Il 25 Aprile celebrato “da remoto”

25 aprile 2020 a Milano e, in apertura, nel 1945.

Un giorno, speriamo presto, ci liberemo del coronavirus ma è dubbio che in 75 anni, quanti ci separano da quel 25 aprile del ’45, il giorno che segnò la fine del fascismo e dell’occupazione nazista, l’Italia si sia liberata dai fanatici fascistelli che sui social ora invitano “a ribellarsi al lockdown e alla Liberazione”. Che scocciatura: infangare la festa della Liberazione dell’Italia dal nazifascismo è uno sport molto praticato ogni anno in questo mese di aprile. Mi autorizza a sostenerlo il fatto che ho vissuto personalmente entrambi gli eventi, lockdown e Liberazione, per un semplice motivo: faccio parte (e non so se dovermene compiacere) della generazione che ha visto la guerra, ne ha sentito l’odore e le privazioni e ora viene decimata dal virus. Strane simmetrie della storia. Vero, verissimo: le nostre mani hanno spostato macerie, guidato la Lambretta, armeggiato con i primi rudimentali televisori in bianco e nero, messo il dito sul grilletto del fucile in quei 18 mesi in cui abbiano servito la Patria. Sono state le nostre manine di bambini quel giorno del ’45, era di maggio, a confezionare dipingendole accuratamente con i pastelli le bandierine tricolori da sventolarle in piazza del Duomo al passaggio dei partigiani e degli alleati, noi piccoli semitravolti in quell’ondeggiare di folla esultante. A un certo punto da un tetto di piazza Cordusio un cecchino fascista cominciò a spararci addosso. La mamma con calma ci trascinò al riparo in un portone di via Meravigli. Alla violenza delle camicie nere ci avevamo quasi fatto il callo.

Cecchino a parte, tirava finalmente un’altra aria. Questo contava. Non suonava più la sirena per annunciare l’arrivo di Pippo il bombardiere, non si scendeva in cantina dove trascorremmo notti da incubo annidati tra le tubature dell’acqua e della fognatura, in compagnia di topi, cimici e scarafaggi, con i lampi delle bombe che squarciavano il buio del rifugio attraverso una feritoia e papà che si precipitava sul tetto con i vicini di casa a spegnere le fiamme provocate dagli spezzoni incendiari al fosforo prima che tutto il palazzo ne fosse invaso.

Alle devastazioni delle bombe si aggiunsero questi poveri corpi martoriati.

Anche per noi piccoli quella non poteva che rappresentare la liberazione da un incubo, la fine di una prigionia tra le mura di casa. Che gioia salire, dopo essere stati tanto rintanati nelle nostre camerette, su un tram sferragliante tenuti per mano da quei genitori magri e sciupati che si toglievano il mangiare di bocca perché non ci mancasse niente, facendo code interminabili per acquistare con i buoni del razionamento un orrendo “pane nero” impastato con la segatura. E che piacere aggirarci all’aria aperta nella grande Milano, sia pure in mezzo alle macerie di quell’Italia che il fascismo aveva messo in ginocchio dichiarando una guerra che non fu un incidente, una deviazione dal regime: la guerra era quello che il fascismo voleva da sempre trasformando associazioni come il Club alpino un tempo libere in scuole di guerra. Ma come spiegarlo oggi ai fascistelli che invitano a “ribellarsi alla Liberazione” sostenuti da chi ha fatto carriera in politica inalberando in campagna elettorale slogan come “Il fascismo ha fatto grande l’Italia”? Siamo provvisoriamente scampati, molti di noi fortunati ottantenni, all’attacco del coronavirus così come l’avevamo scampata bella da bambini sotto i bombardamenti, costretti per mesi e mesi a vivere in case gelide, con una sola stufetta alimentata con l’antracite comprata a caro prezzo dal sostré. Non l’hanno invece scampata a quel tempo i nostri piccoli coetanei a Gorla, alla periferia nord di Milano. Un bombardamento fece una strage di bambini (i “Piccoli Martiri di Gorla”), alunni della scuola elementare “Francesco Crispi”. Uno degli ordigni centrò il vano scale proprio mentre bambini e personale scolastico stavano scendendo per raggiungere il rifugio sotterraneo dell’edificio; morirono 184 bambini, 14 insegnanti, la direttrice della scuola, 4 bidelli e un’assistente sanitaria. Alle ore 11.29 gli abitati di Gorla e Precotto furono investiti da quasi 80 tonnellate di esplosivo.

A Milano, in quel 20 ottobre, vi furono 614 vittime estratte dalle macerie, oltre ad alcune centinaia di feriti. E non è che, finita la fase 2 o 3 di quella guerra stramaledetta (come tutte le guerre), si potesse allegramente uscire di casa. La città era invasa dalle macerie che ancora celavano bombe a mano inesplose riempiendo gli ospedali di mutilatini.

Con tutto il rispetto per chi oggi ha perso la vita a causa del virus e per chi dovrà penare per rimettersi al lavoro, trovo azzardato mettere a confronto le due “liberazioni” che ho avuto la ventura e, in un certo senso, la fortuna di vivere. Ci sono conti che non tornano. Può essere vero, come sostiene Domenico Arcuri, Commissario straordinario per l’Emergenza, che in Lombardia il coronavirus ha provocato cinque volte i morti civili della Seconda Guerra Mondiale: in effetti tra l’11 giugno 1940 e il primo maggio 1945, a Milano persero  la vita sotto i bombardamenti 2.000 civili in 5 anni mentre per il coronavirus in due mesi in Lombardia ci hanno lasciato 11.851 civili. Ma come non tenere conto che 35 mila furono i caduti dell’esercito di Liberazione, 69 mila i partigiani? E’ per onorare la loro memoria che anche questo 25 Aprile non può che essere una festa grande e sentita. Peccato solo doverla celebrare “da remoto”. Ma si può immaginare che l’assembramento virtuale debba equivalere a quello consueto, civile e festoso di tutti i 25 Aprile. (Ser)

Milano 1945. Tra le macerie della guerra s’inizia la ricostruzione. In apertura le accoglienze ai partigiani che combatterono per la Liberazione (archivio Serafin/MountCity)

One thought on “Il 25 Aprile celebrato “da remoto”

  • 25/04/2020 at 14:09
    Permalink

    Ogni accostamentotra guerra e attuale crisi sanitaria è azzardato, certo, ma quel che la storia ci può insegnare è che c’è un sistema economico e politico che spinge in una certa direzione, per certi interessi, e che la demagogia in genere non persegue il bene comune ma interessi particolari. E che dobbiamo sempre chiederci, in ogni guerra e in ogni situazione di crisi, “a chi giova?”. Chi ne trae profitto?”. Chi ha messo l’uomo forte Mussolini al comando dell’Italia per gestire l’ordine, modernizzare il paese e reprimere il dissenso? Chi è l’architetto di questa gestione della cosiddetta pandemia che ci costringe tutti distanziati, isolati, impauriti e remissivi e fiduciosi nello Stato e nelle magnifiche e salvifiche sorti della scienza e della tecnica (vaccini, 5G, cellulari, tracciamento mediante smartphone, profilazione…). Ognuno poi tragga le sue conclusioni e le esprima, fino a che questo sarà ancora possibile.

    Reply

Commenta la notizia.