I vincoli e la cura della montagna

Da Luigi Casanova, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia, riceviamo e volentieri pubblichiamo il 2 gennaio 2020 questa lettera aperta sulla “eliminazione dei vincoli e della ricerca di mani libere per aggredire la montagna”. Un testo scritto, a quanto Casanova premette, “nel tentativo di riportare approfondimenti reali sui bisogni della montagna bellunese e delle Alpi italiane, anche per contrastare una sempre più diffusa campagna di odio dei politici del Nord Est contro l’ambientalismo, costruita senza conoscere o peggio ancora in malafede”.

Basta seminare odio. Quanto è triste leggere le diverse prese di posizioni che da mesi appaiono sulla stampa del Nord Est riguardo il tema dello sviluppo della montagna, i vincoli, collegamenti sciistisci, l’uso, o meglio l’abuso del denaro pubblico per sostenere speculazioni private. Queste innumerevoli prese di posizione, decine e decine, tutte uguali, superficiali, prive di analisi, capaci di alimentare solo odio verso sensibilità diverse (l’ambientalismo in questo caso), evidenziano la preoccupante diffusione di un sovranismo territoriale che alimenta egoismi e visioni sempre più ristrette del governo della società alpina, dello sviluppo, della lettura della complessità e quindi dei valori dei nostri territori.

E’ doppiamente triste prendere atto di come sulle montagne delle Alpi italiane le voci “diverse” siano ridotte a minoranze, o, peggio ancora, siano costrette a tacere perché travolte dalla spocchiosità, dalla violenza, da un insieme di falsità che impediscono ogni confronto serio fra culture diverse che comunque un obiettivo comune lo avrebbero: quello di poter vivere in montagna e vivere la montagna con un alto profilo di qualità.

E ancora è triste leggere di istituzioni, tutte ormai, Regole, Comuni, Provincia, Regione, che tradiscono la forza della identità e della storia di chi in montagna ha vissuto, vi vive, la frequenta. Identità che affondano radici profonde nella cultura del limite, della solidarietà e accoglienza, del rispetto, dell’orgoglio di proteggere, qualificare le tante ricchezze presenti: non solo foreste e acque, ma bellezza, paesaggio, storia. In questa miserevole tristezza che ha accompagnato e accompagna sulla stampa le vicende del Comelico come quelle sui vincoli, si perde traccia del significato più autentico che le Regole e i Comuni hanno tenuto alto nella difesa centenaria dei beni comuni, dell’investire a favore della collettività intera, non di interessi di ristrette lobby alle quali è stato permesso impadronirsi del territorio intero.

Oggi ogni settore, dalla mobilità fino all’agricoltura, dall’uso delle acque fino al turismo, viaggia in una sola direzione, al consolidamento di un unico mito: il potenziamento dell’industria dello sci. Proprio mentre questa industria, ovunque, evidenzia sofferenze e criticità proiettate nel medio e lungo periodo: crisi climatica, costi di gestione sempre più insostenibili, consumo di ambiente, naturalità, paesaggi che si infrangono fino ai piedi delle grandi pareti dolomitiche, nel cuore delle aree protette. Questa caduta di ideali, di cultura, di capacità di visione nella gestione dei beni comuni e degli usi civici rappresenta la reale sconfitta della montagna. E’ questa visione tanto miope che ostacola una profonda e unitaria lotta allo spopolamento delle zone di frontiera.

Chi oggi combatte, magari senza conoscerli nel concreto, i così definiti vincoli, pretende solo di avere le mani libere per saccheggiare il territorio e regalarlo alla gestione delle lobby di potere metropolitane o di imprenditori esterni. Lobby che demoliranno ogni autonomia gestionale delle Regole, come sta già avvenendo. Fosse diversamente sarebbe da tempo aperto un tavolo, assieme agli ambientalisti e alle istituzioni statali, istituito per discutere nel concreto dove il vincolo sia necessario, dove e come in altra situazione sia possibile una eventuale deroga, o su come investire per fare di un vincolo, di una regola, anche una opportunità di sviluppo e di ritorno economico.

