Val di Funes: impianti, proposte e…fantasia

Reinhold Messner è intervenuto ancora una volta nel dibattito sul futuro della valle in cui è nato, la val di Funes in Alto Adige. Da parecchi anni, se non da decenni, si confrontano in un pacato dibattito gli stessi valligiani: costruire una funivia che metta in collegamento la valle con la val Gardena e quindi agganciarsi al grande circuito degli impianti dolomitici o preservare il suo patrimonio naturale e paesaggistico sfuggito finora all’assedio degli impianti di risalita?

Sulla rivista culturale della valle “Der Ruefen” si alternano quasi ogni mese interventi pro e contro. Non si tratta però di un dibattito di puro interesse locale: la valle di Funes, incastonata tra la val Gardena e la val Badia, è al centro del parco naturale “Puez – Odle” che è stato dichiarato dall’Unesco patrimonio dell’umanità. E’ una delle poche valli dell’area dolomitica rimasta allo stato naturale ed è di particolare bellezza, chiusa com’è nel fondovalle dalla catena delle Odle (in lingua ladina significa “aghi”) con le sue guglie spettacolari.

Forse è proprio il fatto di essere una valle a fondo cieco che l’ha tutelata finora dalla grande speculazione. E’ una meta a sé stante, non un paesaggio che si può ammirare percorrendo i grandi circuiti automobilistici delle visite ai panorami dolomitici. Ma le foto della valle, pubblicate sul sito dell’Unesco, hanno fatto il giro del mondo. Così oggi arrivano frettolosi turisti da tutto il mondo – Corea, Cina, Australia, Stati Uniti, Giappone ecc. – per una frettolosa visita, lo scatto di una sequela di foto e la corsa alla prossima tappa.

E’ chiaro che questo nuovo afflusso ha provocato un riaccendersi del dibattito. Ci sono albergatori e valligiani favorevoli ad investimenti per un turismo tradizionale fatto di collegamenti ai grandi circuiti dello sci vedendo in ciò la possibilità di maggior occupazione e maggiori redditi, e ci sono altrettanti albergatori e valligiani che desiderano difendere la loro oasi di pace dall’invasione del turismo di massa perché ritengono che ciò che hanno oggi sia un patrimonio di valori che nel tempo sono destinati a crescere.

Finora la crescita dell’accoglienza turistica è avvenuta in maniera diffusa e quasi inavvertibile: gran parte dei masi si sono ampliati dotandosi di appartamenti o stanze da affittare, creando una catena di agriturismo che permette a ciascuno di integrare il reddito che viene dal lavoro della terra. Gli alberghi sono pochi, di dimensioni limitate tali da non alterare la struttura della valle. Nell’alta stagione, cioè durante le ferie di fine anno e nei pochi mesi dell’estate, c’è spesso il “tutto esaurito”. Ma la stagione è breve mentre nelle vicine valli si prolunga di parecchi mesi, soprattutto nella primavera, grazie alle piste da sci. Nella valle ci sono solo un piccolo skilift che non può certo soddisfare le esigenze di chi viene per praticare lo sport bianco e un paio di piste per gli slittini perfettamente tenute in efficienza.

La denuncia di Messner che in val di Funes è nato e cresciuto.

Per contro ci sono innumerevoli sentieri nei boschi, ai piedi delle montagne, praticabili anche con la neve tanto che per passeggiare basta un paio di scarponcini caldi e più o meno ogni ora di cammino si incontra una malga dove mangiare e rifocillarsi. E’ un modo di praticare la montagna “all’antica” non ancora sufficientemente apprezzato, ma che, secondo molti, ha un futuro. Il rischio è che il dibattito si inasprisca senza trovare uno sbocco. Forse però c’è un errore nell’impostazione della discussione perché non si guarda alla radice del problema. La valle non ha grandi estensioni tali da permettere l’afflusso di grandi masse turistiche. Ne verrebbe alterata profondamente l’identità. Ha bisogno invece di prolungare la stagione. Non si tratta tanto di dire un sì o un no ad una funivia, quanto di cogliere la grande sfida: tentare una strada diversa, innovativa. Avviare il discorso di una crescita economica compatibile con l’ambiente. Il problema non è certamente di facile soluzione, ma le strade nuove che si possono aprire potrebbero diventare un modello importante. La valle di Funes potrebbe diventare un laboratorio di nuove proposte da sperimentare. Per ottenere questo occorre però il concorso di tutte le forze qualificate che credono nella possibilità di realizzare ciò che oggi è considerata un’utopia: da università, centri di studio e sperimentazione, aziende che guardano al futuro, intellettuali e infine dallo stesso Ente Provincia.

Faccio un piccolo esempio, visto in Canadà: una località ha realizzato una sorta di centro della cultura musicale, dove giovani di tutto il mondo vengono ad esercitarsi o imparare. Sono ospiti di strutture decentrate che diventano una nuova forma di attrazione turistica. La diffusa cultura musicale presente nella valle con i numerosi riconoscimenti internazionali ottenuti dalla sua banda (che nel tempo è diventata quasi un’orchestra) e da singoli musicisti fanno pensare ad una proposta realizzabile. La vicinanza di un qualificato Conservatorio musicale come quello di Bolzano con il suo concorso pianistico internazionale Busoni potrebbe fornire l’occasione per una collaborazione e un contributo di idee.

La valle che oggi offre come suo brand la definizione di “valle dei bambini” potrebbe essere anche “della musica”. Ma sono innumerevoli i settori, dall’artigianato alla scienza alla cultura che potrebbero fornire un contributo di idee finora rimaste nel cassetto. Una volta consolidata una nuova forma di attrazione turistica, anche il discorso di un impianto di risalita che a questo punto rispetterebbe nuovi criteri tecnici ed ecologici, non diverrebbe così dirompente.

Forse è una proposta ingenua, questa, ma stimolare la fantasia per avviare un discorso nuovo su un tema così importante come quello dell’ambiente, fatto di proposte anziché di veti, può diventare stimolante per pensare a un futuro migliore.

Livio Sposito

2 thoughts on “Val di Funes: impianti, proposte e…fantasia

  • 08/02/2020 at 08:03
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    Argomentazioni chiare e ineccepibili. Peccato che invece si parta sempre e solo dall’infrastruttura, cavallo di Troia per nuova e bulimica speculazione.

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