BookCity 2019. Il prof. Smiraglia nel cuore freddo delle Alpi

Una vita dedicata ai ghiacciai e a una frequentazione attenta e responsabile delle nostre montagne: Bookcity incontra domenica 17 novembre 2019 nella sede della Società Escursionisti Milanesi il professor Claudio Smiraglia considerato un padre della glaciologia moderna, una scienza che, anche grazie alle sue ricerche, pone l’Italia all’avanguardia nel mondo. A nome del Comitato Glaciologico Italiano di cui è stato presidente, Smiraglia ci guida (vedere locandina) lungo 22 meravigliosi itinerari glaciologici delle montagne italiane. La serata condotta da Roberto Serafin non vuole comunque essere il solito requiem per la scomparsa dei ghiacciai ma, possibilmente, offrire un soffio di speranza per la loro sopravvivenza, aprire qualche nuovo spiraglio verso quella “giustizia climatica” di cui tanto si discute.

Di che cosa si parlerà? A Smiraglia, geologo e glaciologo oltre che esperto alpinista, è affidata alla Sem la presentazione di un’opera ponderosa ma aperta alla consultazione anche di chi è digiuno di glaciologia: la Guida degli Itinerari Glaciologici delle Montagne Italiane di cui è curatore insieme con Christian Casarotto e Carlo Baroni. L’opera è uno dei più recenti fiori all’occhiello del Comitato Glaciologico Italiano, l’organismo che mosse i primi passi a Torino nel 1895, nell’ambito del Club Alpino Italiano, con l’iniziale denominazione di “Commissione per lo studio dei ghiacciai”. Inserita nella collana Guide Geologiche Regionali pubblicate dalla Società Geologica Italiana, l’opera è formata da tre volumi per un totale di 600 pagine.

GLI ITINERARI GLACIOLOGICI. Il primo volume della Guida degli itinerari glaciologici contiene una serie di capitoli monografici dedicati ai temi principali riguardanti ghiacciai e glaciologia. Con taglio divulgativo, il libro presenta tutto ciò che non si può non sapere sull’argomento, dall’origine dei ghiacciai alle tecniche di misurazione, dai rapporti ghiacciai-clima alle forme del passaggio lasciate dai ghiacciai. Il secondo e il terzo volume comprendono invece 22 itinerari dalle Alpi Marittime alle Alpi Giulie, passando per i ghiacciai più significativi dei vari gruppi montuosi delle nostre Alpi (dal Gran Paradiso al Monte Bianco e al Monte Rosa, dal Bernina e dall’Ortles-Cevedale all’Adamello e alle Dolomiti, solo per fare pochi esempi), fino agli Appennini. Va da se che gli itinerari guidano turisti, escursionisti e alpinisti all’osservazione dei più interessanti aspetti glaciologici e geomorfologici di altrettante zone glaciali delle nostre montagne e dei relativi recenti cambiamenti ambientali.

UN AMICO DELLA MONTAGNA. Una sessantina sono gli autori dei tre volumi, fra i maggiori esperti del settore. Milanese, grande amico della montagna, il professor Smiraglia – a lungo docente di Geografia Fisica e Geomorfologia presso l’Università degli Studi di Milano, dipartimento di Scienze della Terra – ha anche guidato, tra le molte cariche ricoperte, il prestigioso Comitato scientifico del Club Alpino Italiano un tempo affidato al professor Ardito Desio, quello del K2. Primo presidente del Cai a Corsico, socio onorario del Cai nazionale, cominciò a frequentare la montagna all’inizio degli anni ’60 entrando a far parte di un gruppo di alpinisti denominato “El Ciod Rugin” (traduzione dal dialetto meneghino: il chiodo ruggine) da cui nel 1975 prese origine la sezione di Corsico che oggi rappresenta un’importante realtà associativa della città. “I ghiacciai”, ribadisce il professor Smiraglia, “reagiscono alle variazioni climatiche in tempi rapidi e su larga scala, quindi possono essere considerati gli indicatori privilegiati e sensibili dei cambiamenti climatici in atto”. Del resto, come stia cambiando il “cuore freddo” delle Alpi italiane è da una quarantina d’anni al centro dei suoi studi e del suo incessante operare nel campo della “pedagogia dell’esperienza”, quella che oggi viene definita “outdoor education”. Particolare interessante. Il momento della verità arrivò per lui nel 2015 con la presentazione del nuovissimo Catasto dei Ghiaccia di cui fu il principale artefice. Emerse in quell’occasione una sorprendente, per i profani, realtà. I ghiacciai aumentano di numero: sono 896 mentre negli anni 50 erano 824.

