Verso la fase 2 spunta l'”Orco” di Paolo Paci

Oberland bernese, Svizzera: è qui che comincia il nuovo viaggio di Paolo Paci tra cime, valli, villaggi e personaggi della Belle Époque alpina. Nel nuovo libro fresco di stampa ma non ancora in distribuzione (“L’Orco, il Monaco e la Vergine”, Corbaccio, 288 pagine, 19,90 euro) scorrono cent’anni di sviluppo economico e sociale in Svizzera, dalla metà del XIX alla metà del XX secolo. E’ tra questi monti infatti che muta la percezione delle Alpi svizzere diventate la locomotiva dell’industria turistica internazionale. Nella narrazione di Paci si va dalle prime spa ai grandi alberghi, fino all’invenzione di uno “stile alpino” artificiale che è diventato uno standard in tutto il mondo. L’alpinismo è il vero carburante di questo sviluppo, dalle conquiste della Golden Age alla corsa alle pareti nord degli anni Trenta. In questo affascinante itinerario s’incontrano personaggi veri e di finzione: Leslie Stephen, J.R.R. Tolkien, James Bond, Mark Twain, Winston Churchill, Sherlock Holmes, Paul Klee, Tartarino di Tarascona, Richard Wagner, Baden Powell e tanti altri che, con i loro talenti, aspirazioni, visioni, hanno rimodellato il cuore ghiacciato d’Europa. Paci, autore di manuali, volumi fotografici e libri di viaggio, appassionato di alpinismo e di giardinaggio, offre qui per i lettori di mountcity le coordinate di questa nuova ricerca storica che, con la (problematica) riapertura delle librerie, dovrebbe finalmente vedere la luce in vista dell’attesa fase 2. (Ser)

Ventuno luglio millenovecentotrentotto. Dopo un lungo, trafelato viaggio dalla Lombardia, tre giovani arrampicatori sono arrivati alla base della Nord dell’Eiger, nel cuore delle Alpi svizzere. Si tratta di Riccardo Cassin, capocordata, e di due compagni d’avventura, Gino Esposito e Ugo Tizzoni. A 29 anni Cassin, ex pugile e operaio metalmeccanico, è anche il più forte alpinista italiano. Negli anni precedenti ha aperto vie di sesto grado dalle montagne di casa, le Grigne, alle Dolomiti, e ha conquistato due delle più impegnative pareti delle Alpi: la Nord alla Cima Ovest di Lavaredo e la Nord-est al Badile. Nel 1937 ha già compiuto una ricognizione a Grindelwald e davanti all’immenso muro settentrionale dell’Eiger ha pensato: pericoloso. Ma fattibile. Dunque è lui, insieme a una manciata di altri nomi dell’élite alpinistica europea, da Hias Rebitsch a Giusto Gervasutti, uno dei pretendenti accreditati per la conquista della parete più agognata, la più contesa, la più pericolosa: otto i morti nei tentativi precedenti.

I tre sono partiti in fretta da Lecco appena hanno saputo che qualcuno, nonostante le instabili condizioni del tempo, ha attaccato la parete. Chissà, ha pensato Cassin, forse i concorrenti si ritireranno: è già capitato, diverse volte, e anche a cordate fortissime come quella di Rebitsch e Vörg. Forse, con un po’ di fortuna, avremo la nostra possibilità.

Invece questa volta nessuno si ritira. Lassù, avvolti nelle nubi, nel cuore della bufera, le due cordate dei tedeschi Anderl Heckmair e Wiggerl Vörg e degli austriaci Fritz Kasparek e Heinrich Harrer procedono verso l’alto, sulla sottile linea di confine tra trionfo e tragedia, tra la vita e la morte. Cassin e compagni non possono far altro che attendere: il 24, miracolosamente, i quattro scalatori germanici sbucano sulla vetta. Sono i primi a salire, i primi a poterlo raccontare.

Paolo Paci

Per Riccardo Cassin è una cocente delusione. Ma il lecchese non perde tempo, ha già altri grandi progetti in tasca: in particolare, una cartolina che raffigura lo sperone nord della Walker alle Grandes Jorasses. Due settimane dopo, sempre in compagnia di Esposito e Tizzoni, vince i 1200 metri di granito verticale della Walker. Dopo l’Eiger, era l’ultimo grande problema delle Alpi. I regimi nazionalisti dei due paesi, Germania e Italia, si appropriano delle due conquiste e distribuiscono medaglie d’oro a tutti i protagonisti delle scalate, all’insegna della superiorità ariana. Dopo questa stagione di “eroi” veri o presunti, ci sarà la pausa del conflitto mondiale, e nel dopoguerra tutto sarà cambiato, nella politica europea come nell’alpinismo.

Questo libro comincia così, con il racconto di un non-salitore dell’Eiger. La parabola di Cassin e dei suoi colleghi, alpinisti di punta degli anni Trenta, ci serve a introdurre un problema geografico (e anche un po’ storico e politico). Un problema che si riassume in una domanda: dov’è l’Eiger?

