Montagne salubri, città ammalate e cattivi pensieri

Stupisce ma fino a un certo punto come la montagna e i parchi diventino un rifugio in tempi di emergenza. Un vero rifugio, un ventre materno cui tornare, al quale non si pensa durante la quotidianità ma che – sepolto al fondo dell’anima e inavvertito per anni – appena c’è davvero bisogno, torna a galla e indica una meta da raggiungere. Sono riflessioni, anzi “cattivi pensieri”, di un guardaparco, Luca Giunti, in servizio nelle Aree protette delle Alpi Cozie, tratte dal periodico on line PiemonteParchi (qui al piede il link). E sono anche riflessioni che si sono condivise in MountCity con Luigi Casanova, a sua volta guardaboschi, presidente onorario di Mountain Wilderness Italia. “In un tempo incredibilmente breve”, osserva Giunti, “la natura si riprende spazi occlusi dalla nostra invadenza. I delfini nel porto di Cagliari, i fondali di Venezia visibili attraverso l’acqua subito trasparente, i rospi incolumi nell’attraversare le strade, i caprioli fiduciosi sugli sterrati, uccellini di ogni tipo che invadono alberi e parchi cittadini (mi segnalano un picchio muratore nel centro di Bologna…). La sensazione urticante è che noi Homo sapiens siamo il vero microbo del Pianeta: appena si riduce il nostro contagio, la natura si riprende e guarisce dalla nostra… influenza”.

“Prima di pronunciarci sulle relazioni tra cambiamenti climatici e diffusione del virus”, osserva però Casanova, “c’è bisogno di approfondire studi. Comunque questa epidemia rappresenta uno schiaffo all’arroganza dell’umanità intera: ha messo in mostra le nostre fragilità, dovremo investire in umiltà e lentezza, sempre, non solo in momenti di crisi”. Anche un altro trentino, Roberto Barbero, responsabile dell’Osservatorio sul clima della Provincia, rispondendo alle domande del Corriere del Trentino del 24 marzo, esita a dare giudizi. Stabilire una connessione diretta tra questa pandemia e il cambiamento climatico, spiega, non è così automatico. Anzi: non sarebbe nemmeno corretto. E complessa è anche l’individuazione di un nesso tra la diffusione del virus e l’inquinamento atmosferico. Ma di fronte a questa epidemia un dato emerge con forza. “Ciò che sta succedendo”, dice Barbero, “ha messo in luce un aspetto che fino a ieri sembrava impossibile: ha dimostrato che se i governi decidono di intervenire, la gente è in grado di cambiare il proprio comportamento in tempi brevi, ovviamente prevedendo misure compensative”.

Altro argomento da approfondire riguarda l’aiuto che può offrire in momenti di crisi l’esperienza della montagna, anche per chi vive in città ma pratica le terre alte. “La montagna”, sono parole di Casanova, “ci insegna il limite, ci dice fino a dove possiamo andare, ci insegna a rinunciare, ci insegna a comprendere il linguaggio che abbiamo perduto, quello della natura, il valore dei silenzi, le piccole cose: ad esempio il colore dei fiori che piano piano sconfiggono l’inverno”. Ma a chi è riservato il privilegio di trovare scampo in montagna alla crisi che attanaglia la società? “I cittadini ricchi, quelli che possiedono le seconde case, fuggono in montagna dalle città ammalate”, osserva Paolo Crosa Lenz nelle pagine del periodico Il Rosa di cui è direttore. “Tanti sono gli sfollatii della contemporaneità, mentre i poveri rimangono rinchiusi negli alveari delle metropoli. Macugnaga non è mai stata così affollata. Un secondo aspetto, in un mondo sempre più chiassoso e veloce, è la riscoperta della solitudine e del silenzio, della possibilità di stili di vita differenti da quelli a cui eravamo abituati. È un’imposizione doverosa: restiamo da soli per salvarci tutti. Così ancora una volta madre natura, con i suoi tempi lenti che permettono un cammino riflessivo, ci può aiutare a vivere bene”.

La montagna è anche in grado di curare, non solo di offrire conforto. Diventa in tal caso montagnaterapia come da tempo si va dimostrando in esperienze di accompagnamento assistito da medici. “Si la montagna è terapeutica. O almeno per me lo è stata”, racconta l’alpinista Mario Curnis che a settant’anni scalò l’Everest. “Negli anni scorsi ho avuto grossi problemi di salute e anche di lavoro. Ho dovuto affrontare un tumore. Ero davvero a pezzi, non sapevo dove sbattere la testa. Poi mi hanno proposto di occuparmi di cento capre sui pascoli del monte Parè, in alta Valle Seriana, sopra Rovetta, e proprio lì, poco alla volta, grazie a questo isolamento e alla cura degli animali, ho ritrovato l’equilibrio che stavo rischiando di perdere. Sono completamente guarito, e non solo nel fisico”.

Perché la montagna possa davvero svolgere la sua funzione terapeutica bisogna però che sia oggetto di attenzioni che di solito le vengono negate. E qui la parola non può che tornare al guardaboschi piemontese. “Alpi e Appennini sono piene di medie e piccole town che diventano sempre più ‘ghost’ perché progressivamente si chiudono i servizi che le rendono cittadine socialmente vivibili”, osserva Giunti in PiemonteParchi. “Ricordiamocene, finita l’emergenza. Può darsi che difendere una scuola periferica, conservare un ufficio postale, mantenere una caserma del Corpo Forestale, favorire un negozio multi-servizi, portare la banda larga in una vallata montana (quanto si parla di smart-working, in questi giorni, e quanto velocissimamente si è realizzato!) possa aiutarci per la prossima pandemia e anche per una vita normale migliore”.

Per saperne di più: http://www.piemonteparchi.it/cms/index.php?Itemid=289&id=3486%3Acattivi-pensieri-di-un-guardiaparco-in-servizio-sulle-montagne-valsusine&option=com_k2&view=item

One thought on “Montagne salubri, città ammalate e cattivi pensieri

  • 27/03/2020 at 11:07
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    La montagna è curativa e “naturale” quando è abbandonata dal “contagio umano”. Abbiamo un’idea di cosa sono le Dolomiti d’estate con i passi presi d’assalto da colonne di autovetture? E’ accettabile che in momenti di crisi ci siano sfollati nei luoghi più sicuri, ma ricordiamoci che le aree naturali per restare un polmone del pianeta devono essere poco abitate.

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