Raccontare oggi la montagna. Intervista a Luca Serenthà

La montagna come parte di noi stessi. La definizione calza alla perfezione per il sito “Fatti di Montagna” che in tempi di coronavirus muove i primi passi sul web. Una prova di coraggio per Luca Serenthà, giovane milanese che ha da sempre riservato alla montagna un ruolo importante nella sua vita, una relazione privilegiata secondo una sua definizione. Dopo aver indirizzato i suoi studi letterari in tal senso con una tesi sullo storico scritto “Una salita al Monviso” di Quintino Sella, ha continuato e continua ad approfondire tutti i temi che riguardano le terre alte. Le sue competenze sono quelle della scrittura e della divulgazione passando dai temi culturali a quelli tecnico-sportivi. Scrittore raffinato, ha dato nel 2015 alle stampe il saggio “Silenzi in montagna” (Mimesis), ma si occupa anche di materiale per l’outdoor con una lunga esperienza nel settore. MountCity lo ha intervistato.

Un nuovo sito di montagna proprio mentre la libertà di andare in montagna viene azzerata per cause di forza maggiore: una prova di coraggio o di temerarietà?

In realtà ci lavoro da ben prima che questo nuovo coronavirus venisse a far compagnia a noi umani. Sì, certo poi è successo che lui e “Fatti di Montagna” sono partiti quasi assieme: il virus è stato più veloce e, appunto, virale di me. Fatti di montagna durerà di più. L’ardire se mai è quello di aver voluto provare a fare qualcosa di nuovo nell’ambito della comunicazione sulla montagna. Cerco di farlo senza ubris, ma semplicemente partendo dall’osservazione che sono in tanti a dire e fare cose interessanti nell’ambito delle terre alte, c’è solo bisogno di metterle assieme per restituire un’immagine più completa della montagna. Ci si prova, con determinazione e passo costante per non rimanere con il fiato corto.

Quale può essere l’aspetto più riuscito di Fatti di Montagna? 

Come dicevo il cammino di Fatti di Montagna è appena partito: il participio passato del verbo riuscire mi mette in difficoltà. Ma sicuramente posso dire qualcosa se come scriveva Daumal ne Il monte analogo “l’ultimo passo dipende dal primo. Il primo passo dipende dall’ultimo”. Sicuramente mi sembra riuscito l’aspetto grafico: per questo devo ringraziare gli amici dell’agenzia Bigfive che hanno fatto un ottimo lavoro capendo le mie esigenze e cosa avevo in mente. E poi credo sia positivo mettere in campo le competenze di tanti attori. Lavorandoci e in questi primi mesi di operatività del sito, mi sono sempre più convinto che la sfida è quella giusta: un racconto della montagna che spazi con lo sguardo, ma che non sia generalista. Un approfondimento guidato dalle competenze settoriali, ma che non si chiuda su se stesso. Serve per stimolare il ragionamento e abituarci a non stare solo sulla superficie delle cose. Lo abbiamo visto in questi tempi quanto è importante. Forse in tempi “normali” (esistono?) non andare in profondità può sembrare che permetta una vita più serena, pacifica… Ma nei momenti di difficoltà, saper ragionare, avere delle competenze per leggere quello che succede e leggere se stessi aiuta ad affrontarle. Io l’ho imparato andando in montagna e provo ad applicarlo alla vita di tutti i giorni dove è più difficile. Se riuscirò a trasmetterlo, vorrei fosse questo l’aspetto più riuscito.

Quale il migliore apprezzamento finora ricevuto?

Implicitamente è l’apprezzamento dei primi partner che hanno creduto nel progetto quando era ancora poco più di un’idea. Devo ringraziarli per questo: l’Associazione Dislivelli, la Società Meteorologica Italiana, la libreria Monti in Città e ovviamente Mountcity.  “Una cosa così manca proprio”, quale migliore apprezzamento? Una frase così ti fa sentire un po’ meno inutile.

Su quali aspetti pensi che ci sia ancora da lavorare?

Sono tanti. Ne elenco solo due. Sicuramente fra i più importanti c’è quello di aggregare al progetto sempre più partner in modo da far crescere la varietà dei contenuti. Alcuni sono entrati ufficialmente proprio in queste ore e forse quando i lettori di Mountcity leggeranno questa intervista potranno già conoscerli sul sito. Dovrà essere un lavoro continuo. Poi bisogna far conoscere Fatti di Montagna il più possibile. Questa è una cosa che si può fare tutti insieme. Vorrei che i “fatti di montagna” fossero persone di una comunità che si riconosce nei principi del manifesto. Il manifesto che si trova sul sito e che tutti i partner condividono, può essere sottoscritto da chiunque ne vuole far propri i principi. Non è, ne per i partner ne per tutti gli altri, un attestato di idoneità, ma la manifestazione di voler camminare su una strada che va in quella direzione e condividerla con quante più persone possibili. Siamo ancora una piccola comunità, ma dobbiamo lavorare per crescere. Non per Fatti di Montagna, ma perché se ci rendiamo conto di essere molti che crediamo in quei principi possiamo sperare in un futuro migliore per la montagna.

Oggi si parla di “divanisti” alla riscossa col coronavirus: la cosa può riguardare anche quelli “fatti di montagna”?

