K2 story: non solo veleni

Sembra quasi che dell’epopea del K2, la montagna degli italiani “conquistata” nel 1954 mentre ancora la Penisola stava faticosamente emergendo dalle macerie della guerra, non rimanga che il ricordo di una squallida contesa tra alpinisti ambiziosi e bugiardi. E’ ciò che emergeva domenica 1° marzo 2020 su Rai3, durante la trasmissione “Kilimanjaro”, dal raccontino di Hervé Barmasse davanti a un’ignara conduttrice che non sembrava credere alle sue orecchie. Forse pensava che gli alpinisti fossero tutti dei santi. Hervé ne approfittò per rincarare la dose. Raccontò che peggio ancora andarono le cose al Nanga Parbat, anche in quel caso durante una spedizione diretta da un uomo senza cuore, dove ci scappò addirittura il morto.

Hervé Barmasse rievoca a Rai3 la conquista del K2

Occorre continuare? E’ necessario fare nomi? E se, invece, alla casalinga di Vigevano in ascolto si fosse fatto dono di un altro aspetto della conquista del K2, quel tripudio con cui vennero accolti gli scalatori nel corso del te Deum in Duomo e durante una memorabile serata di gala alla Scala? “Piazza Cavour, quando il corteo vi è entrato, era un solo mare ondeggiante. Il traffico era sospeso da un pezzo, tutti i servizi pubblici erano stati deviati. Dall’alto piovevano fiori, bandiere sventolavano dalle finestre”. Così venne descritta dal Corriere della Sera la trionfale sfilata a Milano il 25 ottobre 1954 dei reduci dalla spedizione del K2. Se l’epilogo della grande avventura si risolse in un bagno di folla e un concerto alla Scala, il seguito poi si aggrovigliò in una serie di denunce e controdenunce, controversie, liti e fatti spiacevoli tra i quali spicca quel “caso K2” alimentato con ben sei libri di denuncia, peraltro legittima dal punto di vista del denunciante.

Ma ecco, dagli archivi della Biblioteca Luigi Gabba del Cai Milano spunta ora la cronaca che pubblichiamo. Vi viene descritta minuziosamente la serata di gala alla Scala per onorare i reduci del K2 con la presenza di alpinisti e guide alpine scese da tutte le valli per festeggiarli. Intitolata “De Falla sulle montagne”, firmata da un misterioso Observer, la cronaca è tratta da un fascicolo del Bollettino mensile del Cai Milano (novembre 1954) interamente dedicato a un’altra spedizione italiana in Himalaya, quella al Monte Api “l’altro K2”: spedizione guidata senza clamori da Piero Ghiglione e conclusasi tragicamente con la morte di tre alpinisti, due dei quali, Roberto Bignami e Beppe Barenghi, appartenenti al Cai Milano. Fu un’altra grande pagina di alpinismo oggetto di congetture, accuse e controaccuse. In questo caso però (e per fortuna) finita nel dimenticatoio (Ser)

Gli eroi del K2 riuniti in buona armonia nella grande tenda del campo base.

 

E al ritorno, tutti alla Scala tra signore in decolleté

Circa quarant’anni fa Giuseppe Reiner di Vipiteno passava da Milano di ritorno dal Cervino. La sera del 25 ottobre scorso mi raccontava il suo senso si smarrimento di fronte al nuovo volto della nostra città, al movimento, ai rumori, a quelle grandi costruzioni dai cento occhi che guardano i piccoli passanti e che in quel memorabile giorno guardavano con pari meraviglia gli uomini delle vallate: Giuseppe Reiner ha ora settantanove anni e appartiene al senato delle guide. Ma non era il più vecchio giunto da Vipiteno a festeggiare gli scalatori del K2, perché con lui erano Lepoldo Grusselburger nato nel 1864 e Antonio Koffler del 1888: una bella triade di capelli bianchi che a palazzo Isimbardi sedeva in una saletta riservata con il nostro Gicomo Fiorelli. Grusselburger ha novant’anni, l’età del Club Alpino Italiano, e mi diceva di essere felice di trovarsi a Milano, ma di avere avuto una gioia ancora maggiore da manifestare essendo venuto per festeggiare il suo Abram, la giovane guida della Val Ridanna che tanto onore si era fatto nella spedizione.

Giacomo Fiorelli aveva le lacrime agli occhi, lacrime di gioia: andava alla Scala per la prima volta ed era spiacente…di non poter avere al fianco una bella ragazza! Siamo usciti insieme dalla Provincia, fanfara in testa ad un piccolo corteo, e cittadini e guide di tutte le vallate siamo andati al teatro. Un’euforia strana aleggiava sulla città quella sera e la grande festa che Adrio Casati aveva offerto a nome delle Province Lombarde alle guide e agli alpinisti trovava la sua eco tra i velluti rossi della platea, nei palchi e nelle gallerie gremite all’inverosimile.