L’ambientalismo italiano, ma anche e con maggiore forza che altrove in Cadore, non è quell’anima “nera” che nel nero della cultura oggi dominante si vuole rappresentare. Come contraltare di ogni NO della sensibilità ambientalista vi è altra visione del vivere la montagna e la comunità, una visione più complessa, articolata, dell’oggetto del diniego. Proviamo a pensare cosa si potrebbe fare con 26 milioni di euro (il caso del Comelico) invece di gettarli nella fucina di un collegamento che ben che vada produrrà 15 – 20 posti di lavoro. O ai milioni di euro dei fondi di confine destinati alla miseria del collegamento sciistico verso le 5 Torri.

Da anni in tema energetico (le case clima), l’uso delle acque, la selvicoltura, il turismo diffuso e dolce, la mobilità e l’accessibilità alle vallate, il potenziamento dei servizi alle persone, la cultura, la ricerca, l’ambientalismo alpino è protagonista nelle proposte. Ovunque. Su ognuno di questi aspetti, che affrontati all’interno di un piano di sviluppo di area vasta produrrebbero nuovi lavori, innovazione, sono proprio le istituzioni che oggi diffondono odio verso l’ambientalismo a rimanere latitanti.

Ma è proprio inevitabile che la montagna bellunese sia sempre relegata al lamento?

Al di là delle Olimpiadi invernali cosa sta facendo la Regione Veneto a favore della montagna bellunese? Pensiamo solo a Vaia: un disastro che poteva, può ancora diventare opportunità. Se non in ambiti ristrettissimi, sollecitati guarda caso dalla sensibilità ambientalista, non si pensa a quale selvicoltura sviluppare, a come ridefinire e costruire una filiera del legno oggi assente, a come reinterpretare la complessità delle foreste conciliarne il rafforzamento con i valori della biodiversità e quindi dell’investimento, economico, turistico, sociale. E’ all’interno di questa cornice, allargata alla gestione delle aree a prato e pascolo, potenziata con un investimento serio nella definizione di sinergie fra le diverse attività economiche della montagna che dovrebbero operare le Regole e i Comuni. Di tutto questo nel bellunese o nelle Alpi italiane non si parla. Ricordo come già nel 2005 in Baviera, durante un convegno di CIPRA International, diversi docenti universitari che avevano analizzato i cambiamenti climatici in atto, affermavano: “Chi nelle Alpi modifica da subito le prospettive del turismo, investendo in modo diverso dall’oggi e dal passato (quindi riducendo la centralità dell’industria dello sci), nell’immediato futuro si troverà avvantaggiato. Anche le aree a forte vocazione sciistica, si diceva, se rimarranno ferme al vecchio modello del turismo invernale, diventeranno marginali (vedasi Sestriere, Bardonecchia, Foppolo…). Chi prima cambia si troverà sul podio: chi sta fermo ne uscirà sconfitto”.

Da quanto si legge sulla stampa locale risulta evidente che il Bellunese voglia rimanere fermo: investe, laddove investe, in logiche di sviluppo sempre più fragili, incapaci di produrre futuro e di strutturare lavoro per i giovani. Vi è una incredibile assenza di analisi, di pianificazione che possa permettere anche alle nuove generazioni di vivere le ricchezze ambientali, la storia, i valori dei quali noi abbiamo potuto godere.

Ma è proprio inevitabile che la montagna bellunese sia sempre relegata al lamento, o che sia portata a investire solo nelle economie ormai mature invece che imporsi da protagonista sui percorsi dell’innovazione, della modernità, del rispetto verso le persone e le culture e verso l’ambiente naturale? E’ a questa domanda, che l’ambientalismo ripropone da anni, che la diffusa schiera degli “odiatori” deve rispondere. Invece su queste diffuse sollecitazioni si continua a mantenere il più rigoroso silenzio. E ci si impegna a raccogliere firme, “contro la montagna”.

                                                                                                            Luigi Casanova

Presidente onorario di Mountain Wilderness Italia

Commenta la notizia.