Il coraggio di Lidia, sopravvissuta a Ravensbruck

Gli episodi antisemiti non sono solo una ferita del passato nazifascista, ma un’emergenza del presente. L’ultimo esempio a Mondovì (Cuneo) dove qualcuno ha disegnato una stella di David e scritto la frase “Juden Hier” (Qui c’è un ebreo) nella porta di casa di Lidia Beccaria Rolfi. Non era ebrea Lidia. Faceva la staffetta partigiana quando venne deportata nel campo di concentramento di Ravensbruck come oppositrice politica e testimone dell’Olocausto. Morì nel 1996, ma in quella casa abita ancora il figlio Aldo. Il giorno prima, sulle pagine di un giornale locale, aveva ricordato l’opera della madre per far conoscere gli orrori della Shoah.

L’opera di Lidia Beccaria Riolfi venne ricordata da Mountcity nel 2015 (http://www.mountcity.it/index.php/2015/08/24/un-giorno-qualcuno-trovera-il-mio-nome-a-paraloup-rivive-la-storia-della-maestrina-rossana-perseguitata-dai-fascisti-e-dalla-gestapo/), quando ancora non s’intravvedeva il triste evolversi del quadro politico con il moltiplicarsi di episodi di odio e antisemitismo: secondo il Centro di documentazione ebraica contemporanea solo nel 2019 ci sono stati 251 episodi di antisemitismo in Italia, + 38% rispetto al 2018 (181). Lo spunto per parlare di Lidia Beccaria Rolfi venne offerto in quel 2015 dallo spettacolo “Un giorno qualcuno troverà il mio nome” che le venne dedicato nel ventennale della scomparsa. Fu Paraloup, piccola borgata del comune di Rittana (CN) situata a 1400 metri di altitudine sul crinale che divide la valle Stura dalla Val Grana, a ospitare (era sabato 29 agosto 2015) lo spettacolo citato.

Un gruppo di partigiani a Paraloup dove, nel 1943, si insediò la prima banda di Giustizia e Libertà capitanata da Duccio Galimberti.

Nata nel 1925 da famiglia contadina, Lidia, conclusi gli studi magistrali, insegnò alla scuola elementare di Torrette di Casteldelfino, in Val Varaita. Entrata in contatto con la Resistenza locale, divenne partigiana con il nome di “Maestrina Rossana”. Il 13 aprile 1944 venne arrestata dai fascisti di Sampeyre e incarcerata a Cuneo. Consegnata alla Gestapo, venne trasferita prima a Saluzzo e poi alle Carceri Nuove di Torino, dove divise la cella con Anna Segre Levi, nonna del suo compagno di brigata Isacco Levi. Il 27 giugno fu deportata nel campo di concentramento di Ravensbruck insieme ad altre 13 donne. Vi rimase fino al 26 aprile 1945, dapprima nel campo principale, poi nel sottocampo della Siemens&Halske. Ritrovò la libertà nel maggio 1945 durante la marcia di evacuazione organizzata dalle SS. Rientrata in Italia in settembre, riprese l’insegnamento cui affiancherà sempre l’intensa attività di testimone, lavorando per l’Istituto storico della Resistenza di Cuneo e per l’ANED (Ass. naz. ex deportati). Per quasi trent’anni si è dedicata a raccontare la sua dolorosa esperienza.

“Parte del testo”, spiegarono nel 2015 i responsabili dell’Accademia “G. Toselli” di Cuneo che curò l’allestimento teatrale, “è una rielaborazione delle testimonianze di Lidia.
 Abbiamo voluto ricordare non solo la sua vicenda umana ma anche le piccole storie di ingiustizia, di paura e di violenza subite da bambini e adolescenti.
 Le vicende sono tragiche ma, volendo rivolgerci in particolare ai giovanissimi, a volte sono narrate in modo giocoso.
Viene sottolineata non tanto la vita nei campi di sterminio quanto la difficoltà del rientro nella normalità. 
Si rinasce ma il seme della morte rimane in chi ha dovuto subire tanta follia.
Ancora una volta ci presentiamo al pubblico con un teatro sociale di testimonianza. Lo sentiamo come un dovere, una piccola sollecitazione a quella memoria che rischia di perdersi nella lontananza del tempo”.

Divenne partigiana con il nome di “Maestrina Rossana”.

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