Ai tempi delle conquiste, della “corsa” alle pareti nord, la questione non si poneva. Le pareti erano campi di gara, del tutto avulsi dal loro contesto: Cervino, Grandes Jorasses, Eiger, Cime di Lavaredo, Badile, Drus erano ridotti a “palestre d’ardimento”, tanto da far dire al presidente del CAI fascistizzato Angelo Manaresi “il coraggio è il pane della nostra generazione e chi non ne ha di natura o non ne sa mettere insieme per istrada meglio è che si rassegni alla vita da pecora”. Le montagne, nella loro pura essenza, uscivano diminuite nel confronto con il “gesto eroico” dell’alpinista. Il territorio scompariva. Le valli, i loro abitanti, i pionieri delle scoperte geografiche e delle prime conquiste, appena un fondale sbiadito. E alla domanda: dov’è l’Eiger, nessuno davvero sapeva rispondere.

Le due cordate dei tedeschi Anderl Heckmair e Wiggerl Vörg e degli austriaci Fritz Kasparek e Heinrich Harrer che per primi “domarono” nel 1938 la parete nord dell’Eiger nel meraviglioso Oberland Bernese di cui si ammira in apertura una veduta.

La casa dell’Orco. L’Eiger, che dopo la salita del 1938 ha continuato ad avere una vivacissima storia alpinistica, non ha mai trovato casa. Fama sì, riempiendo le cronache a ogni nuova tragedia e recitando da protagonista in tutti i media, dai vecchi quotidiani ai più recenti social. Libri sull’Eiger? A decine. Film? Pure. Ma la casa dell’Orco qual è?Oberland bernese. Un immenso territorio di acque, pascoli, rocce e ghiacciai, che si sviluppa in altezza dai 558 metri del lago di Thun ai 4274 metri della cima più elevata, il Finsteraarhorn, e in ampiezza per valli che corrono parallele dalla Simmental di Gstaad alla Haslital di Meiringen, sfociando su alti colli che servirono nel medioevo come vie del commercio, dal Grimsel al Gemmi. Cuore di ghiaccio dell’Europa, l’Oberland racchiude nove delle 82 cime di Quattromila metri delle Alpi; il suo punto focale, quello su cui tutti si concentrano, è la triade Eiger, Mönch e Jungfrau, l’Orco, il Monaco e la Vergine, che sovrasta l’orizzonte e si vede perfino dalle terrazze di Berna. Una regione estrema e inospitale, l’Oberland: oggi la chiamiamo wilderness, un tempo si chiamava Natura. E non sempre era apprezzata.

La nostra percezione delle Terre Alte è cambiata nei secoli, e di molto. Ciò che oggi è “cartolina” o “panorama”, un tempo (non troppo lontano, due secoli fa) era solo rovina e desolazione. Ecco cosa scriveva, ad esempio, il conte Tullio Dandolo (figura del Risorgimento italiano) nelle sue impressioni di viaggio in Oberland, raccolte poi nel volume La Svizzera considerata nelle sue vaghezze pittoresche (1829): “Le cime della Ghemmi non offrono, come quelle del Grimsel, che le rovine orribili di monti sfracellatisi, tra le quali formaronsi immensi ammassi di neve. Il suolo inzuppato d’acqua, ed oppresso da peso enorme, non v’erge più a grandi intervalli, che la cresta di qualche rupe solitaria; e quelle rupi incessantemente erose alla lor base, o mutilate dalla folgore, e già mezzo rovesciate o consunte, presentano per tal maniera da ogni banda, e sotto tutte le forme, il ributtante spettacolo di una distruzione infaticabilmente progressiva”.

Ributtante spettacolo. Non è una definizione da guida turistica. E non la troviamo certo nella prima guida alla Svizzera, scritta e pubblicata da un inglese: John Murray III, inventore dei Murray’s Handoobks for Travellers alla fine degli anni Trenta dell’Ottocento. Sono gli inglesi i primi a esportare l’idea di bellezza romantica del paesaggio. A farne un’industria: l’industria del turismo. Britannici i primi esploratori delle Terre Alte, i primi scalatori delle cime, i primi a scrivere e dipingere, a sciare e giocare a curling, a posare binari e scavare tunnel ferroviari, i primi a favorire la nascita di alberghi, dalle rive dei laghi a Interlaken alle altezze dei valichi, come la Kleine Scheidegg, fino alle cime panoramiche dei monti, il Rigi, il Pilatus, il Faulhorn. Alberghi che spesso si chiamavano Vittoria, o Regina, perché tutto questo gran movimento economico si sviluppava sotto lo sguardo benevolo della regnante dell’Impero britannico. Se l’Eiger, o meglio la Nord dell’Eiger, parlava tedesco, la sua casa, l’Oberland, parlava e parla tutt’oggi inglese.

Da tali premesse nasce l’idea di un libro (di viaggio) sull’Oberland. Il luogo dove tutto, l’alpinismo, il turismo, è cominciato. Nel nostro itinerario incontreremo i personaggi che sono stati protagonisti di questa storia, da Leslie Stephen a J. R. R. Tolkien, da Mark Twain a Winston Churchill, e tanti altri (anche non britannici, per fortuna) che con i loro talenti, le loro aspirazioni, le loro visioni, hanno rimodellato il territorio delle Alpi bernesi. È una storia che ci riguarda, anche se ci sentiamo lontani dall’Eiger come lo era Cassin. È una storia che riguarda tutti coloro che pensano la Vecchia Europa come la propria casa e vogliono capire come, e perché, è tanto cambiata.

Paolo Paci

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