C’è bufera e bufera: forse è meglio schiarirci le idee

Non so dire se quanto sta accadendo sia paragonabile ad una guerra, anche se è certo che ci confrontiamo con un nemico, per quanto invisibile, ma credo che tutti noi e, quindi, il nostro Club alpino italiano, avremo un ruolo fondamentale nell’indirizzare il dopocoronavirus verso una effettiva attenzione ed un reale rispetto per la natura, la bellezza e, quindi, l’uomo. E se l’oggi non è paragonabile a momenti come quelli vissuti nel 1939, quando fu modificato dall’alto l’art.12 dello Statuto, prevedendo che “i Soci…debbono esclusivamente appartenere alla razza ariana”, il “dopo” di questa pandemia dovrà comunque vederci animati dalla stessa determinazione dei nostri predecessori, così chiaramente espressa, nel 1944, dall’allora Reggente Guido Bertarelli: “La bufera che colpisce le nostre sezioni e i nostri rifugi è forte, tuttavia noi abbiamo un dovere evidente: mantenere salda la compagine e difenderla; poi si discuterà del meglio da fare. Stiamo tutti uniti e concordi: riprenderemo con vigore nuovo”.
(Vincenzo Torti presidente generale del Club Alpino Italiano – discorso ai soci per l’emergenza Covid-19, marzo 2020)

Un ardito paragone. Quanto sopra citato è estratto dal discorso che il presidente della maggior associazione alpinistica nazionale rivolge agli oltre 300 mila soci del sodalizio esortandoli, come è d’uopo, a corretti comportamenti e relative astinenze, quanto mai dolorose poiché sottraggono le nostre persone da una attività fisica all’aria aperta che in regime di parziale reclusione domestica ci sarebbe più che mai necessaria. Ma tant’è, al di là delle raccomandazioni e delle motivazioni quivi diligentemente contenute, compresa quella di rinnovare l’iscrizione al sodalizio, tali divieti sono stati già ampiamente esplicitati e ribaditi dai numerosi decreti del Presidente del Consiglio in rapida successione, così come il paragone bellico della crisi pandemica in cui improvvisamente siamo incorsi è stato ampiamente e spesso pedantemente ribadito da molti commentatori, senza quasi mai nulla aggiungere al peso emotivo e al potenziale dissesto che questo specifico fenomeno (e non la guerra) è in grado di produrre sulla nostra società.

BISOGNO DI RIMOZIONE. Nel suo cimento retorico la presidenza del Cai si è spinta a un ardito paragone che rimette in luce uno degli aspetti più foschi e nefandi della storia del nostro Paese, risvegliando nelle nostre teste e nei nostri cuori nuove e sgomente perplessità: l’argomento in tutti questi anni è stato per lo più omesso da qualsiasi riflessione o dibattito pubblico all’interno dell’associazione, assecondando probabilmente un comprensibile bisogno di rimozione collettiva, con qualche recente encomiabile eccezione a cui vorremmo per completezza riferirci, invitando tutti a migliori approfondimenti e riflessioni. La “bufera” che colpì le sezioni e i rifugi del Cai era alimentata in pieno fascismo dallo stesso Club Alpino Italiano diventato nel frattempo Centro Alpinistico Italiano. Come si deduce dalla tesi di Stefano Morosini (2003) Amando la montagna si serve il Duce. Il Club Alpino Italiano negli anni del fascismo 1922-1943, “sulle pagine della Rivista Mensile si anteponeva sistematicamente al nome di ogni membro ‘camerata’ o ‘fascista’, anche per chi il fascismo lo subiva passivamente. I soci poco propensi ad accettare supinamente le angherie inferte al Club Alpino Italiano venivano espulsi per indisciplina” (pag. 54).

La circolare del 5 dicembre 1938 con cui la Presidenza generale del Cai fissava i criteri dell’epurazione per i soci non di razza ariana (archivio Sezione di Milano del Cai). In apertura effetti dell’invasione della Russia nel 1941 con la partecipazione militare dell’Italia fascista. Nei quattro anni che seguirono decine di milioni di militari e civili persero la vita o patirono enormi sofferenze (archivio Serafin/MountCity)

QUEL FOGLIO D’ORDINI. Angelo Manaresi, presidente fascista del Cai, vice segretario del Partito nazionale fascista e uno dei maggiori esponenti dello squadrismo bolognese, fu proposto (pag. 92 della tesi di Morosini) a Socio Onorario del Cai nei primi anni sessanta. Ugo Vallepiana che dal Cai fu espulso a seguito delle leggi razziali, annotò: “(Manaresi) era stato un buon Italiano, un buon Alpino e aveva creduto in un regime politico, come tanti altri, fallace”. A proposito di leggi razziali, negli archivi del Cai Milano è conservato un ingiallito foglio d’ordini della Presidenza generale che reca la data del 5 dicembre 1938, l’anno dei famigerati provvedimenti. La consultazione era RISERVATISSIMA quando “c’era lui”, come risulta in maiuscoletto nel dattiloscritto ma anche oggi risulta che il documento sia blindato. C’è ancora forse chi lo considera erroneamente uno scheletro da tenere celato in un armadio. Come se ancora ci fosse qualcosa da nascondere nella pur sempre gloriosa storia del sodalizio che di bufere ne ha attraversata più di una.

