Buone pratiche, riconversioni. Così la neve diventa “diversa”

Una rondine da sola non fa primavera. Forse è un caso isolato quello del rifugio in Marmolada che non chiude e anzi prospera anche se è stato soppresso l’impianto destinato a portare i clienti lassù. Certo, si è dato un segnale agli impiantisti e a chi li foraggia con il denaro dei contribuenti e chissà che l’episodio della Marmolada non abbia messo in guardia certi imprenditori che intendono avvicinare le montagne a suon di seggiovie e impianti per la neve artificiale. Gli ottimisti comunque sostengono che i tempi sono maturi per un ripensamento serio e responsabile come si desume dal report “Nevediversa” diffuso da Legambiente e ripreso in questo sito: una ricerca da cui si desume che sono 348 gli impianti in sofferenza tra Alpi e Appennini, e 103 i casi che l’associazione ambientalista definisce “di accanimento terapeutico” dove è il solito Pantalone a pagare…

Si può concordare con Legambiente. In Italia esistono i margini per ripensare il turismo invernale in una chiave più sostenibile. A dimostrarlo sarebbero diverse buone pratiche di turismo avviate sul territorio. Un esempio? Il progetto Neve&Natura del Parco Nazionale delle Foreste Casentinesi, Monte Falterona e Campigna che prevede un ricco calendario di eventi tra cui ciaspolate, sleddog, visite al planetario del Parco, sagre. Legambiente cita anche le attività messe in campo da Majambiente, una società nata nel 1994 a Caramanico Terme, formata da un gruppo di guide locali che propongono escursioni, percorsi in e-bike, e che gestiscono un centro di visita con un museo naturalistico ed archeologico, un museo della fauna, uffici informazioni dislocati in alcuni comuni della Valle dell’Orta, un’area faunistica, un giardino botanico ed una foresteria scientifica con 25 posti letto.

Accanto alle buone pratiche, ci sono poi storie positive di riconversione di vecchi impianti. Per esempio Caldirola, in provincia di Alessandria, Alta Val Curone, oggi grazie alla mountain-bike starebbe rivivendo una stagione d’oro, come accadeva negli anni ’60 quando era una rinomata località sciistica. Altro esempio arriva, secondo Legambiente, dalla Valle d’Aosta dove i comuni di Etroubles, Saint-Oyen e Saint-Rhémy-en Bosses, nella valle del Gran San Bernardo, hanno scelto di non rinnovare gli impianti di risalita a bassa quota e di puntare invece su un’offerta turistica centrata sulla natura e la cultura.

Se questi sono i risultati positivi accertati, lasciano perplessi i progetti che, pur basandosi su onesti principi di green economy, si sono rivelati fuochi di paglia. Si potrebbe citare la delibera con cui Balme nelle valli di Lanzo tre anni fa sembrò destinata a diventare un laboratorio di sviluppo sostenibile nella montagna piemontese con la collaborazione di Mountain Wilderness e altre associazioni. Non se ne fece niente. Sempre tre anni fa nacque e rapidamente sparì dagli schermi la Rete T.r.i.P. Montagna per il Turismo responsabile in Piemonte. In questo caso si trattava di tessere una rete virtuosa tra strutture ricettive, produttori agricoli e professionisti della montagna. Qualcuno può dirci, visto che le notizie sul web si fermano al 2016, che ne è di questo progetto che tre anni fa venne pomposamente definito “un patto tra città e montagna per tutelare, valorizzare e promuovere i 400 chilometri di montagne piemontesi in modo durevole e responsabile”? (Ser)

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