Adrio Casati

Strana questa Scala dove l’abito scuro non era prescritto, un teatro pieno di colori e di costumi, strano soprattutto perché le facce erano differenti da quelle delle altre serate. Mai come quel 25 ottobre ho trovato giusta quella simbiosi di “emme” che un amico mi faceva notare qualche tempo fa: Montagna – Musica – Madonne…Le madonne della nostra città che non avevano dimenticato i loro abiti da sera e l’importanza della loro presenza in quel momento di festa, tra gente della montagna e tra uomini che la montagna la vivono sempre, da vicino e dalla città. Le nostre socie, e particolarmente le ragazze che conosciamo in pantaloni di fustagno, avevano sfoderato quella sera il più bel sorriso dell’annata e avevano portato nella sala, con i loro abiti, la loro grazia e il loro brio, il senso della gioia e della famigliarità. La musica ha fatto il resto: Chopin, Delibes, De Falla hanno portato tra i montanari la poesia e l’arte. Penso che il corpo di ballo della Scala non abbia mai ricevuto tanti applausi a scena aperta: le Silfidi hanno avuto ognuna i suoi applausi, la “ragazza dagli occhi di smalto” del Dr. Coppelius i mille occhi meravigliati che la guardavano, e la “Danza del Fuego” travolse ogni riserbo: quell’amore fu proprio stregone di una platea felice, quasi un complesso che in quelle ore dominava incontrastato. E i battimani delle guide di Ciurmayeur, nei loro abiti di panno beige e con i cappelli da cow-boys, rispondevano ai rossi Scoiattoli di Cortina che applaudivano accanto ai Fiorelli, ai Mitta, ai Lenatti, agli “elegantoni” della Valfurva con pantaloni grigi e giacca a vento grigio-azzurra.

Nel ridotto passavano sotto i lampadari di cristallo abiti di tutte le fogge e si notavano i gruppi delle Dolomiti per i loro abiti di velluto color latte e quelli della Val d’Aosta con il classico “loden” e quelli della Val Badia in maglione nero con fascia rossa e i milanesi e gli invitati a rappresentare il Club alpino di ogni parte d’Italia. C’era anche gente che con la montagna aveva a che vedere come i famosi cavoli e che non sapeva se sul K2 fosse giunto Compagnoni o il dottor Lombardi, gente che si trovava là chissà come e magari nei posti migliori…ma le vie della misericordia sono infinite! E oltre a questi supercuriosi e raccomandati abbiamo trovato gli amici di montagna e le nostre guide: pipe e “toscani”, nonhé qualche bottiglia sotto il braccio a ricordo di Palazzo Isimbardi; niente grappini ma birra, e aranciata che faceva arricciare qualche naso bruciato dal sole.

Giambattista Compagnoni capo guide della Valfurva ci ha fatto un discorso di rappresentanza pieno di entusiasmo, l’amabile Blanc della Valsavaranche disse che “andava bene” (prima di cena diceva “discretamente”), Giulio Fiorelli della Valmasino avrebbe “bivaccato” volentieri, Antonio Mussner della Valgardena era troppo emozionato e tra troppi amici del CAI Milano per poterci dire il suo pensiero, e così gli altri, quasi tutti avevano delle sensazioni troppo nuove per poterle sintetizzare e valutare in quel momento.

Troppi sono i ricordi e troppo veloci e intense quelle ore: Compagnoni nel palco di seconda fila, le signore della delegazione pakistana, Lacedelli in platea, Desio con gli scienziati, le autorità, i dirigenti del CAI, il nostro Gallotti: da ogni parte della sala c’era un viso noto o un amico da salutare. Andando verso casa, dopo l’uscita dal teatro nell’atmosfera sempre triste di un addio, cercavo di ricapitolare una giornata di azione e di emozioni. Ma si pensa sempre per frammenti, e rivedevo il lungo corteo tra le centomila persone accorse a salutare i conquistatori della grande montagna, le due carrozze con le bianche barbe delle guide più anziane, gli alpini che aprivano il varco ai membri della spedizione, il viso triste di Compagnoni sofferente, il nostro presidente Casati con il cappello di alpino, tra le autorità; e poi gli applausi in Duomo dopo il Te Deum e il discorso e le premiazioni nel cortile del Palazzo della Provincia, la televisione, i riflettori, i canti apini. Gente, evviva, musica…Tutto in un crescendo che ha raggiunto la vetta con la musica di De Falla, il ritmo di danza e il colore di una musica che tutto amalgama. De Falla sulle montagne. Su tutto e sulla città che aveva avuto la grande festa degli alpinisti scendeva la nebbia. E si sa che nebbia è fantasmagorica e fa sembrare tutto irreale. Come mi sembrano questi ricordi.

Observer

Dal Bollettino mensile del Cai Milano, novembre 1954

2 thoughts on “K2 story: non solo veleni

  • 16/03/2020 at 09:00
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    Il problema, ammesso che lo sia, è che della conquista italiana del K2 si ricordano fino alla noia soltanto le pagine peggiori. Ciò per rispondere al lettore certamente prevenuto anche sulla conduttrice che svolge con correttezza e professionalità il suo lavoro ed è anche piacevole da vedersi. O no?

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  • 16/03/2020 at 00:56
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    La conduttrice è sicuramente quanto di peggio si possa trovare ma il “raccontino” di Barmasse, seppure stringato, non dice nulla di strano o di nuovo. Ripete ciò che si sa da anni quindi dove sta il problema?

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