L’alpinismo, Pinelli e il riconoscimento dell’Unesco

Patacca, cioè medaglia di nessun valore. Ha creato un certo scalpore la definizione che Carlo Alberto Pinelli attribuisce al riconoscimento dato dall’Unesco all’alpinismo in quanto monumento immateriale dell’umanità. Una voce fuori dal coro, certo, Pinelli lo è da sempre nel cerchio magico degli alpinisti. Accademico del Cai, alpinista himalayano, ambientalista, fustigatore del cattivo alpinismo, regista, scrittore, presidente onorario di Mountain Wilderness International, Carlo Alberto per gli amici Betto ha espresso il suo scetticismo sull’operare dell’Unesco in un intervento nel sito di MW. A chi il suo scritto fosse sfuggito, si consiglia la lettura del quotidiano La Repubblica di sabato 14 dicembre 2019 dove Corrado Augias ne pubblica una sintesi con un commento facendo emergere aspetti poco edificanti di un dibattito che vede schierati i sostenitori del riconoscimento e gli scettici decisi a sostenere la tesi di Pinelli.

“Dopo la decisione dell’Unesco”, osserva Augias nel prendere partito per le tesi di Pinelli, “l’alpinismo è entrato in un discutibile empireo di cui fanno già parte carnevali esotici, teatri delle ombre, cantastorie dell’Asia centrale, musiche dei Pigmei, condimenti polinesiani, scuole di samba brasiliane, danze baltiche”. “Molto più seria”, osserva a sua volta Pinelli su La Repubblica, “sarebbe stata la proposta d’inserire il massiccio del Monte Bianco tra i monumenti reali del mondo. Questo tuttavia avrebbe contrastato i disegni di sviluppo turistico ai quali le montagne devono sottomettersi”.

 

Carlo Alberto Pinelli, presidente onorario di Mountain Wilderness International. In apertura la sede a Parigi dell’Unesco, agenzia delle Nazioni Unite creata con lo scopo di “promuovere la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione”.

Ma “quale” alpinismo merita di essere considerato un pilastro portante dell’odierna società? Nel sostenere le sue ragioni, Pinelli osserva che questo riconoscimento dell’Unesco “è giunto mentre uno dei più famosi alpinisti del mondo sta trascorrendo un mese chiuso dentro una camera ipobarica per acclimatarsi artificialmente alle alte quote del Karakorum, così evitando le incertezze dell’acclimatazione naturale durante la marcia di avvicinamento”. Una riserva, quella di Pinelli, su un uso ritenuto improprio della parola alpinismo. E un’opinione legittima in quanto tale che subito la Gazzetta dello Sport ha definito spregiativamente un “attacco” o meglio ancora “fango gratuito” gettato su un’iniziativa di carattere scientifico sostenuta da media specializzati e dalla stessa Gazza. E’ seguita una furibonda reazione dell’animoso alpinista in diretta dalla camera ipobarica che ha seppellito Pinelli sotto una valanga di improperi: una querelle alla quale il vecchio accademico ha saggiamente cercato, dall’alto delle sue 83 primavere, di porre un argine riconoscendo l’interesse degli esperimenti scientifici che utilizzano gli alpinisti come cavie volontarie. Non si erano forse sottomessi ad analoghe procedure gli italiani andati nel 1954 vittoriosamente all’assalto del K2 sotto la guida di Ardito Desio?

A proposito. L’Unesco, come si può leggere in Wikipedia, è un’agenzia specializzata delle Nazioni Unite creata con lo scopo di incentivare “la pace e la comprensione tra le nazioni con l’istruzione, la scienza, la cultura, la comunicazione e l’informazione per promuovere il rispetto universale per la giustizia, per lo stato di diritto e per i diritti umani e le libertà fondamentali”. Basterà, ci si chiede, la benedizione di cotale istituzione a mettere pace in questo pandemonio dell’umanità che è l’alpinismo, sempre per sua connaturata vocazione con i nervi a fior di pelle? (Ser)

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