliarsi che non se ne sia parlato abbastanza.

Poi c’è la rete a fare da moltiplicatore a ogni tipo di falsità e volgarità (Aldo Cazzullo, Corriere della Sera, 3 novembre 2019). Infine ci sono i giornalisti che ci sguazzano come Vittorio Feltri al quale non è parso vero di coniare al volo la definizione di “gretini” per i simpatizzanti (o seguaci) di Greta Thumberg senza tenere conto che esiste un’ecofilia naturale dei giovani con cui oggi bisogna fare i conti. Tra i nemici, quale onore, andrebbe messo anche il ruvido Mauro Corona quando invita malignamente a “proteggere i montanari dai protettori della montagna”. E quando ripete il consueto ritornello sugli ambientalisti “che fanno male alla montagna”.

Spiace però dirlo, ma fra i risultati conseguiti in tutti questi anni dall’associazione citata va annoverato anche quello – che, come si è visto, è sotto gli occhi e le orecchie di tutti – di risultare a più di qualcuno antipatica. Altrimenti non si spiegherebbero certe reazioni. E certe magliette. Nessun dubbio sussiste però, almeno questo va detto, sul fatto che MW sia in buona compagnia e che comunque un esame di coscienza potrebbe soltanto farle onore. Quasi tre lustri fa il sociologo Luca Ricolfi pubblicò un libro di rara preveggenza, come ci ricorda Antonio Padellaro il 2 novembre 2019 sul Fatto Quotidiano. Era intitolato “Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori”. Vi si diagnosticavano quattro malattie per un paziente che ciclicamente sembra godere di eccellente salute: il linguaggio codificato (io si che la so lunga), il politicamente corretto (tu non devi parlare come vuoi), gli schemi secondari (tu non puoi capire) e la supponenza morale (noi parliamo alla parte migliore del Paese). La cosa potrebbe riguardare, con qualche aggiustamento, anche gli ambientalisti: quelli perlomeno che il presidente generale del Cai definisce amabilmente “grilli parlanti” e che i giornalisti in vena di cortesie chiamano “puristi”.

E a proposito di etichette appiccicate agli ambientalisti, su FB è capitato il 9 novembre 2019 di leggere una spiegazione dell’illuminato Toni Farina su “come i media trattano le tematiche ambientali e chi se ne fa carico”. Farina, autorevole esponente di MW, si riferisce in particolare al recente arrivo a Taranto per la nota faccenda dell’Ilva del premier Conte “accolto dalle vivaci contestazioni di operai, abitanti e ambientalisti…” (più o meno è stata questa l’apertura di molti tiggi e gr nel commentare la visita del presidente del Consiglio per la vicenda Ilva). “Ancora oggi”, è la conclusione di Farina, “che i problemi ambientali sono ormai centrali, universalmente considerati centrali, e l’ambiente, e le risorse e l’erosione di biodiversità sono ‘ufficialmente’ ritenuti un’emergenza planetaria, come tale riconosciuta e validata da frotte di scienziati, i cosiddetti ‘ambientalisti’ sono considerati una categoria a sé stante. Personaggi un po’ buffi, un po’ folkloristici, che, guarda un po’, sono preoccupati dell’ambiente”. E che, va aggiunto, sono visti con cordiale antipatia ogni volta che le loro ragioni non corrispondono con quelle dell’affarismo dilagante a tutte le quote. (Ser)

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