Pedagogia dell’esperienza: una comitiva di studenti al ghiacciaio di Fellaria in Valtellina.

LE PROSPETTIVE. E’ una buona notizia questo aumento dei ghiacciai? “Tutt’altro, chiarisce il professore. “Il numero è aumentato per via dell’intensa frammentazione. I sistemi glaciali complessi riducendosi si dividono in singoli ghiacciai più piccoli. Nel complesso la superficie dagli anni ’80 si è dimezzata passando da 609 chilometri quadrati agli attuali 368 come ha stabilito l’equipe da me coordinata. Con un ulteriore motivo di preoccupazione: se il valore areale medio si è ridotto a 0,4 chilometri quadrati, le ridotte dimensioni espongono in maniera esponenziale i ghiacciai a ulteriori fenomeni di fusione dovuta all’innalzamento delle temperature medie annuali”.

La cattiva notizia, peraltro ampiamente divulgata, è che nel 2050 la metà della massa dei ghiacciai alpini potrebbe essere scomparsa indipendentemente da come ci comporteremo. La buona notizia è che se riusciremo a limitare il riscaldamento globale ben al di sotto dei 2 gradi, a fine secolo ne sopravvivrà un terzo. In caso contrario, sulle Alpi i ghiacciai si esauriranno. A conferma delle poco rosee previsioni, sulla base di alcuni indici, oltre 11 mila scienziati di tutto il mondo hanno di recente dichiarato “chiaramente e inequivocabilmente” che la Terra è di fronte a una emergenza climatica. Non ci voleva molto, basta pensare a quali devastazioni ha subito quest’autunno Venezia invasa dalle maree. Comunque, quanto sopra lo si evince dal rapporto “Avvertimento degli scienziati riguardo alla emergenza climatica” pubblicato sulla rivista Bioscience. Ma intanto, bando alle malinconie, chi ha buone gambe e sistema cardiocircolatorio in ordine può ancora godersi gli itinerari glaciologici ad alta quota. Alcuni degli itinerari proposti nei tre volumi presentati da Smiraglia sono stati anche fisicamente realizzati sul terreno e spesso divulgati con apposite guide. E’ così, viene precisato nel libro, che il territorio diventa l’elemento protagonista “per trasmettere le conoscenze e per far crescere al frequentatore un pensiero scientifico che gli servirà per gestirlo”.

IL PRIMO PERCORSO in Italia fu aperto nel 1992 e anche allora Smiraglia si prodigò nel fare analisi, prendere misure, piantare nel ghiaccio avvisi e paline, guidare comitive. Denominato Sentiero Glaciologico “Vittorio Sella” al Ventina, viene frequentato ogni anno da non meno di quattromila visitatori ed è opera del Servizio Glaciologico Lombardo così come lo è quello dei Forni. In Lombardia il Sentiero dei Forni è oggi un classico dell’escursionismo didatticonaturalistico e vede ogni estate, a partire da metà giugno, la presenza di numerosi gruppi di studenti (dalla scuola primaria all’università) non solo lombardi, accompagnati da docenti e da guide alpine. Molto frequentato nel Trentino è anche il Sentiero Naturalistico Vigilio Marchetti che porta gli escursionisti verso il più grande ghiacciaio d’Italia, quello dell’Adamello, anche spinti dal desiderio di visitare il più alto centro di divulgazione dedicato ai ghiacciai esistente nelle Alpi, il Centro Glaciologico “Julius Payer”: al suo interno è aperta una mostra permanente sul glacialismo attuale e passato dell’Adamello.

