Io, sentinella delle Dolomiti

Oltre 90 mila seguaci in tutto il mondo, il bellunese Carlo Budel, dal 2018 custode della Capanna Punta Penìa sulla Marmolada, colleziona da tempo i like dei fruitori di Facebook, soprattutto degli iscritti al gruppo DoloMitici. Postando foto sui social, Carlo riferisce sulla vita lassù, dall’alba al tramonto, la neve estiva e le tremende burrasche. Quarantasei anni, una giovinezza irrequieta, un’accentuata insofferenza per il lavoro in fabbrica, Budel ora si racconta nell’autobiografia “La sentinella delle Dolomiti – La mia vita sulla Marmolada a 3.343 metri d’altitudine” (Ediciclo Editore, 140 pagine, 15 euro). Il racconto parte da quando era bambino, un’esistenza suddivisa tra il paesino d’origine San Gregorio nelle Alpi, nel Bellunese, e la cittadina di adozione Lavis, in Trentino, dove il padre si trasferì per lavoro con la famiglia.

“La scuola non mi è mai piaciuta”, dice Budel. “Non ho mai capito come si possa costringere un ragazzino a stare per ore immobile mentre la natura ci indurrebbe a camminare, esplorare, scoprire”. Poi vennero gli anni della naja, tra la Carnia e Torino, e il lavoro in fabbrica nel Bellunese. “Andavo avanti per inerzia”, ricorda. “Io, che ero stato da sempre un ribelle, mi ero fatto assorbire da una routine incolore. Ero alla perenne ricerca di un equilibrio che non trovavo. Così, dopo averci rimuginato, un giorno non mi sono presentato in fabbrica. Era un lunedì, il 15 febbraio 2016. Ero pronto, anche quella mattina come da vent’anni a quella parte, a salire in macchina e dirigermi verso Santa Giustina Bellunese, sede dell’azienda di cui ero dipendente. L’auto, invece, l’ho diretta a nord, verso le Vette Feltrine e il mio amato Pizzocco, la prima cima salita a tre anni in spalla a nonno Nanni”.

L’incarico di custode di Capanna Punta Penìa gli venne assegnato dal proprietario Aurelio Soraruf nel giugno del 2018. Costruito negli anni 50 per dare riparo agli alpinisti, il rifugio può accogliere una decina di persone. Carlo se ne sta lassù da solo da giugno a settembre. Deve uscire dalla capanna per rispondere al cellulare, perché la struttura è protetta dalla gabbia di Faraday che la isola da qualsiasi campo elettromagnetico. Il piccolo rifugio è tenuto saldo da tiranti perché non voli via nelle frequenti bufere. Una vita d’inferno? Ma no, Budel è sicuro di aver fatto la scelta giusta. E il suo appassionante libro fresco di stampa lo dimostra.

Costruito negli anni 50 per dare riparo agli alpinisti più arditi, il rifugio può accogliere a 3.343 metri sulla vetta della Marmolada una decina di persone.

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