L’alpinismo irripetibile raccontato da Revojera

Beati i tempi in cui l’armamentario di chi faceva alpinismo erano corda, piccozza, ramponi e…testa. Niente satellitari, bombole di ossigeno, sherpa d’alta quota, via vai di elicotteri, apparecchi di ricerca in valanga, camere ipobariche. Sono cose di un altro pianeta quelle che si leggono nel nuovo libro di Lorenzo Revojera “Alpinismo dietro le quinte” che il Club Alpino Italiano pubblica nella collana “Personaggi” (144 pagine, 17 euro). Imprese ed epopee che ogni tanto è bene ricordare. Ma niente rimpianti, messaggi, recriminazioni. Bando alle malinconie. Non sarebbe il caso per un alpinista gentiluomo come Revojera, ingegnere milanese, eclettico scrittore di montagna, che nel ritessere con l’occhio di oggi la storia di un alpinismo in guanti bianchi usa il filtro della discrezione che gli è connaturata.

“Alpinismo dietro le quinte” (formato 14,5×22 pagine 148) è acquistabile nelle librerie specializzate e sul sito store.cai.it a un prezzo di 17 euro. I soci del Club alpino lo possono richiedere alla propria sezione.

Con una premessa: la montagna conserva storie di vita, di passione e di sacrificio come pochi altri ambienti al mondo. Fra quelle vastità di ghiaccio e roccia si custodiscono vicende e imprese che esprimono senza mezzi termini la più pura essenza dell’uomo e del suo valore. Ecco allora sfilare in questo particolare empireo i primi “senza guida” (senza giudizio?) che all’inizio del secolo scorso l’opinione pubblica riteneva pazzi o temerari. Con loro e tra loro l’intrepido Mario Tedeschi che diffuse a Milano l’alpinismo tra i ceti medi e popolari, il vate del Cervino Guido Rey, il pontefice alpinista Achille Ratti. E poi tra le guide alpine storiche Antonio Baroni, Melchior Anderegg e Christian Klucker dotati di “spontanea signorilità e discreta cultura”, la formidabile coppia Freshfield-Dèvoussoud, gli alpinisti ricercatori Romano Balabio, Ramond de Carbonnères e Vittorio Ronchetti, quest’ultimo primario ospedaliero a Milano. E ancora l’agente di cambio Davide Valsecchi, l’esploratore polare Julius Payer. Naturalmente non poteva mancare un patrizio milanese con molti interessi non solo alpinistici, quel Francesco Lurani Cernuschi che da tempo affascina Revojera al punto da dedicargli uno dei suoi migliori libri di montagna.

Christian Klucker (1853-1928).

Occorre essere grati a Revojera, socio benemerito del Cai Milano, membro accademico degli scrittori di montagna, per la passione che ancora riesce a trasmettere alla soglia dei novanta (che non sono, precisa, i minuti di una partita di calcio…) anche solo riproponendo le avventure di tanti gentiluomini con le parole dei cronisti dell’epoca. Basterebbe a giustificare l’importanza di questo libro schietto e sincero come il suo autore la documentata ricostruzione della sciagurata ascensione del monte Api nel Nepal Nord-Occidentale (1954): una “prima” guidata da Piero Ghiglione in cui persero la vita Barenghi, Bignami e Rosenkrantz, una ferita ancora aperta, una pagina ingiustamente dimenticata dell’alpinismo italiano che si merita ancora una volta di essere raccontata con gli strumenti della moderna storiografia. Infine, sullo sfondo di questo “alpinismo dietro le quinte”, va apprezzata la cura con cui Revojera (alla cui regia si deve la bella mostra sulla Lombardia e le Alpi allestita nel 2013 allo Spazio Oberdan) ricostruisce le vicende di quell’associazionismo sportivo al servizio di un migliore tenore di vita che rappresentò una costante delle periferie milanesi fin dal diciannovesimo secolo.

Un esempio per tutti? A Milano fin dal 1884 si costituì la Società Escursionisti Milanesi “Gamba bona” fra artigiani, impiegati e operai appassionati di podismo e di passeggiate in montagna. L’esperienza dei “gambabonini” ebbe fasi alterne e si concluse nel 1891, ma in quello stesso anno – adottando il motto “col popolo, per il popolo” – l’acronimo SEM fu recuperato e nacque una nuova Società Escursionisti Milanesi a carattere prettamente alpinistico. Nel CAI Milano predominava allora il ceto borghese e aristocratico e i suoi dirigenti – coscienti delle necessità sociali – incoraggiarono la nascita della “popolare” SEM, tant’è che tra i fondatori figurò Francesco Bertani, noto professionista e autorevole socio del CAI Milano. Quella cordata ancora  rappresenta una punta di diamante nella Milano di oggi, al primo posto tra le città italiane per qualità della vita in base a una statistica del Sole 24 Ore. (Ser)

Lorenzo Revojera (a sinistra) con il milanese Pino Gallotti (1918-2008), accademico del Cai, che fece parte della pattuglia di punta nella conquista italiana del K2 (ph. Serafin/MountCity)

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