LE NUOVE RICERCHE. Ma da quanto tempo si manifesta l’agonia dei ghiacciai? Nelle Alpi occidentali, a quanto si apprende, molti ghiacciai hanno raggiunto la loro massima estensione intorno al 1818-1820. A una breve fase di accentuato ritiro ha fatto poi seguito una seconda fase di avanzata tra il 1845 e il 1860. In questa seconda fase avrebbe raggiunto la massima estensione il Ghiacciaio dei Forni, nelle Alpi centrali. Da allora i ghiacciai italiani sono entrati in una fase di ritiro, interrotta temporaneamente da modeste fasi di riavanzata. Particolare interessante. “Nonostante la lunga tradizione italiana in campo glaciologico”, si legge nel libro presentato dal professor Smiraglia, “dati meteorologici e flussi di radiazione misurati direttamente alla superficie d’ablazione di un ghiacciaio non sono stati disponibili fino all’installazione della prima stazione meteorologica automatica permanente italiana collocata sul Ghiacciaio dei Forni (Alta Valtellina, Parco dello Stelvio) il 26 settembre 2005. Prima di quella data, insomma, tutte le altre stazioni italiane in alta quota erano localizzate su rocce emergenti o presso rifugi e bivacchi. Con tutti i limiti che ne sono conseguiti. Forse ci si poteva pensare prima, considerata l’emergenza che già si manifestava. Una svolta nelle ricerche oggi è anche da collegarsi con l’attuale rilevamento mediante droni (definiti anche UAV, Unmanned Aerial Vehicle o, in italiano, SAPR, acronimo di Sistemi Aeromobili a Pilotaggio Remoto), sia in ambito amatoriale che propriamente scientifico.

I RISCHI. Malauguratamente, come risulta dai recenti sommovimenti in Valle d’Aosta del ghiacciaio di Planpincieux, il continuo divenire dell’ambiente d’alta quota in risposta alle oscillazioni glaciali si associa a frequenti fenomeni di instabilità naturale che possono generare rischi elevati. Questa instabilità non dipende strettamente dalla temperatura e dal clima e può dar luogo a fenomeni valanghivi anche nottetempo come è recentemente successo in novembre a Macugnaga, tra i ghiacci superstiti del Belvedere. Uno dei pericoli certamente più rilevanti è lo svuotamento di invasi lacustri che si formano con le frane. I laghi glaciali possono crearsi in adiacenza al ghiacciaio per sbarramento di una valle trasversale alla direzione di flusso del ghiacciaio. In anni recenti, minacce di rotte glaciali con potenziali esiti disastrosi sono state legate alla formazione del Lago Effimero sul già citato Ghiacciaio del Belvedere (Itinerario N.9 descritto nel Volume II della Guida) e del lago marginale del Rocciamelone. Quest’ultimo (3200 m, Alpi Graie) raggiunse nelle estati 2003 e 2004 un volume di circa 600.000 m3. Il ridursi a soli 15 cm di altezza del franco spondale impose il sollecito svuotamento artificiale del lago per scongiurare il rischio di una rotta glaciale.

LA LETTURA DEL PAESAGGIO GLACIALE. Di grande rilevanza, a quanto si legge nei tre volumi del Comitato Glaciologico Italiano, è la valenza ecologica dei ghiacciai. Si apprende che lo sviluppo della copertura detritica rappresenta un nuovo habitat per animali e piante erbacee, arbustive e anche arboree. Leggere il paesaggio glaciale lungo un sentiero glaciologico significa poi ricostruire la storia di un ghiacciaio, del paesaggio che lo circonda e del clima che ne controlla le risposte. Significa anche scoprire i legami fra l’evoluzione recente dell’ambiente alpino d’alta quota e la storia e la cultura delle popolazioni che con esso hanno convissuto e convivono, ma anche comprendere quali siano le “regole” da seguire per chi si avvicina a un ambiente in continua trasformazione.

LA CODA DI VOLPE. S’imparano molte cose dalla lettura dei tre volumi del Comitato Glaciologico Italiano. Tra i defunti eccellenti fa la sua figura il Ghiacciaio Superiore di Coolidge. Era l’ultimo sopravvissuto di un gruppo di apparati glaciali originariamente ospitati sul versante nord-orientale del Monviso. La sera del 6 luglio 1989 però gran parte di questo ghiacciaio annidato in una nicchia del versante settentrionale del Monviso a 3195 m, si scollò dal substrato precipitando nel sottostante Canalone Coolidge E che ne è stato della famosa “coda di volpe” del Pré de Bar posto alla testata della Val Ferret in Valle d’Aosta? Fino agli inizi del 2000, in fondovalle l’apparato glaciale si allargava prendendo questo singolare aspetto. Un vero spettacolo. Ma alla fine degli anni 80 del XX secolo, il ghiacciaio entrò in una fase di contrazione e nel 2016 la sua “coda di volpe” sparì.

