Niente sconti agli angeli?

Fino a che punto è giusto che i soccorritori mettano a repentaglio la loro vita? Alla domanda risulta impossibile dare risposta soprattutto in tempi di coronavirus, mentre migliaia di medici e infermieri si prodigano in apparenza incuranti dei rischi che corrono. Agli angeli non si fanno sconti, non lo accetterebbero… Il tema è stato sfiorato il 26 dicembre 2019 in Val di Fassa, quando è stato celebrato il decennale di un evento che ha gettato nel lutto il Soccorso alpino: la morte o sarebbe più giusto dire il sacrificio di quattro dei sette soccorritori saliti con gli sci in Val Lasties alla ricerca di due scialpinisti poi ritrovati senza vita sotto una valanga. Quei sette erano stati allertati nel tardo pomeriggio. Non essendo gli elicotteri abilitati per il volo notturno, avevano deciso senza esitare di salire con l’ultima funivia del Sass Pordoi. Poi mentre annottava hanno calzato gli sci e iniziato la ricerca alla luce delle frontali. Quella neve si rivelò tuttavia più infida del previsto, e ciò anche se i soccorritori erano consapevoli dei rischi che stavano correndo. Così quattro di loro nel buio ormai calato sulla montagna furono travolti e uccisi da una valanga scatenatasi al loro passaggio, e tre riuscirono a salvarsi.

Il monumento ai quattro eroi dello scultore fassano Rinaldo “Reinhold” Cigolla. In apertura un aspetto invernale della Val Lasties.

Si poteva evitare il sacrificio di questi quattro ragazzi insigniti con medaglie d’oro al Valor Civile? All’epoca se ne è discusso fra esperti e qualcosa di questa controversia trapelò anche sui giornali. “In certe circostanze”, disse in quella occasione Raffael Kostner, leader di Aiut Alpin Dolomites, un’autorità assoluta fra i soccorritori, premiato a suo tempo con la Targa d’argento della solidarietà alpina, “anche noi, pur essendo abituati a confrontarci quotidianamente con il pericolo, dovremmo avere il coraggio di dire di no, di rifiutare un intervento. Invece mettiamo a repentaglio la nostra vita per salvare chi va fuori pista sapendo di rischiare la pelle”.

Non era una sentenza inappellabile, quella di Kostner, ma poco ci mancò che lo diventasse. Non venne meno in quella occasione la proposta di stabilire ex lege che i soccorsi vadano affrontati solo se le condizioni climatiche o di luce sono più che favorevoli. Proposta però respinta perché ritenuta  in contrasto con l’etica dei soccorritori. “Gli uomini del soccorso alpino sono sempre pronti alle chiamate e intervengono con immediatezza senza chiedersi la gravità dell’intervento, o chi chiama, o se è giorno o se è notte”, nota non a caso Mario Rigoni Stern nella prefazione del libro “Soccorsi in montagna” uscito in occasione del cinquantennale del Corpo Nazionale Soccorso Alpino e Speleologico.

Nel frattempo, in questi dieci anni, è però migliorata la tecnologia nelle ricerche dei dispersi non solo in valanga. E il soccorso alpino ha indubbiamente raggiunto una rinnovata, grande efficienza. A quanto riferiscono gli esperti, in alcuni casi il volo di un drone può essere la premessa per un intervento in condizioni estreme come avvenne dieci anni fa in val Lasties. O per escluderlo in base agli elementi che il dispositivo volante riesce ad acquisire. Oggi in piazza Marconi a Canazei un monumento ricorda i quattro caduti del Soccorso Alpino Alta Fassa. Questi i loro nomi: Luca Prinoth, Diego Perathoner, Erwin Riz e Alex Dantone. L’opera è stata realizzata dallo scultore fassano Rinaldo “Reinhold” Cigolla in bronzo su una base di granito rosa di Predazzo. Pensiamo anche a loro quando sentiamo che stiamo mettendo in gioco la nostra esistenza. (Ser)

Appartenevano al Soccorso Alpino Alta Fassa Luca Prinoth, Diego Perathoner, Erwin Riz e Alex Dantone, medaglie d’oro al Valor Civile.

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