“STRETTAMENTE RISERVATO”. Il documento citato fa parte della copiosa documentazione, in parte inedita, a cui ha attinto più di recente il già citato Morosini per ricostruire la storia di quegli anni attraverso le vicende dei rifugi alpini in Alto Adige /Sudtirol “come questione nazionale (1914/1972)” (Il meraviglioso patrimonio, Fondazione del Museo Storico del Trentino, 2017, 302 pagine, 20 euro). Per essere più precisi, nel documento conservato negli archivi milanesi la Presidenza generale del Cai specifica, in calce, che le disposizioni sulla difesa della razza all’interno delle sezioni “hanno carattere strettamente riservato e non dovranno, in nessun caso, essere comunicate alla stampa o, per iscritto, agli interessati”.

PATTO D’ACCIAIO. Venendo al libro di Morosini (che sul clima all’interno del CAI in quegli anni fa encomiabile chiarezza), nell’esaminare gli sviluppi dell’accordo con il Deutsche Alpenverein in merito ai rifugi del Sud Tirolo, l’autore mette a fuoco quello che definisce il patto d’acciaio alpinistico, in anticipo di alcuni mesi su quello firmato dai ministri degli esteri Galeazzo Ciano e Joachim von Ribbentrop. L’accordo venne sottoscritto nel febbraio del 1939 a Garmish-Partenkirchen dal presidente Manaresi, e dal suo omologo presidente dell’Alpenverein tedesco Arthur Seyss Inquart che nel 1946 fu processato e condannato a morte per i suoi crimini a Norimberga. A seguire, si registrò l’emissione da parte di Manaresi di un foglio disposizioni, il numero 121 del 26 maggio 1939, che modificava l’articolo 12 dello statuto in questi termini: “I soci del Cai, che devono assolutamente appartenere alla razza ariana, si distinguono in onorari ed effettivi”. Come si è visto, il Cai fascista non si fece pregare nel fare da megafono alle leggi razziali, e quella fu certamente la peggior bufera affrontata a quei tempi.

ACQUA PASSATA? Dovendo rivangare sarebbe meglio farlo con la necessaria chiarezza e non ricorrendo ad allusioni lasciate cadere con finta noncuranza. Anche perché quella bufera che si abbatté sull’Italia è tutt’altro che acqua passata come rivela la frase “Il fascismo ha reso grande l’Italia” che non a caso si è letta durante l’estate 2017 in un cartellone di “Noi con Salvini”.  (Ser)

3 thoughts on “C’è bufera e bufera: forse è meglio schiarirci le idee

  • 31/03/2020 at 17:30
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    Francamente il paragone tra pandemia e diktat razziali di regime nel ’38 non è chiaro. Forse il presidente Cai intende che uscire dalla pandemia sarà come uscire dal virus del fascismo e del razzismo che aveva così a fondo contaminato il sodalizio? Se così perchè il concetto è solo abbozzato? Prchè nel suo discorso Torti non fa menzione della contraddizione legata alla forzata immobilità e alle sue conseguenze sulla salute anche psichica dei suoi soci, se non nei termini per quanto condivisibili di ragioni di forza maggiore per il rischio indotto sugli operatori del soccorso alpino? Non ci sarebbe qualcosa di più da dire visto che proprio in questi giorni si dibatte animatamente sulla lesione delle libertà individuali e sul rischio di sterzate autocratiche dei governi? Ammesso e non concesso, perchè non ci si potrebbe volendo persino scandalizzare per tanta superficialità?

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  • 31/03/2020 at 12:29
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    Non c’è da meravigliarsi che anche il CAI fosse integralmente fascista: il 1938 è stato il picco degli ‘anni del consenso’ (e questa frase è di Renzo de Felice, non di qualche tardivo apologeta).
    E francamente non ha senso scandalizzarsi per la citazione dell’attuale presidente, che con tutta evidenza non evoca le leggi razziali in senso positivo, anzi…

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    • 31/03/2020 at 16:16
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      Scandalizzati per le parole del presidente generale come osserva il nostro lettore? E quando mai? Abbiamo semplicemente definito “ardito” l’accostamento tra l’attuale pandemia e gli anni cruciali del Cai sopravvissuto al fascismo per concessione del Comitato di Liberazione Nazionale che nel 1945 nominò Luigi Masini, comandante delle Fiamme Verdi Partigiane, commissario per la riorganizzazione dell’associazione. Occorre ribadire, come si legge nei libri di storia, la crescente e prona sottomissione del Cai al regime mussoliniano e il ruolo ricoperto quale strumento della propaganda militarista?

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