Il professor Smiraglia incontra Reinhold Messner (ph. Serafin/MountCity)

L’ANFITEATRO MORENICO del Lys, sul versante gressonaro Monte Rosa, sempre stando ai tre volumi del Comitato glaciologico, risulta uno dei meglio conservati delle Alpi, un esempio fondamentale dell’evoluzione dell’ambiente alpino negli ultimi 150 anni. Il versante valsesiano del Monte Rosa è sicuramente il meno glacializzato fra i quattro versanti italiani di questa grandiosa montagna, vero nume tutelare della pianura lombarda. Non figurano infatti in questo versante grandi ghiacciai vallivi come il Verra o il Lys, rispettivamente in Val d’Ayas e nella Valle del Lys. La più bella veduta dei ghiacciai valsesiani la si ottiene invece al rifugio Pastore all’Alpe Pile (Valsesia). Un pannello illustra i toponimi dei ghiacciai e la distribuzione dei cordoni morenici. D’obbligo è la visita, a Macugnaga, al Ghiacciaio del Belvedere che spinge la sua caratteristica lingua bilobata in prossimità dell’abitato. Qui l’itinerario proposto nel libro si sviluppa in un ambiente di grandissimo fascino, celebrato dai viaggiatori, esploratori e vedutisti dei secoli XVIII e XIX. Fa da scenografico sfondo la maestosa parete nord-orientale del Monte Rosa corazzata di ghiaccio e culminante nella rocciosa piramide della Punta Dufour (4634 m). Il percorso prevede 5 soste ed offre l’emozione di attraversare senza difficoltà un “ghiacciaio nero” e l’opportunità di cogliere segni evidentissimi della trasformazione morfologica e paesaggistica in atto nell’ambiente glaciale alpino.

UN AFFATICATO CUORE DI GHIACCIO. Il versante E del Monte Disgrazia in val Malenco è a sua volta interamente occupato dal Ghiacciaio della Ventina, ancor oggi vero e proprio apparato vallivo, se pur ormai di modeste dimensioni (1,89 km2). Sempre da quelle parti, partendo dal Rifugio Bignami, il Sentiero Glaciologico “Luigi Marson” percorre un primo breve tratto dell’Alta Via della Val Malenco in direzione del Rifugio Marinelli-Bombardieri, fino al ponte poco a monte dell’Alpe Fellaria. Successivamente si dirige verso N, sviluppandosi nei tre rami che permettono un percorso di avvicinamento al Ghiacciaio Fellaria. Non a caso, per concludere, in questi tre volumi del Comitato glaciologico, la cavalcata attraverso gli apparati glaciali si conclude in Abruzzo tra i resti del ghiacciaio del Calderone, “un affaticato cuore di ghiaccio” al centro del Mediterraneo. Ormai suddiviso in due placche di ghiaccio e non più classificabile come ghiacciaio in senso stretto, il Calderone, privo di copertura nevosa già a partire dalla parte centrale della stagione estiva, si presenta oggi come un minuscolo debris covered glacier o “ghiacciaio nero”, ospitato in uno stretto circo-vallone. Pace all’anima sua.

MOLTE DOMANDE a questo punto s’impongono. I cambiamenti climatici sono gli unici colpevoli di questa situazione? Come ci si è accorti che la situazione stava degenerando senza speranza? I detriti che ricoprono i ghiacciai rappresentano un’ulteriore minaccia per la loro sopravvivenza? Sono valide le coperture dei ghiacciai con grandi teloni per preservarli durante le estati? Ora che si stanno sciogliendo, quali veleni stanno venendo a galla sui ghiacciai? S’investe abbastanza in Italia nella ricerca glaciologica? Sono efficienti i sistemi di monitoraggio in funzione? I problemi climatici legati ai ghiacciai sono sufficientemente prospettati nei libri di testo della scuola? C’è qualche motivo per essere, sia pure moderatamente, ottimisti? (Ser)

Nota. Le campagne glaciologiche pubblicate sul Bollettino del CGI e sulla

rivista Geografia Fisica e Dinamica Quaternaria (https://gfdq.glaciologia.

it/issues), sono tutte disponibili e liberamente scaricabili dal sito web del

CGI (www.glaciologia.it/i-ghiacciai-italiani/le-campagne-glaciologiche).

Commenta la notizia.