Giornalismo in lutto, addio a Gianni Mura

La scomparsa sabato 21 marzo 2020 a 74 anni per un attacco cardiaco di Gianni Mura, dal 1976 storica firma del quotidiano La Repubblica, autore di pagine memorabili sullo sport e l’Italia degli ultimi decenni, ha indotto un appassionato sciatore (chi scrive queste note, per essere più precisi) a riscoprire negli archivi privati una storica pagina che Mura dedicò alla Marcialonga. Sono trascorsi 46 anni. Gianni, benché giovane, non era affatto alle prime armi e già s’intravvedeva quel talento che lo avrebbe portato a diventare una firma prestigiosa anche in campo letterario, vincendo il Grinzane con il romanzo “Giallo su giallo”. Era già proiettato sulle grandi cronache sportive, preciso e disinvolto nelle descrizioni, stile un po’ caustico alla Gianni Brera. Hanno fatto testo i suoi reportage sul Mundial ’82 con la vittoria degli azzurri di Bearzot. Ci avrebbe fatto sognare, il bravissimo Mura, con le cronache sul Tour de France, dettando a braccio pezzi meravigliosi. Però quella Marcialonga del ’74, aveva qualcosa di speciale. In piena austerità e in quasi totale carenza di neve, la corsa chiamò a raccolta più di seimila “bisonti”, un’enormità: tutti arrivati nelle valli di Fiemme e Fassa con mezzi di fortuna dal momento che il traffico era bloccato e chiuse ermeticamente risultavano tutte le pompe di benzina. Il direttore del Corriere d’Informazione quella volta diede a Mura l’incarico di raccontare la corsa mentre un altro cronista, il sottoscritto, avrebbe provveduto a testimoniare nella sua sofferta veste di concorrente. Bei tempi, addio caro Gianni. (Ser)

Mura (a destra) e Roberto Serafin inviati del Corriere d’Informazione al termine della Marcialonga del 1974.

Così descrisse la Marciaonga dell’austerity. Finiti gli ultimi fuochi d’artificio molti dei fondisti hanno ripreso la via del ritorno. Qualcuno contava di essere a Milano per le quattro. Qualche oretta di sonno, una bella doccia e via al lavoro. Le misure restrittive sulla circolazione hanno messo nei pasticci un bel po’ di gente. Non uso di proposito la parola “austerity”, tocco estero per fregatura nostrana. Alle corte, sulla “marcialonga” vista da fuori sono quasi un esperto, ci son venuto per la terza volta su quattro edizioni. Gli altri anni era più festosa. Stavolta c’erano 6.439 partenti però mancavano gli stuoli dei parenti, mancavano le duecentomila persone sparse con rifornimenti vari lungo i costoni delle valli di Fiemme e Fassa. Questo ha reso più solitario lo sforzo dei concorrenti senza nemmeno la soddisfazione di far vedere alla moglie, pur col cuore in gola, di essere ancora gagliardo. Avevo un ricordo di comitive a spasso fino a tardi, bambini che giocavano con gli sci del padre, cori che scoppiavano ai crocicchi, gigantesche bevute nei bar, nei ristoranti troneggiavano polente grandi e calde come tanti soli. Niente di tutto questo, a mezzanotte si chiude. Mi porterò via il ricordo di macchine messe in moto nel buio, il tempo stringe e taglia le cosiddette relazioni umane. Ci vediamo l’anno prossimo, forse ci sarà più neve. Già perché la neve non c’era. Ho fatto bene a venirci come dovessi andare a San Siro, mocassini da città, pantaloni normali, giusto un maglione in più. Se non c’è neve adesso, quest’estate non ci sarà acqua, non ci sarà energia elettrica sufficiente… Ogni tanto elevo un commosso pensiero a Serafin, confuso tra i bisonti. Sabato è andato a letto alle nove di sera, dopo una cena estremamente virtuosa. Chissà dov’è a quest’ora. Molti colleghi, alcuni “nuovi” alla Marcialonga, rivelano spiccate inclinazioni sadiche. Macchè Lundemo (quello che vincerà), macché giganti scandinavi, macché giganti italiani: andiamo a vedere quelli che soffrono. Delusione, perché non soffre nessuno. Al massimo, anziché correre sulla neve, si tolgono gli sci e corrono sulla strada, fanno prima.                              Gianni Mura

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