Carta di Chivasso: più attuale che mai

Libertà di lingua e di culto, quali condizioni essenziali per la salvaguardia della personalità umana. Questo uno dei postulati della Dichiarazione (o Carta) di Chivasso, un documento firmato il 19 dicembre 1943 durante un convegno clandestino organizzato da esponenti della Resistenza. Quanto questo documento può essere considerato ancora attuale mentre attraverso il confine Italia-Francia passa di nascosto un’intera umanità in cerca di salvezza, in un susseguirsi di grandi gesti d’amore e di giustizia? Di questo argomento si parla a Torino giovedì 5 dicembre 2019, alle ore 17, in Consiglio regionale (via Alfieri 15), nel corso del convegno che volentieri segnaliamo, battezzato “La pace nel rispetto della libertà e delle diversità delle Valli Alpine” a cura del Museo Regionale dell’Emigrazione, con gli interventi di Valter Giuliano, Filippo Maria Giordano, Matteo Rivoira e Albina Manerba.

La “Carta” postulò, nella fase finale del fascismo, la realizzazione di un sistema politico federale e repubblicano su base regionale e cantonale. Il testo si apre con un riferimento ai “venti anni di malgoverno livellatore ed accentratore sintetizzati dal motto brutale e fanfarone di ‘Roma Doma’”, che hanno avuto per le Valli dolorosi e significativi risultati, dall’oppressione politica alla rovina economica “per la dilapidazione dei patrimoni forestali ed agricoli, per l’interdizione dell’emigrazione con la chiusura ermetica delle frontiere, per la effettiva mancanza di organizzazione tecnica e finanziaria dell’agricoltura, mascherata dal vuoto sfoggio di assistenze centrali, per la incapacità di una moderna organizzazione turistica rispettosa dei luoghi, condizioni tutte che determinarono lo spopolamento alpino”.

E a proposito di attualità del documento, nella “Carta” si ribadisce che per facilitare lo sviluppo dell’economia montana e conseguentemente combattere lo spopolamento delle Vallate Alpine, sono necessari:

  • Un comprensivo sistema di tassazione delle industrie che si trovano nei cantoni alpini (idroelettriche, minerarie, turistiche e di trasformazione, ecc.), in modo che una parte dei loro utili torni alle Vallate Alpine e ciò indipendentemente dal fatto che queste industrie siano o meno collettivizzate.
  • Un sistema di equa riduzione dei tributi variabile da zona a zona a seconda della ricchezza del terreno e della prevalenza di agricoltura, foresta o pastorizia.
  • Una razionale e sostanziale riforma agraria comprendente: l’unificazione della proprietà familiare agraria, oggi troppo frammentaria, allo scopo di ottenere un miglior rendimento delle aziende, mediante scambi e compensi di terreni e mediante una legislazione adeguata; l’assistenza tecnico–agricola esercitata da elementi residenti sul luogo ed aventi, ad esempio, delle mansioni di insegnamento nelle scuole locali, di cui alcune potranno avere carattere agrario; il potenziamento da parte dell’autorità locale della vita economica mediante libere cooperative di produzione e consumo.
  • Augusto Matteoda, che nel 1943 partecipò alle riunioni per la Carta di Chivasso, riceve negli anni Novanta un’onorificenza del Club Alpino Alpino dalle mani dell’allora presidente generale Roberto De Martin. In apertura un militare tedesco controlla durante l’occupazione del Piemonte i documenti di un civile italiano.

Commenta la notizia.