Letture. La montagna senza uomini

Paolo Paci, giornalista e scrittore milanese, fertile autore di manuali, volumi fotografici e libri di viaggio, appassionato di alpinismo e giardinaggio, offre ai lettori di MountCity questo suo racconto inedito, nato da un sogno dell’autore durante la reclusione in casa in quest’interminabile quarantena.

La scorsa notte ho fatto uno strano sogno. Imboccavo la grande carrareccia che conduce a nord, verso i rilievi. Più mi inoltravo nella campagna, più il cammino si faceva disagevole, massicce radici sollevavano residui di asfalto, la via si perdeva nella boscaglia popolata di caprioli e lepri silenziose, e in prossimità dei laghi i resti della strada erano sprofondati in un canneto dove nidificavano i cigni neri. Subito dopo le rovine di quella che era chiamata “città del ferro”, iniziavo a salire un vallone selvaggio, dove il torrente spumeggiante aveva fatto a pezzi mulini e fucine; sulla bocca di una ciminiera in mattoni rossi, scampata alla piena, mi sembrò di vedere una coppia di cicogne. Giunsi infine, dopo un lungo inerpicarmi, ai prati incolti e alla faggeta che cominciava a coprirsi di verde tenero. Dicevano gli anziani che un tempo nel bosco correva una mulattiera, così la cercai a lungo, ma non v’era traccia se non del passaggio di cervi e cinghiali. Avrei voluto chiedere, ma sull’altopiano non c’era anima viva. Stavo per tornare a valle quando un colpo secco, di ramo che si rompe, mi sorprese: alle mie spalle era comparso un vecchio dagli occhi trasparenti, con una gerla sfondata mezza piena di legna. Mi guardò senza espressione, lo guardai. Poi mi feci coraggio.

“Sa la via per la cima?” chiesi.

Lui rimase interdetto. Le dita frugavano nella barba, un informe cespuglio grigiastro. “Cima, quale cima?”

Alzai il braccio, e indicai verso l’alto.

“Non ci va nessuno, là. Perché tu ci vuoi andare?”

“Mi han detto che c’era un sentiero, un tempo…”

“Eh, un tempo. Un tempo c’erano tante cose. Case, uomini. Anche sentieri”.

“Allora si può…” iniziai a dire speranzoso.

“Ascolta ragazzo” mi interruppe il vecchio. “Conoscevo uno che diceva d’essere stato lassù, oltre le nuvole. Mio padre, quand’era giovane, era lui a dirlo. Ma io non gli ho mai creduto. Comunque, anche se c’è stato, è stato l’ultimo”.

Guardò lo zaino che avevo sulle spalle, slavato e quasi più sfondato della sua gerla, e vidi che nei suoi occhi si accendeva una debole luce. Forse un sorriso. Dalla gerla sfilò un bastone e me lo mise in mano. Poi iniziò a spiegarmi: “Vedi là, dove inizia la pietraia…”

Poco dopo ero di nuovo in cammino. Mi aiutavo con il bastone sulle ghiaie ripide e già ripensavo, con preoccupazione, alle parole del taglialegna: “…poi troverai catene e una scala arrugginita, ma tu non ti ci appendere!”

Alzai gli occhi verso il monte, contro il cielo si ritagliava un folto branco di stambecchi, che mi guardavano senza paura, come vedessero l’uomo per la prima volta. E mi voltai un’ultima volta verso il basso: il vecchio stava ancora lì a osservarmi.

“Che nome ha?” gli gridai.

“Che?”

“Che nome ha la montagna?”

“Non ha nome” rispose lui. “Mio padre la chiamava…”

Il vento portò via le ultime parole.

*   *   *

Questo è il sogno che ho fatto. Poi mi sono svegliato. Ho pensato che ho l’auto nel box. Uno zaino in cantina. Non sarebbe difficile mettere lo zaino nell’auto, imboccare la superstrada e tornare sulla cima della mia vita. La Grigna. Ecco, ora con la luce del mattino ho anche ritrovato il nome della montagna. Facciamo passare questa maledetta pandemia, mi sono detto, e ci torno, di sicuro, sulla Grigna. Ma poi…

Poi la strana atmosfera del sogno mi ha riassalito. Quella montagna senza memoria degli uomini era un luogo denso di languori e di desideri, languori e desideri che la vita nel mondo degli adulti ha dissipato. Come una pozzanghera che evapora nel sole. Quand’è che avevo strappato il velo del mistero, e il monte, da luogo dell’incanto, si era trasformato in un grigio cumulo di pietre? Quand’è che avevo, che avevamo, barattato il sogno e l’avventura per il profitto e la prestazione, e avevamo saturato le alte quote di segnaletica e rifugi e ripetitori per i nostri smart phone, e avevamo costellato di spit le pareti vergini, e avevamo irriso gli spiriti dell’aria con i nostri elicotteri e parapendii e tute alari?

D’un tratto ho desiderato di ritrovare il vecchio con gli occhi trasparenti, per sentirmi dire: “La montagna non ha un nome”. Be’, mi sono detto. Tutto sommato, non so se tornerò sulla Grigna. Anche quando la maledetta pandemia sarà finita. Perché la Grigna mi piace immaginarla così com’è adesso, in questi tempi di desolazione e solitudine. L’ultima neve che si scioglie senza che nessuno la calpesti. Le erbe che rinascono e infestano i sentieri. Gli stambecchi di pochi mesi che imparano a saltare da un masso all’altro. E una coppia di lupi (è troppo, sperare nei lupi?) che traversa i Resinelli, si ferma a giocare sotto i roccoli deserti, scompare nel folto.

Mi piace immaginarla come la sognavo da bambino, e lasciarla intatta per sempre. Senza gli uomini, senza di me.

Paolo Paci

“Paesaggio di montagna” (1633) di Hercules Seghers (L’Aja, Museum Bredius). In apertura “Paesaggio di montagna” (1590 circa) di Mathieu Dubus (L’Aja, Museum Bredius)

 

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