A passo alternato negli anni di piombo

Parola d’ordine: austerity. Se la ricordano bene i dieci “senatori” iscritti domenica 26 gennaio 2020 alla quarantasettesima Marcialonga di Fiemme e di Fassa: sciatori “diversamente giovani” che non si sono persa nemmeno un’edizione della gioiosa maratona a partire da quella del 1971. Erano davvero eroici i primi concorrenti negli anni della chiusura del Canale di Suez per le guerre arabo-israeliane. L’embargo petrolifero a danno di Europa e USA, alleati di Israele, costringeva a compiere salti mortali negli spostamenti in auto. E l’eroismo consisteva anche nell’arrangiarsi a raggiungere le valli della Marcialonga nonostante i divieti di circolazione con le bagnarole dell’epoca avide di benzina, e alla disperata ricerca delle rare pompe di carburante rimaste aperte strada facendo.

Questa appena descritta era l’austerity negli anni di piombo. Improntata all’austerity era la struttura della grande corsa attraverso le valli di Fiamme di Fassa, inventata da quattro simpatici trentini fanatici dello sci nordico. Chilometri e chilometri di pista venivano allestiti a badilate, non di rado con la neve rubata nottetempo alle località della confinante provincia di Belluno. Mica c’erano i cannoni a quell’epoca. I concorrenti venivano a buon prezzo ospitati in case private in carenza di posti letto negli alberghi. I ”bisonti” si presentavano alla punzonatura nel recinto della partenza vestiti alla montanara con maglioni, pantaloni alla zuava, tute da ginnastica, calzettoni da gondoliere, tutto quello che trovavano negli armadi. Sbuffando per la fatica, in gara erano spesso costretti ad “alleggerirsi” annodandosi il maglione alla vita. Gli sci erano di legno di betulla, fragilissimi. Dalle disastrose ammucchiate in discesa si emergeva, quando andava bene, senza un puntale o solo con un moncherino di bastoncino. Ma c’era quasi sempre tra il pubblico il tipo che ti cedeva la sua personale attrezzatura e poi veniva a riprendersela al traguardo di Cavalese e spariva dalla tua vita senza neanche lasciarti il tempo di dirgli grazie. Un rustico cancello fatto di rami d’abete intrecciati veniva chiuso in faccia ai più imbranati fuori tempo massimo impedendo di proseguire verso il traguardo mentre sulla pista calava la notte. La banda del paese in quel caso intonava mestamente la ritirata. Per il povero bisonte una vergogna, una mortificazione senza fine alla sola idea di doverlo l’indomani raccontare alla moglie e ai colleghi di lavoro.

Oggi la Marcialonga è composta da una miriade di appuntamenti con un preludio vintage al lago di Tesero riservato a trecento fondisti con abbigliamento e attrezzatura d’epoca. Oggi 150 mila metri cubi di neve sono assicurati dal comitato organizzatore grazie a 25 cannoni di nuova generazione di sua proprietà, ai quali si sommano quelli noleggiati dai comuni e dagli impiantisti. Oggi è obbligatoria la tecnica classica. Gli sci ben sciolinati devono scorrere “dentro” ai binari. Guai a chi si azzarda a pattinare fuori dai binari. In tal caso dal gruppo che segue partono urla e rimbrotti, con veementi accuse di slealtà. In passato dopo le prime edizioni a passo alternato si passò provvisoriamente alla nascente tecnica libera (passo pattinato, appunto) osteggiata però da diversi “puristi” tra i quali Franco Nones, medaglia d’oro alle Olimpiadi. Poi ci fu un ripensamento. Skating verboten, come scrissero gli svizzeri sui cartelli che fiancheggiavano l’Engadin Skimarathon. I più forti oggi si limitano a spingere di braccia e chi più spinge più è veloce. I bisonti, non tutti, ci tengono invece a esibirsi a passo alternato, passo e spinta, passo finlandese, passo triplo. Un piacevole repertorio che rende varia la progressione e che ci si sforzava all’epoca di imparare dai Siitonen, dagli Hakulinen e dagli altri assi dello sci nordico oggi ormai entrati nella leggenda. Un po’ come noi leggendari bisonti d’antan, modestia a parte. (Ser)

La partenza della Marcialonga. In apertura un marcialonghista in versione “vintage”.

One thought on “A passo alternato negli anni di piombo

  • 23/01/2020 at 15:22
    Permalink

    Bel dipinto pieno di colori oltre che di calze lagunari e pantaloni alla zuava. Tartarino di Tarascona non avrebbe saputo presentarsi meglio agli adoratori del sole sulla cime del Rigi. Negli anni Settanta lo sci, soprattutto il fondo, era ancora rimasto ai materiali usati dai popoli nordici fino dalla notte dei tempi. Ma era una festa comunque. E sono bei ricordi.

    Reply

Commenta la notizia.