E’ un po’ quello che dicevo prima. Tenere il pensiero vivo, approfondire e ragionare. Questo è l’importante sia quando si è in montagna sia quando si è casa, sia che si vada in montagna per piacere sia che in montagna ci si abiti. L’importante è non “divanare” il nostro pensiero critico. Se si impigrisce quello, quando potremo tornare a fare le attività che più ci piacciono ci sembrerà di essere liberi, ma sarà solo un’illusione.

“Sono partito dall’osservazione”, dice Luca Serenthà, qui impegnato al suo desk, “che sono in tanti a dire e fare cose interessanti nell’ambito delle terre alte, c’è solo bisogno di metterle assieme per restituire un’immagine più completa della montagna”.

Insomma, rimasti senza calcio, si può sperare che agli italiani, non tutti, venga voglia di parlare un po’ anche di montagna?

La voglia di parlare d’altro viene a chi già aveva altri argomenti, credo. Chi segue il calcio, ma ama anche la montagna, ad esempio, può trovare interessante approfondirne alcuni temi, ma se non c’era già prima un minimo d’interesse la vedo difficile… Però chissà, magari leggendo o ascoltando qualcosa per sbaglio. Ma il calcio tornerà e ci darà l’illusione che è tornato tutto come prima.

Quale è a tuo avviso il modo migliore per conquistare i lettori?

Potrei dirti che Fatti di montagna è un sito che si può anche ascoltare: infatti ogni rubrica ha il suo podcast che consente una fruizione dei temi trattati ancora più facile, anche intanto che si fa altro o quando non si vuole più tenere gli occhi incollati a uno schermo. Potrei dirti anche che cercherò di far si che ogni frequentatore della montagna ci ritrovi il proprio angolo di veduta e ne scopra altri… Ma in realtà credo che prima sia la montagna a conquistare e noi (io e tutti i partner) siamo lì come strumenti per quelli che si sono accorti di essere “fatti di montagna”.

Vivremo contact-less: quali prospettive ci sono per la comunicazione della montagna?

Per la comunicazione sulla montagna più o meno come prima. Se per tutti è aumentato in questo momento il tempo a disposizione per una fruizione dei contenuti messi in rete, sono aumentati esponenzialmente anche i contenuti immessi nella rete. Per la comunicazione in montagna invece sarebbe bello che, grazie a questo periodo contact-less, ci si rendesse conto quanto è vitale avere una possibilità di connessione anche per le aree interne come quella che c’è nei grandi centri urbani.

Pensi anche tu che l’epidemia abbia la sua origine in un ambiente non più vivibile come sostiene Erri De Luca?

Che il nostro ambiente, per colpa nostra sia sempre meno vivibile e che lo sarà sempre meno se non avremo una reazione a livello globale, è un fatto. Erri De Luca è uno scrittore, che per altro stimo, e la sua suggestione è utile per riflettere. A livello scientifico non credo si possa ancora dire nulla, ma soprattutto non posso dirlo io che non ne ho le competenze.

Questo spirito di solidarietà, peculiare peraltro per quelli “fatti di montagna”, è destinato a durare?

Se devo dirti come la penso ti rispondo con un secco no. Ho il sentore che tutta questa solidarietà sia più emotiva che profonda. Mi sembra di percepire inoltre che una delle spinte maggiori sia la paura. La paura è un’emozione importante, ma bisogna saperla “utilizzare” da persone adulte. E qui torniamo al discorso delle competenze e del pensiero critico. Se mi limito ad agire spinto dalla paura sarò pronto a seguire chiunque mi promette salvezza, senza ragionarci troppo, oppure sarò pronto ad allontanare chiunque mi sia indicato come “untore”. La paura è utile a volte per reagire tempestivamente, ma se non governata è pericolosissima. Anche questo l’ho imparato andando in montagna.

Anche le montagne possono diventate parte di noi stessi come osservò Massimo Mila. Quale può essere il miglior sistema perché ciò avvenga?

Occorre rendersi conto che le montagne già condizionano la nostra vita più di quanto crediamo. Anche quella di chi vive in città. Anche quella di chi non va in montagna. La montagna riguarda tutti: lo abbiamo visto con questo virus, non viviamo più in un mondo a compartimenti chiusi. Sicuramente è compito di chi la frequenta più assiduamente farsene più carico. Ma non basta essere bravi alpinisti, esperti conoscitori degli itinerari di trekking o viverci perché diventi parte di noi stessi: quella è la finestra che abbiamo la fortuna di avere per conoscere la montagna e attraverso cui scegliere come orientare le nostre azioni. Possiamo comportarci come se dal futuro della montagna dipenda anche il nostro futuro oppure come se la montagna sia un semplice parco divertimenti.

Nel sito si parla anche di misfatti. Puoi citarne qualcuno?

Misfatti che riguardano la montagna ce ne sono sempre da raccontare purtroppo (ma per fortuna non solo quelli!). Invito i lettori di MountCity ad aggiungere eventualmente il loro punto di vista a quello espresso nella rubrica “Fatti e misfatti” attraverso tutti gli strumenti che il sito mette a disposizione. Che sia tutta la comunità di Fatti di montagna a dire quali sono le cose più importanti da sottolineare e far conoscere. Non desidero essere solo io a dirlo

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