Neve malata. Il colpevole slalom di Ischgl

A Ischgl, in questa fabbrica austriaca del divertimento senza limiti di orario detta anche la Ibiza austriaca, il Coronavirus ha sferrato un forte attacco il 5 marzo quando il primo allarme viene lanciato dall’Islanda che dichiarò “zona a rischio” la valle di Ischgl dopo aver constatato l’infezione in un gruppo di propri cittadini reduci da una vacanza su quelle nevi dell’Austria. Ischgl tuttavia ha tenuto nascosto per oltre una settimana il problema: fino al 13 marzo quando finalmente il cancelliere Sebastian Kurz, probabilmente sollecitato dal ministro della Salute, Rudolf Anschober, fece quello che andava fatto otto giorni prima dichiarando “off limits” Ischgl. Brutto, bruttissimo episodio che sarà impossibile dimenticare e getta un’ombra in queste valli dove i maestri di sci austriaci misero a punto negli anni cinquanta, quando si era appena usciti dalla guerra, la tecnica che ha rivoluzionato lo sci, la famosa progressione dell’Arlberg che teorizzò il cristiania a cortoraggio con gli sci uniti, con quella posizione del corpo a virgola che appassionò Dino Buzzati fino al punto di indurlo a scrivere un elzeviro in proposito nella terza pagina del Corriere (in cui raccontava di esserselo sognato di notte quel modo di sciare).

Non è stata dunque una misura preventiva la chiusura delle piste austriache, ma una misura a posteriori e tardiva. Perché negli otto giorni persi, facendo finta di non vedere il pericolo incombente, il virus ha contagiato centinaia di turisti. Che poi hanno fatto ritorno a casa ignari, facendo dilagare il virus in tutto il centro e il nord Europa. La notizia oggi è sulla bocca di tutti (lunedì 23 marzo è stata riportata dal Corriere on line) a dimostrazione che non corrisponde a verità che si parli poco di montagna e coronavirus sui media come nota un po’ dispiaciuto il sito Dislivelli affidando al bravo scrittore montanaro Paolo Cognetti il compito di farlo. Se davvero così stessero le cose, a che cosa attribuire la ragione di questo silenzio dei media (fatta eccezione, s’intende, per alcuni siti come quello che state visitando dove l’evolversi del male con le sue implicazioni in alta quota è stato seguita giorno per giorno)? Che il silenzio sia dovuto a convenienza, al non voler turbare equilibri consolidati nel turismo alpino “griffato” e diventati precari al tempo del coronavirus? Molte situazioni come questa, incredibile e scriteriata, della località del Tirolo non corrispondono in effetti all’immagine della montagna virtuosa, della “montagna che unisce” come recitava lo slogan del Cai in occasione del suo centocinquantennale. Uno slogan che ci trovò tutti d’accordo.

Si è visto invece come si comportano i cugini austriaci dei nostri cugini sudtirolesi… E pensare che noi li abbiamo sempre considerati come i più verdi e più bravi d’Europa! Come si leggeva una settimana fa nel sito di Repubblica, è stato di fronte all’irresponsabile inerzia delle autorità locali che il governo federale austriaco ha ordinato la quarantena e l’isolamento dell’intera Paznauntal (Ischgl, Kappl See, Galtür) e di St. Anton am Arlberg, e il 13 marzo ha finalmente schierato l’esercito alle porte della valle. Nessuno può uscire, nessuno può entrare. Soltanto ai turisti non austriaci è stato concesso il ritorno a casa con le dovute precauzioni. Ma non è che nel Sud Tirolo si dormano sonni beati. Dopo l’ordinanza che intima ai non residenti di lasciare le seconde case, alcuni sindaci della provincia di Bolzano hanno spedito i vigili a controllare casa per casa. Una sorta di rastrellamento. Come andrà a finire? Un consiglio: se non lo avete ancora fatto, leggete l’illuminante intervista al saggio Luigi Casanova in mountcity.it (Ser)

 

Nelle foto in apertura una affollata via di Ischgl, dove gli impianti sono rimasti in funzione nonostante si fosse diffuso l’allarme. Qui sopra turisti in fuga a piedi da St. Anton alla ricerca di un mezzo per raggiungere Innsbruck.

 

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